Sesso ruvido bis: una soluzione

Forse ci sono (di certo non mi manca la voglia di capirmi: sto sempre ad arrovellarmi per scoprire le cause profonde delle mie idiosincrasie).
Ecco: mi fa specie vedere le espressioni di dolore in certe immagini porno perché per me stessa la penetrazione è dolorosa. Lo è da un po’ di tempo, non lo è sempre stata (e non lo è tutte le volte). Mi addolora molto ammetterlo perché mi fa sentire sbagliata, non abbastanza femmina, non so. Ma lo stesso lo dichiaro qui perché ciò che mi addolora lo fa solo finché me lo tengo per me e me lo rimesto; una volta tirato fuori, il male fa meno male.
Comunque, si chiama dispareunia (grazie, internet: sai sempre tutto).
La cosa più probabile è che mi succeda perché non mi rilasso, muscoli pelvici rigidi. Ma perché non mi rilasso? Cosa è cambiato nel tempo?
Ne ho ancora da arrovellarmi.

Nel frattempo, mi viene in aiuto il masochismo.
Nonostante mi faccia male, se mi abbandono alla sensazione infine il dolore si muta in piacere; sia perché mi rilasso e mi apro a ciò che sento, sia perché comunque le stimolazioni dolorose mi portano ad eccitarmi e godere.

L’unica cosa che devo fare è abbandonarmi e lasciar andare il controllo.
Ed è la cosa più difficile.

Post scriptum (edit)
Mi accorgo di come, assurdamente, talvolta, mi blocchi o mi freni dall’eccitarmi.
Guardo immagini che trovo eccitanti e sento il mio corpo che reagisce, un brivido, una contrazione in mezzo alle gambe… e cerco di impedirmi di sentirlo, mi accomodo sulla sedia per non bagnarmi, soffoco le sensazioni che mi nascono dentro.
Ho paura di sentire o penso di non meritarlo? In ogni caso, mi auto-punisco per qualche colpa immaginaria.

Sesso ruvido

Mi eccita guardare immagini/gif/video di sesso “ruvido”, violento, forte. Quello che in inglese si chiama rough sex e che non so come tradurre.
Però una cosa che non sopporto è guardare in faccia le donne di questi immagini/gif/video. Perché più spesso che no hanno smorfie di dolore. E vedere che fa loro male mi raffredda ogni eccitazione; di più, mi fa sentire a disagio, come se fossi complice del dolore che soffrono.
A nulla mi vale cercare di rassicurarmi dicendomi che magari sono espressioni fatte apposta, per mantenere il gioco del finto stupro. Voglio dire: nel medesimo contesto a me piace ed eccita fare finta che non voglio.
Lo stesso dicasi per immagini/gif/video bdsm. Guardo le tizie frustate, torturate eccetera con quelle facce rattrapite e mi passa la voglia. Ma accidenti, anch’io in sessione faccio la stessa faccia, perché certo che fa male, ma mi piace!

Non mi capisco.

Forse è che nella maggior parte dei film porno standard alle donne coinvolte effettivamente il sesso che fanno non piace, e guardandole in faccia si vede eccome – e questo giustamente mi smonta.
Ma forse è anche che, temendo ancora che i miei desideri kinky siano sbagliati, mi martirizzo cercando di sentirmi orribile perché trovo eccitanti certe cose.

In me

In me alberga il cuore ferito di un cucciolo abbandonato, indifeso, geloso e feroce.

Quella ferocia è rivolta, per prima, contro di me. Mi lacero cercando di negare i miei desideri, temendoli. Invece di lasciarmi andare gioiosamente alle sensazioni che mi scorrono dentro, freno e gratto e mi sbuccio per non prendere velocità, terrorizzata che qualcuno possa dispiacersi che sia felice.
Ma chi?
Cos’è, ancora mia madre che mi guarda dai recessi del mio inconscio con disapprovazione e mi sputa addosso il suo considerarmi incapace, inadeguata, insufficiente?
Forse sì.
Che palle, però; è gran ora che me la lasci alle spalle e avanzi verso la luce del mio piacere.

Ferisco anche le persone intorno a me; non lo faccio apposta. Peggio: spesso non me ne accorgo finché non è accaduto. Scoprirlo poi ferisce anche me, mi sento orribile (che ferire gli altri sia un trucco per, in fin dei conti, ferire me stessa? ingegnoso).
Anche qui: che palle.
Ma è che a volte sono stanca: la consapevolezza di sé è così faticosa; qualche volta vorrei solo tirare i remi in barca e lasciarmi beccheggiare alla deriva – anche se lo so che poi non sono felice.

La felicità è faticosa. E io sono così pigra.

Passate le feste

Passato Natale, finalmente.
Un momento in cui bisogna stare con gli altri e divertirsi e condividere e tutto.
Un giorno in cui ho sofferto la lontananza dal mio Padrone.
Sbagliando.

Sì, sbagliando: sapevo che era con la sua famiglia di origine, che sarebbe stato preso, che certo non avrebbe potuto avere molto tempo per me, per mandare messaggi o altro. Invece ho voluto offendermi, dispiacermi, sentirmi abbandonata e lasciata in disparte. Ho voluto star male. Con quale arroganza, peraltro; con quale presunzione. Con il cipiglio adirato di una bimba che fa i capricci e sbatte i piedi.
Eppure pensavo che mi fosse stato già insegnato, a non stare male per niente. E’ una lezione che continuo a dimenticare, sembra.
Naturale che mi sia mancato; sbagliato aver passato la giornata attaccata al cellulare come un’adolescente idiota. Non so forse qual è il mio posto? qual è il mio ruolo?

Così mi sono chiusa, ho messo il broncio di quella trattata ingiustamente e mi sono preparata a passare, oggi, un’altra giornata col muso, incazzata per niente.

Poi, per fortuna, ho fatto la cosa giusta: ho sciolto i lacci del mio cuore e mi sono aperta a un’attesa serena.
Attendere ciò che arriva ed accoglierlo con gratitudine, perché ogni cosa è un suo dono; senza pretendere, senza tirarlo per la giacca, senza capricci. Una piccola ma significativa verità: l’appartenenza non scompare se vivo la mia vita con tranquillità, come non scompare il respiro, anche se non ci penso e non ci concentro ogni fibra del mio essere ogni singolo istante.
Come non scompare l’amore (ma è un’altra storia).

Una volta una ragazza che conoscevo, anche lei slave, mi disse: “Noi slave abbiamo dei caratteri di merda”. Non l’ho mai dimenticato.
Forse è questo che intendeva: sono (siamo?) così terribilmente egocentrica, infantile; una volta che ho l’attenzione di un Padrone vivo per essa, per concentrarla su di me, e mi offendo se non sono sempre sotto il suo riflettore, magari disobbedisco, e pianto il muso perché Lui mi guardi, mi accarezzi, mi punisca.
Anelo a consegnargli il controllo e intanto lo trattengo con tutte le mie forze, come fa un cane quando riporta un gioco: vuol darlo perché lo gestisca il padrone, eppure lo serra tra le mascelle e lo tira per toglierlo dalla sua mano.

Un giorno, però, spero, avrò imparato; e camminerò serena al passo, scodinzolando.

Ma c’è una cosa che so

Mi impegno per comportarmi bene, per essere brava. Mi chino, mi piego, mi accuccio; le prendo. Cerco di fare tutto bene. Sto in silenzio, tengo gli occhi bassi.
Ma c’è una cosa che so.
Prima o poi, quando Lui sarà dietro di me, io mi struscerò contro di Lui, in modo lascivo.
Allora di sicuro sarò punita per essermi permessa tale libertà senza chiedere, senza averne diritto. So che non devo: dovrò guadagnarmi il permesso di toccarLo, e ci vorrà tempo e dedizione. Lo so.
Ma so anche che prima o poi succederà.
I miei istinti saranno più forti del mio impegno per frenarli.
Allora starà a Lui stesso imbrigliarli, e sarà bello.

Al centro commerciale

Con il corsetto e i tacchi alti. Camminare a testa alta, ignorare la folla prenatalizia, sentirsi bene.
Calma tranquillità, senza fame nervosa, senza ansia.
Lo spirito del Natale per me ha il segno inconfondibile di un cane.
Sentirmi al mio posto, collarata; nient’altro.

Ciò che resta

Anche se non mi restano segni
(e quanto li vorrei, ma
ho la pelle refrattaria)
la feroce sensibilità che mi rimane addosso
che mi rende la pelle uno strato di fuoco
che trasforma la stoffa più leggera
in carta vetrata
questa sensibilità mi parla di Te
di quello che è accaduto
di quello che ho provato
– che mi hai fatto provare.

Seppure sembrino così rosa
e tranquilli
i miei capezzoli urlano
un ringraziamento.

Genitalità

Sfoglio una margherita, un petalo alla volta, come da bambina: il bdsm è sesso, il bdsm non è sesso, lo è, non lo è, lo è, non lo è…
Come sempre, divisa in due. Non mi capisco da sola. Siamo in due qui dentro, in questo cervellino angusto, e ogni volta che ci giriamo ci piantiamo gomitate negli occhi. Che fastidio. Immagino come dev’essere per chi, da fuori, cerca di raccapezzarsi.

Ricordo che anni fa, al moroso, dissi: non mi mettere mai, e dico mai, una mano sulla testa mentre ti faccio sesso orale; è una cosa che mi fa stare male, mi fa sentire violentata; giurami di non farlo mai.
Invece è una delle cose che mi fa eccitare di più.

Non è che dica bugie; non lo faccio apposta. Cambio idea, forse, oppure parto credendo una cosa e poi mi accorgo che non è come pensavo.
Ho sempre tanta paura, questo sì; così che talvolta quello che credo di sentire è invece un inganno della paura, che mi accartoccia i sentimenti, me li copre di cartaccia e mi dice “vedi che roba brutta”.
Desidero e ho paura di quel desiderio.

Nelle mie fantasie il Padrone mi scopa fortissimo, con cattiveria e nessun riguardo.
Nella realtà preferirei che il sesso genitale, la penetrazione, addirittura il sesso orale, proprio non esistessero nelle mie sessioni. Vorrei concentrarmi solo sul dolore, i colpi, la devozione, eccetera.

Però poi mentre sono lì mi viene voglia, eccome se mi viene. E allora?
Allora come al solito non so, mi sgomito in testa e arranco faticosamente in avanti, adesso al guinzaglio, sperando che Lui ci capisca qualcosa e me lo spieghi. A sferzate, possibilmente: inciso nella carne il concetto mi arriva al cervello con più forza.

Mente vs Corpo

Da quanti millenni corpo e mente vengono contrapposti? O anche corpo e anima. Comunque: un principio fisico ed uno astratto.
In me (come in tutti, alla fine) questi due principi si danno il tormento a vicenda.

La mia mente ha bisogno di focalizzarsi; sapere di essere un possesso sempre. Un oggetto di qualcuno. Avere consapevolezza di appartenere, in ogni istante della mia vita. Anche se sto facendo la spesa e magari penso a tutt’altro. Come un pensiero nascosto, che se guardo è sempre lì, e mi rassicura.
Dall’altra parte il mio corpo vuole azione, baby. Va bene tutto, la filosofia, il senso dell’appartenere, bla bla, ma adesso lascia che mi frusti il culo; lascia che mi perda nel vortice del canto del corpo, nelle spirali del dolore, del piacere, della carne.

I due principi sgomitano: quando uno è soddisfatto, l’altro alza la voce: ehi, e io?! Così mi pare che se ho l’una cosa, l’altra manchi; e viceversa. Non sono mai contenta. E mi dibatto, voglio voglio voglio e in questo volere sempre quello che non ho non so più che cosa voglio.

Forse, invece di arrovellarmi, dovrei fare quello cui la mia anima anela: affidarmi.

Il leone

E posso certo dirti che dimenticherò il significato del verbo “volere” quando sono in ruolo. E’ un gioco che ci sta, un abbandono sereno a una volontà altra dalla mia. Sono qui per questo.

Ma dentro di me, non lo dimenticherò mai.
Ho faticato tanto per conquistarmelo, per guadagnare a me stessa il diritto di dire “io voglio”; ho pianto, urlato; ho creduto davvero di non avere diritto di volere nulla, che i miei desideri fossero merda, che il solo fatto di desiderare qualcosa per me stessa fosse un atto infame che rovinava la vita delle persone attorno a me. Ho sudato e gridato e sanguinato per riappropiarmi della consapevolezza che desiderare non è un male assoluto; che anche io ho diritto di volere qualcosa. E non sto parlando di capricci.
Ed è anche grazie a questo se ora sono qui dove sono, ai tuoi piedi. Perché lo voglio.