In me

In me alberga il cuore ferito di un cucciolo abbandonato, indifeso, geloso e feroce.

Quella ferocia è rivolta, per prima, contro di me. Mi lacero cercando di negare i miei desideri, temendoli. Invece di lasciarmi andare gioiosamente alle sensazioni che mi scorrono dentro, freno e gratto e mi sbuccio per non prendere velocità, terrorizzata che qualcuno possa dispiacersi che sia felice.
Ma chi?
Cos’è, ancora mia madre che mi guarda dai recessi del mio inconscio con disapprovazione e mi sputa addosso il suo considerarmi incapace, inadeguata, insufficiente?
Forse sì.
Che palle, però; è gran ora che me la lasci alle spalle e avanzi verso la luce del mio piacere.

Ferisco anche le persone intorno a me; non lo faccio apposta. Peggio: spesso non me ne accorgo finché non è accaduto. Scoprirlo poi ferisce anche me, mi sento orribile (che ferire gli altri sia un trucco per, in fin dei conti, ferire me stessa? ingegnoso).
Anche qui: che palle.
Ma è che a volte sono stanca: la consapevolezza di sé è così faticosa; qualche volta vorrei solo tirare i remi in barca e lasciarmi beccheggiare alla deriva – anche se lo so che poi non sono felice.

La felicità è faticosa. E io sono così pigra.

Passate le feste

Passato Natale, finalmente.
Un momento in cui bisogna stare con gli altri e divertirsi e condividere e tutto.
Un giorno in cui ho sofferto la lontananza dal mio Padrone.
Sbagliando.

Sì, sbagliando: sapevo che era con la sua famiglia di origine, che sarebbe stato preso, che certo non avrebbe potuto avere molto tempo per me, per mandare messaggi o altro. Invece ho voluto offendermi, dispiacermi, sentirmi abbandonata e lasciata in disparte. Ho voluto star male. Con quale arroganza, peraltro; con quale presunzione. Con il cipiglio adirato di una bimba che fa i capricci e sbatte i piedi.
Eppure pensavo che mi fosse stato già insegnato, a non stare male per niente. E’ una lezione che continuo a dimenticare, sembra.
Naturale che mi sia mancato; sbagliato aver passato la giornata attaccata al cellulare come un’adolescente idiota. Non so forse qual è il mio posto? qual è il mio ruolo?

Così mi sono chiusa, ho messo il broncio di quella trattata ingiustamente e mi sono preparata a passare, oggi, un’altra giornata col muso, incazzata per niente.

Poi, per fortuna, ho fatto la cosa giusta: ho sciolto i lacci del mio cuore e mi sono aperta a un’attesa serena.
Attendere ciò che arriva ed accoglierlo con gratitudine, perché ogni cosa è un suo dono; senza pretendere, senza tirarlo per la giacca, senza capricci. Una piccola ma significativa verità: l’appartenenza non scompare se vivo la mia vita con tranquillità, come non scompare il respiro, anche se non ci penso e non ci concentro ogni fibra del mio essere ogni singolo istante.
Come non scompare l’amore (ma è un’altra storia).

Una volta una ragazza che conoscevo, anche lei slave, mi disse: “Noi slave abbiamo dei caratteri di merda”. Non l’ho mai dimenticato.
Forse è questo che intendeva: sono (siamo?) così terribilmente egocentrica, infantile; una volta che ho l’attenzione di un Padrone vivo per essa, per concentrarla su di me, e mi offendo se non sono sempre sotto il suo riflettore, magari disobbedisco, e pianto il muso perché Lui mi guardi, mi accarezzi, mi punisca.
Anelo a consegnargli il controllo e intanto lo trattengo con tutte le mie forze, come fa un cane quando riporta un gioco: vuol darlo perché lo gestisca il padrone, eppure lo serra tra le mascelle e lo tira per toglierlo dalla sua mano.

Un giorno, però, spero, avrò imparato; e camminerò serena al passo, scodinzolando.