White lies

Sto diventando bugiarda. O lo sono sempre stata?
Non sono bugie grosse; non sono nemmeno bugie importanti. Sono scuse, più che altro. Per piccoli errori, piccole mancanze. Invento delle storie per giustificarmi, per rannicchiarmi lontano dalla luce e scansare i rimproveri.
In realtà, non riesco mai ad ingannarmi del tutto. Né ad ingannare gli altri. Mi sento uno schifo e mi vergogno, sia per l’errore che per la bugia. Però non faccio che rintanarmi ulteriormente, invece che uscire, affrontare il problema e combatterlo. Divento sempre più miserabile, mi vergogno di me stessa e mi nascondo ancora di più; per forza mi sento costretta a inventare nuove bugie per nascondere agli altri il mio essere (sentirmi) così indegna. Così inadeguata alle aspettative del mondo, e anche alle mie.

Non ho fatto quel cd che avevo promesso. Guarda, mi dispiace, mi si è piantato il masterizzatore.
Non ho preparato il pranzo. Guarda, scusami, sono stata presa dal lavoro.
Non ho mandato una mail importante. Come, non ti è arrivata?! stupida posta elettronica, guarda, sono costernata, te la rimando subito.
Questo dire piccole (inutili) bugie sta diventando un’abitudine; lo faccio senza pensarci. La mia prima scelta è sempre, d’istinto, inventare una scusa. Anche se la verità non è poi così ignominiosa; anche se sarebbe più maturo – e farei anche più bella figura – dichiarare che sì, ho sbagliato, mi sono dimenticata: ora vi pongo rimedio.

Non sto facendo del mio meglio; faccio il minimo necessario. Mi urta moltissimo che mi si chieda di darmi da fare, di prendermi responsabilità. Ho paura di impegnarmi: è difficile. E se poi sbaglio? Troppa paura. Preferisco non provarci nemmeno. E inventare una scusa.
Non ho né la forza di ammettere che ho sbagliato (perché la conseguenza diretta, nella mia testa, è che allora IO sono sbagliata), né la voglia di far fatica per porvi rimedio (perché mi riporta alla paura di darmi da fare).
Ogni errore, ogni svista, anche ogni sfiga (sì, persino il mal di schiena) non è che una conferma inappellabile che sono e sarò sempre un disastro incapace.

Ma dal fondo di questo pozzo vedo la luna, e voglio uscire. Ce l’ho già fatta una volta: risalire dalle segrete di me stessa, dove mi rinchiudo per crimini immaginari, perdonarmi e volermi bene.

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Fallo e basta 2

La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna.
Sì: l’ho già salita ieri. Abbiamo rifatto la stessa pista, ergo c’è la stessa seggiovia per risalire. Ti ho persino proposto di scendere anche la pista successiva, mai fatta prima, e arrivare a valle, in paese, ma mi hai bocciato l’idea. Pazienza. Ci ho provato, da brava vigliaccona (piuttosto che affrontare una cosa che temo, affronto l’ignoto; strana vigliaccheria).
Insomma saliamo. Mi prende la paura dei primi dieci metri, poi guardo un po’ il paesaggio, poi subentra la paura della discesa. E’ sempre stata lì, ma all’approssimarsi dell’arrivo si fa più pressante.
Penso: dai. Ce la posso fare. Su. Niente paura. Non ho paura, davvero. Ok, ho paura, ma posso affrontarla. Basta che mi impegni. So come si fa. Come si dovrebbe fare. Devo sforzarmi. Dai. Tanto ormai ci sono, mica posso restare a bordo.

Nella cacofonia di tutti questi incoraggiamenti (che non sortiscono effetto), entra una lama di luce. La Sua voce.
“Non impegnarti per farlo. Fallo e basta.”

Metto a fuoco le montagne, gli alberi, il cavo d’acciaio che scorre sopra la mia testa. Non più in confusione ma decisa.
Di nuovo dal profilo dei seggiolini precedenti sorge l’arrivo della seggiovia. Mi calco il caschetto in testa, mi aggiusto i guanti. Sono pronta. Testa vuota, il corpo sa come fare. Testa vuota, basta tenere salda quella frase. Testa vuota, non ci sono io, non ci sono le mie paure, non c’è niente di inutile. C’è la parola del Padrone. Come una lampadina in una stanza buia.
Sollevo il blocco di sicurezza e mi alzo, mi spingo via. Scivolo, barcollo, prendo velocità, paurapaura, mi fermo cinque metri più avanti, inciampando nella neve: sono mezza caduta lo stesso ma sono a posto.
Sorrido.

Fallo e basta 1

La seggiovia sale. E’ lunghissima, tipo un chilometro e mezzo. Dondola piano, placida, nel silenzio della montagna. Superata la paura dei primi dieci metri mi godo il paesaggio: le Dolomiti, altissime, coperte di neve, Dominatrici inarrivabili; ai loro piedi, stesi in devozione, i boschi accarezzano le loro pendici.
Abeti e larici innevati; in basso, tra i tronchi, osservo i percorsi di impronte lasciati da varie bestiole e provo a indovinarne i proprietari: quella una lepre, questo forse un capriolo? Chissà. Comunque vicino agli impianti il massimo che si vede sono le tracce; gli animali se ne stanno rintanati al sicuro, lontani da questi strani umani che scivolano e ruzzolano sulla neve fresca.
Guardo gli sciatori che passano, più o meno abili, quando il percorso della seggiovia incrocia quello della pista; prima, ero lì giù a scansare i piloni.
Finalmente, sorge l’arrivo della seggiovia. Sollevo il blocco di sicurezza, mi dispondo a scendere con lo snowboard, scivolando lungo il breve pendio, un piede agganciato alla tavola, l’altro libero.
Ed ecco che la mia paura mi colpisce allo stomaco come un maglio. Il pendio è ripido, più di quello di altre seggiovie che ho già fatto. Scivolo, mi sento cadere, non sono capace, cadrò, mi farò male! Istintivamente faccio una cosa stupida: mi aggrappo al seggiolino. La macchina, implacabile, ruota e mi trascina prevedibilmente per terra. Strillo e batto la testa; il caschetto fa CLONC sulla neve battuta.
Un attimo di stordimento; mi alzo a sedere: vedo arrivare il seggiolino successivo. Reazione istantanea, mi stendo di nuovo e quello passa oltre. Mi rialzo velocissima, mi tiro su sulla tavola e scivolo via fuori pericolo.
L’operatore della seggiovia esce dal suo casottino e mi insulta.
Passo i successivi cinque minuti a cercare di calmarmi. Mi viene il panico che la botta in testa mi farà morire entro pochissimo, ma mi calmo ringraziando il mio caschetto (probabilmente non morivo nemmeno senza, ma è più facile gestire l’ipocondria); tremo un po’; mi sento anche un po’ umiliata, sia per gli insulti del tizio (ma lo so che è stronzo lui: se vedi che uno cade, ferma la cazzo di seggiovia, sei lì apposta) sia per la caduta. Tu mi guardi e mi dici: “Ci fermiamo? Andiamo in baita? Vado a spaccargli la faccia? Lo butto giù dalla rupe?”
No: andiamo ancora in pista. Col cazzo che mi faccio abbattere da questo. Andiamo a sciare. Forza!

Faccio la discesa più bella di questi quattro giorni di neve.

Tu

Finalmente prendo il coraggio di fare un lungo discorso. Colgo l’occasione che siamo soli per un po’, ad esempio in auto andando da un posto ad un altro, abbastanza distante.
Non è facile per me fare un discorso; ho sempre il terrore di esprimermi nel modo sbagliato, o di dire le cose male, e che tu ti indisponga, o che t’incazzi proprio. Dio se odio poi dover affrontare un litigio, non ne sono capace; finisco per dire solo “sì” e “va bene” anche se non è vero, purché finisca, e poi non faccio che rimestarmi in testa risposte sagaci o taglienti che non avrò mai il coraggio di dire.
Mi preparo il discorso per giorni finché non mi sento abbastanza serena da riuscire a dire le cose senza astio, senza acredine, nel modo più tranquillo possibile; perché dopotutto so bene che l’acrimonia o il rancore non portano molto lontano: meglio ragionare serenamente, insieme.
Facciamo il discorso e tutto va nel migliore dei modi. Dico quello che penso, quello che sento. Riesco a spiegarmi e anche tu mi spieghi il tuo punto di vista, i tuoi sentimenti; ti comprendo meglio e, spero, tu comprendi meglio me. Ti espongo le mie difficoltà sull’argomento, il modo in cui cerco di affrontarle, ti chiedo il tuo parere, come affronti tu le cose, ti ascolto.
Infine abbiamo detto più o meno tutto quanto c’è da dire finora a riguardo; non che il discorso sia concluso, ma per il momento abbiamo fatto il punto, abbiamo nuovi spunti di riflessione (io almeno), sappiamo quali carte sono in tavola eccetera. Restiamo un po’ in silenzio, nessun problema.
E poi. Mi dimentico sempre di quanto sei bravo in questo. Quando siamo ormai arrivati, aggiungi una frase. Come una firma, un piccolo aforisma, un fiocco a suggellare il discorso. Un commento perfetto, che coglie una sfumatura di me che non avevo visto, e lo so, lo so che lo dici con le migliori intenzioni, e perché mi vuoi bene, e hai ragione, cazzo se hai sempre ragione. Comunque. Queste tue parole si infilano agevolmente nelle maglie dell’armatura che indosso sempre, che ora ho allentato nel parlare, nell’aprirmi con te. Questa tua freccia mi si conficca nel costato, tra i visceri, dove mi fa più male; in un istante, sono sull’orlo delle lacrime. Ma siamo arrivati, l’auto è parcheggiata, dobbiamo magari incontrare qualcuno; e così devo stringere forte il tappo di quello che sento e fare la faccia bella, o almeno la faccia normale. Rinserro l’armatura e un nuovo fiotto di pensieri mi affonda il cervello in elucubrazioni che dovrò riordinare prima di poter fare di nuovo un discorso con te.
Per un attimo, un solo attimo, brevissimo ma assoluto, questo dolore intercostale mi convince che avevo ragione: sono sbagliata. Ti ho deluso. Ancora.

“Certo che sarà difficile che trovi qualcuno che ti voglia bene se non pensi che cose brutte di te stessa.”

Due ore dopo.
Incredibilmente, ne riparliamo a brevissimo giro di tempo.
E’ come curvare in snowboard, forse: se sto a pensarci prendo paura della velocità, della pendenza, della caduta, e non giro più: mi pianto a bordo pista. Se vado, sentendo la tavola, fendo la neve e giro.
Se elucubro, mi incastro nei miei loop mentali. Se ascolto ciò che sento e gli dò voce…
Decidi: giriamo la frase. Perché è la negatività che ferisce e la fa sembrare una sentenza. Invece: “Sii più positiva e consapevole delle tue qualità e sarà più facile trovare persone che ti vogliano bene”. Mi illumino.

Sempre, ti amo; per questo mi conosci così bene da riuscire a colpire con precisione millimetrica; e dove attivi un punto di pressione, anche se doloroso, guarisco (anche se magari mi ci vuole tempo).

Abbastanza

Non mi sento mai abbastanza.
Vedo foto e video di slaves che fanno (cui vengono fatte) cose che so che non mi piacciono, che non posso fare per limiti personali o proprio per limiti fisici (dannato mal di schiena), o ne sento parlare, o le vedo dal vivo… e quello che sento è una fitta al cuore, all’orgoglio.
E lo stesso nella mia vita quotidiana: lavoro, faccio, brigo, ma non riesco mai a fare tutto quello che penso che dovrei fare, o non bene come dovrebbe essere fatto.
Tutto mi sembra un rimprovero.
Non sono abbastanza.

Certo: c’è un Padrone che si aspetta da me il mio meglio; ma non il mio impossibile.
Sono io la peggiore giudice di me stessa, la più crudele. Leggo in ogni cosa un indizio della mia inadeguatezza, della mia inettitudine. Mi inabisso sul fondo della mia autostima e scavo.

Così ci provo, ci provo fortissimo; mi viene da piangere per la fatica, ma non mollo, non voglio mollare. Cerco di fare di più, cercando di ignorare la voce che mi dice che comunque non basta e non sono mai abbastanza; cercando di ascoltare solo la voce del Padrone, e quella parte di me che invece sa che mi impegno e mi riconosce per questo; quella che apprezza che abbia costruito il pozzo senza chiedermi di portarle la luna che vi si specchia.

Licantropia

Mi raccoglie i capelli.
Lentamente, con ampie carezze che mi sfiorano i lati del capo, solleva le ciocche ad una ad una, tenendole con l’altra mano. E’ un tocco leggero, tenero, ma anche deciso: si sente che è preludio a qualcos’altro.
Per me è la lenta salita lungo la cremagliera. Un placido prepararsi a un tuffo al cuore, che inizia già a battere più forte, nella tensione dell’attesa. Mi dispongo a sentire.
Quando ha finito, tira.
La vettura scavalca il fermo, l’ultimo gancio della cremagliera si stacca e l’ottovolante parte in picchiata.
Mentre mi tira la testa all’indietro con la mano salda sulla chioma, mi batte il culo con ferocia. Con ferocia ferina rispondo: con mia stessa sorpresa mi trasformo. Non sono più la piccola bimba di prima; divengo lupo. Ruggisco, ringhio e mostro i denti; scuoto la testa, non per liberarmi ma per sentire la sua stretta farsi più forte. Agogno la doma.

Lasciare andare la belva che è in me con la serenità di sapere che sarà domata, che non farà danno: il Padrone la tiene, mi tiene, mi batte, mi tiene sotto. Al sicuro.
Bacio la mano che mi incatena.

Immergersi

E’ il terzo colpo, o il quarto. A volte, il secondo. Ma tutto inizia col primo, com’è ovvio.
Dopo un paio di colpi, la qualità della sensazione cambia, si trasforma e sale in me come un’ondata di piena. Rimane sempre dolorosa, è chiaro; ma quel dolore mi parla in modo differente. Perché non è un dolore cattivo, indifferente; un dolore che arriva a caso, d’improvviso, come sbattendo il piede in uno spigolo, non è un dolore immotivato né antipatico. E’ un dolore forte, focalizzato, mosso da una Volontà precisa. La Sua Volontà. Un dolore donato, inflitto con crudeltà metodica che diviene dedizione.
Sale e scende dentro il mio corpo, cullandomi l’anima. E ne sono grata.