Licantropia

Mi raccoglie i capelli.
Lentamente, con ampie carezze che mi sfiorano i lati del capo, solleva le ciocche ad una ad una, tenendole con l’altra mano. E’ un tocco leggero, tenero, ma anche deciso: si sente che è preludio a qualcos’altro.
Per me è la lenta salita lungo la cremagliera. Un placido prepararsi a un tuffo al cuore, che inizia già a battere più forte, nella tensione dell’attesa. Mi dispongo a sentire.
Quando ha finito, tira.
La vettura scavalca il fermo, l’ultimo gancio della cremagliera si stacca e l’ottovolante parte in picchiata.
Mentre mi tira la testa all’indietro con la mano salda sulla chioma, mi batte il culo con ferocia. Con ferocia ferina rispondo: con mia stessa sorpresa mi trasformo. Non sono più la piccola bimba di prima; divengo lupo. Ruggisco, ringhio e mostro i denti; scuoto la testa, non per liberarmi ma per sentire la sua stretta farsi più forte. Agogno la doma.

Lasciare andare la belva che è in me con la serenità di sapere che sarà domata, che non farà danno: il Padrone la tiene, mi tiene, mi batte, mi tiene sotto. Al sicuro.
Bacio la mano che mi incatena.

Immergersi

E’ il terzo colpo, o il quarto. A volte, il secondo. Ma tutto inizia col primo, com’è ovvio.
Dopo un paio di colpi, la qualità della sensazione cambia, si trasforma e sale in me come un’ondata di piena. Rimane sempre dolorosa, è chiaro; ma quel dolore mi parla in modo differente. Perché non è un dolore cattivo, indifferente; un dolore che arriva a caso, d’improvviso, come sbattendo il piede in uno spigolo, non è un dolore immotivato né antipatico. E’ un dolore forte, focalizzato, mosso da una Volontà precisa. La Sua Volontà. Un dolore donato, inflitto con crudeltà metodica che diviene dedizione.
Sale e scende dentro il mio corpo, cullandomi l’anima. E ne sono grata.