Sgabuzzino

So bene che è un errore vivere nell’aspettativa: un evento atteso che si verifica perde di forza; un evento atteso che non si verifica delude e riempie di frustrazione. Meglio attendere il vuoto, lasciarsi aperti a ciò che arriva: se arriva qualcosa, qualsiasi cosa, sarà bello; se non arriva, bene lo stesso, si gode ciò che c’è, o la serenità dell’assenza.

Quando attendo con ansia un accadere che non giunge a compimento la delusione del momento è solo un piccolo frammento del dolore che mi provoco. Dopo, passato del tempo, torno con la mente a ciò che non è successo e mi arrovello: come sarebbe potuto andare? come sarebbe dovuto andare? soprattutto, perché non è andato?
Allora trovo colpe inesistenti per accusarmi del mancato compiersi; non è accaduto perché il destino o chi per lui ha voluto punirmi. Punirmi di cosa? Chissà. Di aver desiderato, ovvero di esistere, concludo spesso, perché altre colpe non ne trovo.
Così mi fustigo nella mia mente, mi rammarico e mi avvolgo nelle spine del sentirmi indegna.

Ancora non riesco a porre termine all’istante a questo inutile esercizio di odio verso me stessa. Mi ci vuole ancora del tempo, durante il quale cerco di farmi del male o penso che dovrei farmi del male e in ogni caso sto decisamente male e non faccio che pensare pensieri bui per farmi stare ancora più male. Poi ne esco, alla luce del sole, e torno a sorridere di me stessa e di queste sciocchezze.
Come una mosca che sbatte sul muro e infine trova lo spiraglio della finestra.
A volte basta che esca fisicamente da dove mi trovo e respiri aria pulita; o che riordini tutta la casa da cima a fondo, riordinando così anche i pensieri; o che parli con qualcuno, magari chiedendo se il fatto che qualcosa non sia accaduto sia stato effettivamente una punizione voluta e cercata. La risposta è sempre no, è solo andata così; allora prendo fiato, ricomincio a vivere, e torno a cercare un modo più veloce per trovare lo spiraglio di uscita, invece di insistere a sbattere nei meandri bui dello sgabuzzino della mia mente.

Interrotta

In ogni cosa che faccio sono interrotta.
Inizio troppe cose, dico sì a tutto e a tutti; poi però, per forza, non riesco a fare niente bene, o abbastanza bene. Nel tentativo di salvare capra e cavoli, di fare questo e anche quello, di stare con una persona senza scontentarne un’altra… ottengo solo dolore, frustrazione, fatica sprecata e dispiacere.
Mi sento lacerata, tagliata in due.
Il dedicarsi non può essere parziale; bisognerebbe donarsi interamente. Darsi a ciò che si desidera e superare paure e difficoltà, ostilità ed ostacoli.
Invece cerco di dividermi tra tutto, sentendomi inadeguata in ogni cosa.

Spero, continuo a sperare, di essere un giorno completa, di sapere che quello che sto facendo lo sto facendo bene.

Presa di coscienza

Di colpo, un’illuminazione: è paura.

Non sono svogliata. Non sono irresponsabile. Non sono stronza. Non sono incapace. Non sono frigida. Non sono apatica. Non sono anaffettiva. Non sono cretina.

Ho solo paura.
Paura di darmi da fare, di impegnarmi, di rischiare un errore, un no, di non essere abbastanza brava, di risultare antipatica, di lasciarmi andare.

Stupida, stupida paura.

Ma con quell’illuminazione, arriva la presa di coscienza della verità; e con essa, la catarsi.
La paura smette di avere presa su di me ed è costretta a ritirarsi. I muscoli mi si rilassano e finalmente vivo. Serena forse è una parola grossa… Ancora stressata, ma non angosciata. Va già bene.

Sorrido, godo, vivo.

E se anche

E se anche ho paura, non le giro le spalle; non cerco di non pensarci. Ci scavo, in quella paura, anche se fa male. Perché so che al fondo c’è un tappo che posso togliere per farla scorrere via come acqua sporca: posso far sì che smetta di ristagnare, di marcire in me. Posso ripulirmi e rigenerarmi, e proseguire a vivere senza più quella paura.

Vedo un’immagine, leggo una frase, e d’improvviso la bocca dello stomaco mi si serra in una morsa. A volte mi viene da piangere da tanto mi fa male; da tanto vorrei scappare via a nascondere la testa sotto la sabbia. Mi viene un nodo in gola. Non so perché ho paura, né cosa vuol dirmi questa paura. Ma so che mi colpisce per un motivo; non importa quanto stupido possa essere, devo trovarlo e cavarlo via da me. Strapparlo. Stapparlo. Svuotarmi e lasciare spazio a quanto c’è di bello e buono in me.

Una fatica improba; muscoli per l’anima.

Sogno

Stanchissima, mi avviluppo nella coperta nuova appena comprata e mi addormento sul divano. Un sonno ristoratore di cui ho un gran bisogno. Sogno.

Il vento mi sferza il viso, mentre cado velocissima: mi sono lanciata da una rupe col paracadute. Schizzo come un razzo verso il basso, intorno a me un paesaggio d’incanto: canyon e rocce rosse, il deserto, una piccola strada che scorre sul fondovalle; il sole splende e il cielo è azzurro. Rido, felice: è una giornata magnifica e tutto è meraviglioso.
Davanti a me volano verso il basso due ragazzi a cavallo di delle mountain bike; penso: caspita, loro sì che fanno una cosa difficile: dopo, planando, devono riuscire ad atterrare su quella stradina laggiù sulle due ruote e pedalare via!
Ad un certo punto loro aprono il paracadute, che li tira su per la collottola; mi sovviene che è il momento che lo apra anch’io. Con un po’ d’agitazione annaspo cercando la maniglia che ho sul petto, la trovo, la tiro: lo zaino si apre ma il paracadute non esce. Esce a metà, ma si incastra su se stesso, rimane piegato e non riesce a svolgersi.
Stranamente, non ho paura. Mi rendo conto di cos’è successo e mi dico: niente panico, altrimenti sono fregata; ce la posso fare, devo solo agire con calma.
In quel momento, ma solo per un attimo, comprendo che è un sogno, e che sta per diventare un incubo. Non voglio.
Mi batte il cuore nel petto. Alzo le mani e raggiungo il paracadute impaccato, lo sprimaccio, lo spiego e riesco a farlo aprire. Atterro dolcemente e senza problemi, il cuore in tumulto per l’emozione dell’esperienza. Respiro a fondo e mi tremano le gambe, ma sono al settimo cielo.
Poco dopo, nella sala d’attesa per risalire in cima alla rupe, un amico mi fa: “Ho visto che non ti si era aperto il paracadute, sei stata brava!”; accanto a lui, mia madre sbotta: “Cosa?! Non ti si era aperto il paracadute?!!”; al che io giro gli occhi al cielo e gli dico: “Ehi, grazie per averlo fatto sapere a mia madre, adesso vorrà impedirmi di farlo di nuovo perché avrà troppa paura!”; lui ride.

Mi sveglio rinfrancata e riposata. Quando il ricordo del sogno mi raggiunge la mente cosciente, resto stupita: quello che poteva essere un incubo angoscioso, è stato invece un sogno di forza e felicità. Perché l’ho voluto; non mi sono permessa di cedere al panico e ho avuto fiducia di farcela.
Sorridente, caracollo a farmi un caffè; procedo nella giornata come ancora sospesa tra le nuvole.

Ricordo della festa

Mi osservo minuziosamente le cosce e i seni. Terminato l’esame mi rassegno all’evidenza: i segni della festa di sabato scorso sono spariti. I feroci morsi del cane (la bacchetta, non l’animale), così taglienti quando mi si incidono nella carne, hanno cessato di decorarmi con i loro solchi rossi, dolce ricordo di una serata di gioco.
Così come sono scomparsi loro, mi accorgo di non averne scritto nemmeno una riga.

Un’amica di facebook mi scrive: ho visto che durante la festa sei stata molto coccolata.
Sorrido: sì, coccolata con la frusta e la cera rovente. Blandita con il vibratore e accarezzata dalle mani del Padrone e della Lady: quattro mani su di me per un duetto al pianoforte, mi hanno fatta risuonare secondo la loro melodia. Spero che i miei gemiti e strilli siano risultati graditi all’orecchio, i miei spasmi piacevoli all’occhio.

Passo ancora la mano sulla pelle liscia e intatta, la mente che torna alla festa.
Mi accorgo che i segni non sono semplicemente spariti: sono stati riassorbiti dal mio corpo, che li ha inglobati e accolti come sul momento ha accolto il dolore; ora sono dentro di me, trasformati in ricordi, in sensazioni, in tessere aggiunte al puzzle di me stessa.
Non scompariranno mai.

Di corsa

Telefonate, email, scartoffie, scadenze. Mi sono scelta io di fare un lavoro per il quale si è sempre di corsa, pieno di responsabilità e – attualmente – non pagato. In alcuni momenti vorrei sbattere la testa contro il muro. Spesso mi maledico; mai più, mi dico, mai più.
Anche se poi la soddisfazione calda che provo quando riesco, pur tra mille casini, a far quadrare il cerchio… è immensa. Così immensa che per un poco mi fa abbandonare tutte le mie insicurezze, la mia bassa autostima, le mie sensazioni di inadeguatezza, e mi fa volare alto, dove sono finalmente una persona completa.

Poi plano e torno a volare basso, come sempre, ma quei momenti d’aria pura mi rinvigoriscono, mi spronano; mi ricordano che lassù, oltre la nebbia, splende sempre un sole accecante ed il cielo è così blu che toglie il fiato.

Be the master of your own domain

Il banner di WordPress, che appare sempre in testa alla bacheca, mi fa sorridere ogni volta. No, WordPress, non è nelle mie corde essere master, anche se capisco cosa intendi – e non è quello che intendo io
Ma questo mi fa pensare una cosa.
Io, dopotutto, come persona, appartengo innanzitutto a me stessa. Dovrei dunque avere maggiore rispetto di me, in quanto mia prima e imprescindibile Domina. Nel non onorare me stessa fallisco come slave, che è proprio ciò che non voglio.
Questa riflessione illumina di una luce tutta diversa il mio burrascoso rapporto con me stessa, indicandomi una via nuova per uscire dai miei propri conflitti.
Grazie, BDSM: hai una soluzione per tutto!

Danza

C’è un momento, nel movimento della danza, che i tuoi piedi sanno cosa fare. Non devi più pensarci; il piede nudo si posa sul parquet, si solleva, vola. La coreografia non è più questione di concentrazione, di testa, per ricordare la sequenza dei passi. Il pavimento diventa elastico e ti fa rimbalzare in aria. La mente si svuota e ti lasci trasportare dal ritmo, dalla musica, o anche solo dal secco scandire il tempo della voce della regista, dal battere sul tamburo di legno.
La sensazione del piede nudo che si sposta con saggezza sul terreno è ciò che conta, qui. Mette in contatto con la Terra, con la divinità. Danzare è un atto sacro – per questo è nato, in tutte le culture del mondo.
Il piede si muove. Il corpo lo segue. La fatica è solo un accessorio, un braccialetto; non è che non ci si faccia caso, solo diviene parte stessa della danza. La fatica ti informa di ogni singola parte del tuo corpo che si sta muovendo ora; ti fa sentire la coscia, il calcagno, la pancia, il braccio, il dito. Non ci sono più parti di te che ignori; tutto il tuo essere è permeato dalla fatica e canta, libero di potersi esprimere.

Così voglio sentirmi ogni giorno: viva, sudata, forte. Felice nella consapevolezza di me che mi dona la fatica di fare qualcosa che amo fare.

Del poliamore ed altri demoni

Non ricordo più dove avevo sentito parlare la prima volta del libro “The Ethical Slut”. Forse è stato dopo aver letto i primi libri sul BDSM (come “The bottoming book”, che è delle stesse autrici – Dossie Easton e Janet Hardy). Comunque l’ho comprato e letto avidamente, agli inizi del mio percorso di scoperta di me; ho appena preso la seconda edizione aggiornata e ampliata (ma devo ancora guardarla).
Ricordo che il concetto di poliamore mi sembrò subito meraviglioso. “L’amore non si divide: si moltiplica”. Si possono amare con la stessa intensità più persone, ed avere più di una relazione allo stesso tempo, con il consenso e la consapevolezza di tutti. Un modello di relazione non-monogama aperto.
Di certo una parte di me stava trovando giustificazione e autorizzazione ai miei desideri kinky e di esplorazione al di fuori della coppia.
Ricordo benissimo quel paragrafo che diceva “siate pronti a concedere al vostro partner quello che richiedete per voi stessi, per correttezza”. Ero e sono d’accordissimo, anche se non credevo avrei dovuto applicare io quell’apertura mentale. Credevo di essere una persona immune alla gelosia.
Tuttavia la mia personale insicurezza, sommata alla bassa autostima, funse da detonatore per una crisi emotiva e di gelosia notevole, alla prova dei fatti.
Mi mancò, sicuramente, una community con cui confrontarmi. Altre persone con cui parlare di questo. Viverlo nascosti mi isolò nel mio dolore, avviluppandomi in una spirale discendente da cui non sapevo come uscire, né se ne sarei uscita.
Infatti, ho iniziato a risalire la china quando ho iniziato a poterne parlare, con il mio primo vero Padrone.

Quello di cui sono orgogliosa è di non aver mai rinunciato. Non aver mai detto “adesso basta”. Anche nel dolore peggiore, non ho mai ritenuto giusto chiudere, unilateralmente, senza rispetto per i sentimenti delle altre persone coinvolte.

E’ mancata così tanta comunicazione; così tanta comprensione. Sono tuttora sicura di aver subito delle ingiustizie, e di averne comminate. In entrambi i casi, sarebbero potute venire risolte e gestite molto meglio, con meno sofferenza, meno confusione, meno silenzi soprattutto. Meno rancore. Con la consapevolezza che ho ora tante cose sarebbero andate diversamente. Ma si sa, del senno di poi son piene le fosse.

Almeno, sono felice di starmi tuttora tirando fuori. Sto crescendo al di sopra del terreno, ora, o così mi sembra. Ho messo buone radici e sto prendendo nutrimento dal fango che prima mi sommergeva. Leggo, mi informo; scopro nuovi spunti. Prendo nuova consapevolezza di dinamiche possibili, vedo cose che avevo sotto gli occhi ma mi sfuggivano.
Quello che è sempre stato vero è che più mi chiudo e pongo limiti (in primis a me stessa) più sto da schifo; per stare meglio non devo chiudermi di più (anche se ci casco sempre!), ma aprirmi; aprire il cuore, lasciar fluire i desideri, le voglie, le emozioni, i sentimenti. Darmi il permesso di desiderare, di essere me stessa; perdonarmi perché non sono quella che voleva mia madre, o la società, o chissà chi, ma sono io, sfaccettata e strana e incredibile.

Ho ripreso a parlare. Con ancora la paura che la mia opinione non conti e che venga disprezzata, ma ora quella paura la affronto. Comincio a crederci, di avere le palle, e inizio a farle valere.