Sogno

Stanchissima, mi avviluppo nella coperta nuova appena comprata e mi addormento sul divano. Un sonno ristoratore di cui ho un gran bisogno. Sogno.

Il vento mi sferza il viso, mentre cado velocissima: mi sono lanciata da una rupe col paracadute. Schizzo come un razzo verso il basso, intorno a me un paesaggio d’incanto: canyon e rocce rosse, il deserto, una piccola strada che scorre sul fondovalle; il sole splende e il cielo è azzurro. Rido, felice: è una giornata magnifica e tutto è meraviglioso.
Davanti a me volano verso il basso due ragazzi a cavallo di delle mountain bike; penso: caspita, loro sì che fanno una cosa difficile: dopo, planando, devono riuscire ad atterrare su quella stradina laggiù sulle due ruote e pedalare via!
Ad un certo punto loro aprono il paracadute, che li tira su per la collottola; mi sovviene che è il momento che lo apra anch’io. Con un po’ d’agitazione annaspo cercando la maniglia che ho sul petto, la trovo, la tiro: lo zaino si apre ma il paracadute non esce. Esce a metà, ma si incastra su se stesso, rimane piegato e non riesce a svolgersi.
Stranamente, non ho paura. Mi rendo conto di cos’è successo e mi dico: niente panico, altrimenti sono fregata; ce la posso fare, devo solo agire con calma.
In quel momento, ma solo per un attimo, comprendo che è un sogno, e che sta per diventare un incubo. Non voglio.
Mi batte il cuore nel petto. Alzo le mani e raggiungo il paracadute impaccato, lo sprimaccio, lo spiego e riesco a farlo aprire. Atterro dolcemente e senza problemi, il cuore in tumulto per l’emozione dell’esperienza. Respiro a fondo e mi tremano le gambe, ma sono al settimo cielo.
Poco dopo, nella sala d’attesa per risalire in cima alla rupe, un amico mi fa: “Ho visto che non ti si era aperto il paracadute, sei stata brava!”; accanto a lui, mia madre sbotta: “Cosa?! Non ti si era aperto il paracadute?!!”; al che io giro gli occhi al cielo e gli dico: “Ehi, grazie per averlo fatto sapere a mia madre, adesso vorrà impedirmi di farlo di nuovo perché avrà troppa paura!”; lui ride.

Mi sveglio rinfrancata e riposata. Quando il ricordo del sogno mi raggiunge la mente cosciente, resto stupita: quello che poteva essere un incubo angoscioso, è stato invece un sogno di forza e felicità. Perché l’ho voluto; non mi sono permessa di cedere al panico e ho avuto fiducia di farcela.
Sorridente, caracollo a farmi un caffè; procedo nella giornata come ancora sospesa tra le nuvole.

Ricordo della festa

Mi osservo minuziosamente le cosce e i seni. Terminato l’esame mi rassegno all’evidenza: i segni della festa di sabato scorso sono spariti. I feroci morsi del cane (la bacchetta, non l’animale), così taglienti quando mi si incidono nella carne, hanno cessato di decorarmi con i loro solchi rossi, dolce ricordo di una serata di gioco.
Così come sono scomparsi loro, mi accorgo di non averne scritto nemmeno una riga.

Un’amica di facebook mi scrive: ho visto che durante la festa sei stata molto coccolata.
Sorrido: sì, coccolata con la frusta e la cera rovente. Blandita con il vibratore e accarezzata dalle mani del Padrone e della Lady: quattro mani su di me per un duetto al pianoforte, mi hanno fatta risuonare secondo la loro melodia. Spero che i miei gemiti e strilli siano risultati graditi all’orecchio, i miei spasmi piacevoli all’occhio.

Passo ancora la mano sulla pelle liscia e intatta, la mente che torna alla festa.
Mi accorgo che i segni non sono semplicemente spariti: sono stati riassorbiti dal mio corpo, che li ha inglobati e accolti come sul momento ha accolto il dolore; ora sono dentro di me, trasformati in ricordi, in sensazioni, in tessere aggiunte al puzzle di me stessa.
Non scompariranno mai.

Di corsa

Telefonate, email, scartoffie, scadenze. Mi sono scelta io di fare un lavoro per il quale si è sempre di corsa, pieno di responsabilità e – attualmente – non pagato. In alcuni momenti vorrei sbattere la testa contro il muro. Spesso mi maledico; mai più, mi dico, mai più.
Anche se poi la soddisfazione calda che provo quando riesco, pur tra mille casini, a far quadrare il cerchio… è immensa. Così immensa che per un poco mi fa abbandonare tutte le mie insicurezze, la mia bassa autostima, le mie sensazioni di inadeguatezza, e mi fa volare alto, dove sono finalmente una persona completa.

Poi plano e torno a volare basso, come sempre, ma quei momenti d’aria pura mi rinvigoriscono, mi spronano; mi ricordano che lassù, oltre la nebbia, splende sempre un sole accecante ed il cielo è così blu che toglie il fiato.