Sub drop

Si definisce “sub drop” (con la controparte “Dom drop”) uno stato di depressione ed apatia in cui può cadere il sub dopo una sessione particolarmente intensa, anche il giorno dopo o i giorni successivi. A livello biochimico è un calo fisico di tutte le endorfine e le altre sostanze rilasciate durante la sessione.

Sono in sub drop da due settimane.
Pur con alti e bassi, dall’ultima sessione ho avuto un calo di umore pauroso. Mi sento incapace, brutta, inadeguata eccetera, e ho pochissima voglia di fare alcunché. Poi per fortuna mi ripiglio e ciò che devo fare lo faccio, ma sono costantemente sull’orlo dell’umor nero. Basta pochissimo per imparanoiarmi o sentirmi una cacca.
Aver trovato in rete la definizione di sub drop mi ha almeno dato una risposta al perché sto così.

Sono in pensiero sia perché non vedo l’ora di poter stare ancora col Padrone e non so quando potrò (per motivi prettamente logistico-organizzativi), sia perché ho paura di questo mio desiderio. Non è possibile, non voglio che questo abbia un’influenza così forte su di me. Eppure, è anche il suo bello: se non mi lascio andare a questo, all’appartenere, al dipendere… che senso ha un rapporto D/s?

Limiti

Per me, nel bdsm, i limiti e il fatto che debbano essere rispettati sono due cose sacrosante. Ho imparato che ho dei limiti, e ho imparato a dichiararli e a pretendere che siano tenuti in considerazione, da me e da chi gioca con me.
Ad esempio, gli sputi sono un limite per me; mi fanno senso.
Poi, chiaro che so, accetto, desidero che i miei limiti possano essere spinti un po’ più in là; che possano essere messi in discussione. In una scena di umiliazione in cui fossi molto presa, potrei accettare uno sputo, anzi probabilmente mi piacerebbe… ma non in faccia o in bocca. I limiti possono essere spinti con cautela, non travolti.

In un altro contesto, il Padrone mi suggerisce (ordina?): “Impara ad accettare i tuoi limiti!”
Io penso: “Uffffffff sì certo, come no”, incapace come sono di ammettere di non farcela a far qualcosa (cfr post precedente).

Allora: perché nel bdsm non ho (più) problemi o remore ad ammettere, accettare e difendere i miei limiti, e nella vita quotidiana io per prima me li calpesto, incapace persino di riconoscere di averne? 

Un sacco da fare

Tantissime cose da fare e così poco tempo. O così pare.
Rimango indietro con i miei doveri, con le cose che ho promesso di fare, con quelle che mi è stato ordinato di fare. In alcuni momenti ho un moto di stizza: non ho tempo, non ho tempo!! Come posso fare tutto, la giornata ha solo 24 ore!
Poi, però, chino il capo. Di queste 24 ore che mi sono date… quante le butto a girare su facebook? Quante a spulciare hentai che mi fanno bruciare di voglia, senza nemmeno che possa soddisfarmi?
Intorno a me ci sono persone comprensive che mi dicono: lo capisco, sai, hai molte cose da fare. E più me lo dicono, più impazzisco di rabbia. Perché non mi sento capace di riuscire a fare tutto.
Non riesco ad ammettere di non farcela.
E non riesco a smettere di perdere tempo.
So che potrei fare tutto, e anche di più, se solo riuscissi ad organizzarmi come si deve, se solo non mi abbandonassi mai al dolce far niente, se solo riuscissi a dormire di meno. Più cose faccio, più me ne ritrovo da fare; più ottengo risultati, più piango di rabbia per non averne ottenuti di più. Mi tiro la croce addosso perché non sono mai abbastanza brava. Guardo le altre persone e mi pare che oro sì, riescano a fare tutto; tutti riescono a fare tutto, tranne me: a me resta sempre qualcosa fuori, qualcosa indietro.

Nel mentre che mi struggo e mi dibatto nelle pastoie delle liste di cose da fare, i panni da stirare si accumulano e continuo imperterrita a dire sì a qualsiasi impegno che sopraggiunga.

La mamma è sempre la mamma

Forse, alla fine dei conti, dovrei persino ringraziare mia madre. Dopotutto, volendo fare un po’ di psicologia da quattro soldi, è anche merito del rapporto disturbato che abbiamo sempre avuto se da grande sono diventata la persona masochista e sottomessa che sono. Se ora posso godermi certe emozioni ed esperienze così forti ed intense, è anche grazie a lei. Forse.

In ogni caso, preferisco avere incontri SSC con un Padrone che mi umilia e mi frusta facendomi godere, piuttosto che andare a pranzo da lei a subire sensi di colpa e lamentele che non mi provocano alcun piacere.
Masochista sì, scema no.
Sono cresciuta, mamma; non sono più la tua bambina.

Fantasia vs realtà

E’ bello lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare le situazioni più incredibili ed eccitanti… Io personamente vi indulgo spesso.
Poi, terrorizzata, cerco di nascondere le mie fantasie, anche se magari le ho messe per iscritto per qualcuno o ne ho tratto un racconto. Temo di avere esagerato, o di essere “troppo”. Troppo porca, troppo perversa, troppo. Troppo schifosa.
La mia paura più grande è che le persone che ho attorno, soprattutto quelle più vicine a me, quelle cui voglio bene, si ritraggano da me con orrore. Che mi abbandonino perché ho certe fantasie, certi desideri. E vale anche per persone che so essere anch’esse kinksters, bdsmers.

Anche perché, nel pur variegato mondo delle perversioni, c’è un oscuro e antipatico bigottismo di ritorno… si fanno distinguo tipo “io faccio questo ma non farei mai quest’altro”, come a giustificarsi a se stessi e agli altri, come a rivolere indietro una qualche innocenza.
Questo credo sia l’effetto a lungo termine di un certo tipo di educazione/cultura basato ancora adesso su ipocrisia e senso di colpa.

Adesso, sto imparando ad accogliere ogni lato di me; ad apprezzare le mie fantasie senza più vergognarmene… se non nella misura in cui la vergogna diventa un ulteriore gioco per aumentare l’eccitazione.

Una parola di troppo?

Ci sono volte che vorresti rimangiarti quello che hai appena detto; parole scappate perché eri arrabbiato, o stanco, o triste.
Altre volte invece ti penti di non aver detto qualcosa. Persa l’occasione, chissà se si ripresenterà mai la possibilità di dire quello che pensavi in quel momento.
In entrambi in casi il rovello del detto/non detto ti mangia da dentro.

Questo non dovrebbe mai capitare con la safeword.

Da discussioni con altri ho visto che c’è poca chiarezza sul termine; per me è una parola (o un segnale) di sicurezza, che il Dom o il sub possono utilizzare per interrompere una scena o una sessione per qualsivoglia motivo, dal crampo al flashback emotivo al dolore troppo intenso. C’è chi ne ha di due livelli, una per interrompere momentaneamente e una per interrompere del tutto. Per me vale averne una sola, che interrompe sul momento, permettendo di parlarsi, spiegare che succede e vedere se proseguire o cosa fare a seconda del motivo per cui si è interrotto.

Alcuni, invece, la considerano l’estremo baluardo da non raggiungere mai, perché farlo significa superare le colonne d’Ercole oltre le quali non vi può essere ritorno. Ovvero, si chiude baracca e burattini e non si gioca mai più.
Altri ancora la reputano una sfida: picchiami ma non la dirò mai, costi quello che costi.

Stante che c’è chi la considera così, diverse persone mi hanno detto di considerarla superflua, se non addirittura pericolosa: il Dom gioca fidandosi del fatto che il sub dirà la safeword in caso di bisogno, quest’ultimo invece tiene duro (per motivi suoi) all’infinito… e si arriva a provocare dei danni non auspicabili. La safeword diventa pericolosa perché è un mezzo di sicurezza che può non venire usato.
Per me equivale a dire che un guard-rail è pericoloso perché può esserci chi ci va addosso apposta per vedere se tiene, e magari finisce nel dirupo. Ovvero, viene considerato pericoloso il mezzo e non il comportamento di chi lo usa (o lo dovrebbe usare). Togliere il guard-rail per me non è una soluzione, perché allora il dirupo è più facilmente accessibile anche a chi non vorrebbe avvicinarcisi troppo.

Si dice: ma un bravo Dom capisce se il sub sta male, perché lo sente empaticamente e sa leggere i messaggi non verbali. Ora. Una cosa è l’empatia, un’altra la telepatia. Per quanto ami anch’io pensare al mio Padrone come a un essere soprannaturale che tutto può, non è così: è un essere umano tale e quale a me. Soggetto a sbagliare, anche nelle condizioni migliori possibili.
Per questo c’è (ci dovrebbe essere) la safeword: per passare una parte di responsabilità al sub. Chiaro che la parte più consistente di responsabilità sul buon andamento della sessione rimane al Dom – che è quello con la frusta in mano, quello che non è né legato né imbavagliato e quello che ha il controllo della situazione. Dare la responsabilità della safeword al sub non significa deresponsabilizzare completamente il Dom che allora può pensare “gioco a cazzo di cane, ‘ndo cojo cojo, alla peggio mi dice la safeword”.

Si gioca in due. Chi si affida ha il dovere (verso se stesso e verso l’altro) di affidarsi responsabilmente. Perché senza assunzione di responsabilità anche la consensualità comincia ad avere dei confini labili: posso consegnare consensualmente solo ciò su cui ho giurisdizione; se non sono responsabile di me, quale responsabilità sto donando al Dom?

Mal che si vuole…

…non duole, dice la saggezza popolare.

Io, però, quel dolore lo voglio proprio perché fa male.
Se non facesse male in un modo che poi amo non lo vorrei, e non farebbe male.

Che venga questo dolore amato, che mi segni la carne, che mi liberi la mente, che mi bagni la figa.

100

Tanti auguri a me!
Per il centesimo post del mio blog, ho deciso di farmi un regalo e passare a pro, acquistando il dominio. Ora questo posto è più mio che mai.

Racconto: Scent

Quando arrivo c’è un po’ di tensione dovuta a questioni di vita quotidiana; per la serenità necessaria decidiamo di attendere un poco prima di giocare, lasciando sbollire il nervosismo, per accogliere un mood più adatto. Io sono tranquilla, non ho urgenze né desideri impellenti, così mi godo questo interludio. Faccio un giro con la Lady a comprare le sigarette del Padrone: è una bella giornata di sole, che a tratti si copre ma già prelude a una bella primavera; sorrido e assaporo questa quotidianità, questa tranquillità. Ma non dimentico di dare del lei… quasi mai.
A casa io e la Lady prepariamo il pranzo. Apparecchio la tavola per tre. Sono decisamente tranquilla, non un pensiero mi sfiora. Il Padrone arriva in cucina dallo studio, si ferma in mezzo alla stanza e dice: «Com’è che ci sono tre piatti sul tavolo?». Io trasalgo.
«Bè… volevo illuderla», spiega lei con un sorriso.
Lui mi fissa. «Ti sei illusa?», mi chiede.
Io chino il capo: «Sì Padrone».
«Bene – fa lui – ora metti il piatto per terra».
Non gli dico quanto in realtà sia più felice di mangiare per terra, ma credo che lo sappia. Più che essermi illusa, ero quasi dispiaciuta di stare a tavola… mi piace sapere qual è il mio posto, e mi piace mi sia ricordato. In ogni caso, questo scambio di battute mi dona un brivido.
Quando la pasta è pronta servo i Padroni, poi mi accoccolo sulla mia copertina, a terra accanto al tavolo; il piatto fuma e ho fame, ma non oso toccare cibo. Guardo lui: aspetto che inizi, poiché non ho il permesso di mangiare finché non ha iniziato. Il Padrone tergiversa, accende la tv e gira tra i canali, gira la pasta nel piatto e, finalmente, infilza i maccheroni con la forchetta e dà il via al pasto. Mi chino sul piatto, grata, e mangio come un cane, direttamente con la bocca.
La giornata così normale cambia qualità in modo quasi impercettibile, su queste sfumature; chiacchiere serene e tranquille, ma loro sul divano, io sul pavimento; un pranzo normale, ma loro a tavola e io a terra.
Questi dettagli mi donano una sensibilità amplificata. Mi sento bene, eccitata. Continua a leggere

Scegliere chi servire

Ormai da un mese lavoro gratis. Bene, mi sono rotta.
E’ nel mio carattere essere molto disponibile, propensa a soddisfare e anche compiacere gli altri, dare tutto ciò che posso al meglio che posso. Sentirmi dire “brava” è una delle cose che amo di più.
Ultimamente, però, mi sono accorta che tutto questo è splendido all’interno di un rapporto consensuale di dominazione e sottomissione, un po’ meno nella vita quotidiana e soprattutto lavorativa. Ovvero: queste caratteristiche del mio carattere mi danno gioia se le attivo in un ambito D/s, se invece me ne faccio prendere la mano nella quotidianità finisco per farmi manipolare.
Il bdsm non è solo un bel gioco, per me. Mi riempie fino al colmo della mia anima, mi innesta forza fino al midollo. Ciò che ora vivo da slave mi soddisfa nelle mie esigenze di servire, e mi dona la consapevolezza necessaria a scansare gli sfruttatori. Quindi basta lavorare gratis.
Servo solo chi SCELGO di servire.