Aperta

Vengo tenuta aperta.
Seduta sul divano, le gambe larghe, il Suo braccio che mi pesa sul petto e mi tiene giù. Tengo gli occhi chiusi: forse, spero, se io non vedo loro, loro non vedranno me; non mi vedranno così esposta, così bagnata, così spaventosamente in balìa del piacere. So che è solo un’illusione, e anche da dietro le palpebre posso intuire i sorrisini che hanno in volto. Sorrisi compiaciuti, derisori.
Vorrei seppellirmi; vorrei scappare; vorrei nascondermi. Gemo e gorgoglio mentre mi masturbano.
Sento le unghie di Lei incidermi la carne, e il dito di Lui farsi strada in me. Strillo. Mugolo un “no” che non è un no. Godo e non riesco a impedirmi di godere.

Dopo, il Padrone mi sfotte: “Te la stai godendo un bel po’, eh?”. Sghignazza.
Che stia godendo un bel po’ è indubbio. Ma che “me la” stia godendo, è tutto un altro discorso. Quasi quasi, preferirei prendere colpi di cane e di frusta, piuttosto che essere obbligata a venire così tanto; gli orgasmi che si susseguono sotto lo stimolo che mi viene imposto mi mettono di fronte all’evidenza della mia predisposizione al piacere, che non credevo tanto potente.
Una volta mi è stato detto: è bello che sei così responsiva. Mi era piaciuto il termine. Lo faceva suonare come una cosa dolce.
Adesso, sento il Padrone sibilare: “Troia”, ed è una stilettata nello stomaco, che si contrae in una morsa. Le guance mi avvampano e mi sento bagnare in mezzo alle gambe.
Questo piacere che sento così forte, cui vengo obbligata contro la mia volontà, mi umilia e mi trasforma in una bestia in calore. La vergogna che provo mi rimescola dentro. L’umiliazione mi riverbera addosso per giorni, fino a sentirla quasi costante.

L’orgasmo mi viene inflitto come una frustata che mi colpisce l’anima.

34

Quando sarò più vecchia (quando sarò grande?), potrò sempre essere piccola?
Certo non crescerò mai di un altro centimetro oltre i miei 153.
Ma io adoro sentirmi piccola; sentirmi bambina, ragazzina; sentirmi sovrastata da un Padrone più grande di me in ogni senso, anche anagrafico. Non mi piace fare la bambolina leziosa, se no cercherei una relazione Daddy/babygirl, ma che ami sentirmi piccina è indubbio.
E quando di anni ne avrò molti di più? Avrò più rughe, più segni del tempo. Sarà difficile, allora, passare per piccola, anche ai miei occhi. Ma dubito che cambierò disposizione d’animo, dubito che mi passerà il desiderio che ho dentro di essere resa piccola e dominata.
Non so se mi converrebbe magari curare moltissimo il mio aspetto, per arrivare ai 50 con un corpo da ragazza; non so, perché comunque il viso direbbe la verità. E inorridisco all’idea di rincorrere una giovinezza falsa, artificiosa, fatta di chirurgia estetica e botulini.

Probabilmente la cosa migliore da fare sarà vivere e vivermi con sincerità ed onestà, adattandomi al mio avanzare di età, sperando che il mio animo possa sempre sopperire a quanto mi manca o mancherà in estetica.

Intanto, festeggio un felice compleanno. :)

Attitudini

Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.

Sole e tempesta

Viaggio veloce lungo l’autostrada. Alla mia sinistra nuvoloni neri e minacciosi si addensano, all’orizzonte già si allungano a terra in strascichi grigi di pioggia. Alla mia destra un cielo azzurro, placido, di un tardo pomeriggio che non vuole diventare sera.
Viaggio così, veloce, lungo il limitare tra il sole e la tempesta; il confine frastagliato delle nuvole mi sovrasta e sembra seguire il percorso dell’autostrada, o forse sono io a seguire quel tracciato aereo. 
Baciata dal sole e bagnata dalla pioggia; scrosci violenti si abbattono sulla mia auto, mentre alle mie spalle squarci tra nubi lasciano filtrare raggi di sole come segni di grazia divina.

Allo stesso modo, nella mia anima il tumulto delle emozioni si contende spazio con la serenità.

Viaggio veloce verso i Padroni, con il sole nel cuore e il diluvio tra le gambe.

Crepuscolo

Guardo il cielo all’imbrunire, mentre torno a casa in auto: azzurro che vira al blu che vira al nero, nuvole che tagliano l’orizzonte con lame buie; chiazze di notte che macchiano il crepuscolo. Timide stelle fanno capolino e subito si nascondono in mezzo alle nubi. Profili di città e montagne ciclopiche si stagliano nere contro l’orizzonte, crollano e si ricostituiscono al soffio di venti lontani: cumulonembi ingannevoli e cupi ridisegnano il mondo. Le luci delle metropoli si rivolgono al cielo sfidandolo, dipingendo le nubi di sfumature purpuree, tramutandole in una sanguinolenta, opprimente, inquietante presenza che incombe sul mondo.

Fiotti di emozione mi si agitano dentro, me così piccola sotto questa volta infinita.

Nell’osservare questo spettacolo immenso e mutevole, la grandiosità del cielo è tale che mi bagno.

Sguardi

Che cosa vedo nei suoi occhi?
Quando mi ordina di guardarlo, mentre mi sta facendo delle cose, i suoi occhi azzurri mi magnetizzano. Vorrei disperatamente distogliere lo sguardo, ma non posso. Lo guardo e i suoi occhi mi passano da parte a parte, mi catturano, mi soggiogano. Non sono più io; mi riverso a terra, esposta alla sua vista.
Vedo scherno, potere, controllo. Vedo il suo divertimento mentre mi usa, mentre non posso impedirmi di sentire quello che mi fa e che mi scuote.

Che cosa vedrà lui nei miei occhi?
In quel momento in cui i nostri sguardi si incrociano, cosa vede che lo fa sogghignare? Cosa vede che lo fa infierire?
Vede la mia anima rovesciata il dentro di fuori?
Vede la mia paura, il mio desiderio, la mia brama, la mia umiliazione?
Vede in me ciò che nemmeno io conosco di me stessa?

Sotto il suo sguardo mi sento liquida, sciolta dal ghiaccio rovente dei suoi occhi.

Weekend

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Torno a casa da questo weekend con una più profonda consapevolezza della mia sottomissione, ed una visione più chiara del fatto che è esattamente quello che voglio.
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Back in heels

Sono felice di essere tornata sui tacchi.
Adesso non c’è nessuno che me l’ha ordinato; lo faccio da me, per me. Indosso scarpe col tacco, meglio se alto.
Certo, sono scomode e non posso correre. Però mi vedo bella.
Troppo a lungo sono andata in giro in jeans e scarpe da trekking; troppo comoda, troppo dimessa. Ero diventata trasandata dentro.

C’è sempre questo conflitto in me: da una parte amo essere sportiva, agile, pronta per il lavoro manuale; jeans, maglietta, scarpe basse, marsupio, berretto. Non una fighettina incapace.
Dall’altra parte, però, ambisco ad essere carina, sexy, elegante; gonna, tacchi alti, abiti fascianti, foulard. Delicata, non una maschiaccia senza maniere.

Ci sono queste due anime in me. Se lascio che una delle due prenda il sopravvento per troppo tempo, mi sento snaturata, a disagio. Riuscire a dar voce ad entrambe, bilanciarle e appagarle, è un lavoro d’equilibrio complesso e faticoso.

Sforzo sovrumano

Ho sempre addosso questa terribile sensazione di non fare abbastanza, o abbastanza bene; un’angoscia che mi mordicchia i calcagni, che mi stringe la gola. Mi sento in difetto, inadeguata, sbagliata; aspetta, non era mia madre che mi diceva così? A volte penso: è una mia inclinazione naturale. Ma in realtà è innaturale, indotta; innestata in me fin da piccina, ha radici così profonde e viticci così avviluppati nel mio animo inconscio che fatico a tranciarli. Una mala pianta che confondo con le mie vere radici, ma che mi toglie acqua, ossigeno, vita.

C’è anche, sempre, lei. Riesco a non pensarci ma salta sempre fuori. Con nessun’altra mi viene questo feroce senso di competizione – non così feroce. Un senso di smacco terribile perché non faccio le stesse cose che fa lei, o non come lei, o di più, o meglio, o chissà.
Non ha forse anche lei il diritto di viversi i cazzacci suoi? Pubblicare le foto che le pare, dichiarare quello che le pare, condividere quello che le pare, vivere quello che le pare?
Certo.
Forse il punto è: non ho forse IO il diritto di vivermi i cazzacci miei, eccetera?
Ecco, perché forse questa invidia che mi rode mi sale perché nego a me stessa di dire/fare certe cose. Mi trattengo nella convinzione di essere in torto, di non dovermi permettere, di non avere diritto. Per non disturbare, non dispiacere, non indisporre.
Ma nessuno me l’ha chiesto; nessuno mi ha mai detto che disturbo, né che dispiaccio.

Compio uno sforzo sovrumano che non ottiene riconoscimento, perché a nessuno è mai venuto in mente che dovessi farlo; tranne che a me.

Adesso sono io

Adesso sono io la terza, l’altra. La secondaria. La slave.
So qual è il mio ruolo; so qual è il mio posto. Certo, come ogni animale ogni tanto alzo la testa, reagisco, mi ribello; ma solo per essere tenuta giù. A questo ambisco: ad essere tenuta giù.
Non voglio ferire nessuno. Non voglio provocare dolore inutile, dolore superfluo.
Sta a me. È compito mio, ora, la rassicurazione. È mio dovere stare buona e non provocare: gelosie, attriti, sofferenza, incomprensioni. Non pretendere nulla oltre ciò che mi viene concesso. Non pretendere nulla oltre ciò cui ho diritto.

Posso dire: sono stata tentata. Mi sono trovata in quella stessa situazione. Dall’altra parte. Ma ho scelto diversamente. Certo ho avuto paura; paura di cedere. Perché sono umana e di carne.
Ma ho pensato: no, io non sedurrò il Padrone.

Mi ha battuto il culo con forza per un’ora e ne sono uscita sbavante, tremante, ubriaca – ma con ancora le mutande addosso.