Rilascio

Dopo che l’elastico si è teso tanto che ho temuto si spezzasse – che mi sentivo così spenta da arrivare a credere che non avrei più avuto voglia – sono arrivata dal Padrone quasi in sospensione onirica, ed ho atteso.
Atteso di vedere se fossi davvero sulla cima di una collina pronta a rotolare giù, e se mi sarebbe stata data una spinta, o se non fossi invece su un prato piano e piatto, pieno di fiori e di noia.

E tutta la tensione accumulata invece si è rilasciata in un colpo solo, in un pomeriggio che mi ha ridotta ad una polpetta cruda, ad un ammasso di macinato informe, manipolato e rattrapito che implorava pietà.

Ora, lascio che il vento mi passi sulla pelle nuda, la testa reclinata sulla Sua coscia. E resterei qui per sempre, per sempre; ad assaporare la carezza forte delle Sue mani così grandi, delle Sue dita dietro l’orecchio, a scodinzolare mentre i segni virano dal rosso al rosa o dal rosso al nero, tanto colma di gratitudine da sentirmi traboccare.

In pausa

Ogni tanto mi pare che qualcuno mi prema un pulsante “pausa” che devo avere dentro da qualche parte. In quei momenti la mia libido in un certo senso si affloscia; se devo scegliere tra sesso o sonno, scelgo sonno.
Ma ci vuole davvero pochissimo a risvegliare quella voglia che mi alberga dentro: una frase, un’immagine, un pensiero, uno modo di stare seduta.
Credo che quei momenti non siano effettivamente di pausa: sono di rincorsa.
La mia voglia si fa indietro solo per prendere lo slancio, e attende il momento buono per gettarsi nuovamente in avanti, di petto, verso ciò che mi eccita, che mi solletica, che mi fa fremere e bruciare.
Lo sento: l’elastico è teso ora. Basta poco, basterà poco.

Stramash

Sono sempre così controllata.
Sono sempre così maledettamente controllata.
E mi serve di trovarmi per caso al  concerto di un gruppo ska-celtico, con la sua musica in levare e la cornamusa, e un po’ di birra in corpo, per lasciarmi andare e saltare e ballare ridendo come una pazza, scuotendo i capelli sciolti a destra e a sinistra in un headbanging forsennato, battendo le mani al ritmo di quelle gighe scozzesi.

In tutto questo non trovo di meglio da fare che girarmi verso di te e dirti “scusa” quando vedo che mi guardi stupito sorridendo.
Sì, sono spesso rigida e passivo-aggressiva, ma dentro di me gioca a nascondino una bimba piccola che vuole correre, saltare, giocare. E me ne vergogno un po’.
Scusami se ogni tanto la lascio uscire a divertirsi.
O forse, scusami se per la maggior parte del tempo la chiudo in camera sua a mortificarsi.

Edera

L’appartenenza al mio Padrone è cresciuta in me poco alla volta; come un’edera che lentamente avviluppa una pianta, essa si è fatta strada in me a legarmi il cuore.
All’inizio era una piccola piantina; la guardavo e dicevo: “Che carina!”, e come una bimba curiosa e cattiva dell’innocente crudeltà dei bambini provavo a strapparla. Ed essa in effetti si faceva strappare, ancora così piccina: i minuscoli tralci cedevano e mi abbandonavano. Allora terrorizzata lasciavo andare, e appoggiavo nuovamente quell’ederina alla pianta del mio animo perché tornasse ad abbracciarmi.
Ed essa è cresciuta, si è stretta attorno a me; se anche ora provassi a tirarla, non cederebbe. Le sue spire mi avvolgono, mi stringono in un abbraccio che non soffoca, ma protegge e sostiene.
Ogni giorno scopro che i suoi tralci si sono fatti strada in anfratti di me che non conoscevo.
Mi abbandono a questo abbraccio che mi decora l’anima.

Distanza

Mi piace sentirmi potente; indipendente, sicura di me. Sbruffona, anche. Cammino a testa alta, nulla mi turba, non me ne frega di niente. Sto bene da sola, certo. Non ho bisogno di niente e di nessuno. Pfui.
Appena sotto questa patina di unto, che mi spalmo addosso sperando di brillare, mi tormento il bordo dell’abito con le mani. Mi mordo le labbra e vorrei non comportarmi da riottosa. Vorrei essere più forte, sì, ma di quella forza vera che non richiede di essere messa in mostra, perché non è apparenza. Una forza che mi permettesse di far bene ciò che ci si aspetta di me, non di trovare scuse per non farlo.
Il tempo a volte passa così lento, così vichioso.
Adesso, mi impegno con tutte le mie forze per non prolungare una distanza che, di solito, faccio finta di non sentire, o di non considerare dopotutto così importante per me. Mi lascio cadere di dosso quella vuota dimostrazione di forza e cerco di caricarmi, invece, della mia debolezza, che è tanto più pesante. La porterò sulle spalle finché mi renderà veramente forte.
Con la coda tra le gambe, ubbidisco.

Ombre

Come un bambino che ha paura del buio e chiude gli occhi per non vedere il mostro che si nasconde e si svela tra le ombre, tengo le palpebre serrate. Sento con gli altri sensi, ascolto il tumulto del mio cuore e non voglio vedere niente; un’incomprensibile paura mi attanaglia. E con essa, fortissimo il desiderio di guardare.
Prendo coraggio e dischiudo gli occhi.
Sulla sua coscia vedo stagliarsi l’ombra del mio profilo, la bocca aperta, la lingua di fuori. Lo stomaco mi si contrae e rinserro le palpebre, solo per riaprirle ancora poco dopo, soverchiata dal desiderio di guardarlo.
Alzo timidamente lo sguardo e spero di non incontrare il suo.
Osservo briciole di realtà; rubo scampoli di visione. Gli occhi socchiusi, le pupille corrono a guardare vicino, vicino, lontano, vicino, sopra, vicino. Richiudo gli occhi e ascolto.
Mi sale dentro la marea e smetto di combatterla, di ricacciarla giù al grido di “è sbagliato”. Ormai quella voce non è più che un vecchio guardiano del faro, che sbraita contro gli scogli; ma il mare non lo ascolta più: mugghia il suo richiamo e si abbatte sulle scogliere, inondando la riva, sommergendo i dubbi, i forse, i sensi di colpa. Tutto rimane coperto da una schiuma bianca e dall’agitarsi convulso dei pesci.
Quando si placa la marea, rimango ansante e fradicia a contemplare la distesa infinita delle acque, le rocce lucide, spazzate dal vento. Allora sì, tengo gli occhi aperti e mi lascio riempire dal tramonto che filtra rosso tra le nubi.

Azzurro

I suoi occhi sono azzurri ma bordati di nero.
Non come quegli occhi di un turchese così chiaro, così labile, che si disperde nella sclera come una pozza d’acqua bassa, limpida e tranquilla, che non riserva sorprese.
I suoi somigliano più a un lago di alta montagna: circondato da alte rupi che gli si riflettono dentro e lo scuriscono, dandogli una profondità cupa, fatta del riflesso di altitudini ostili. Quelle vette così ripide, così ardue da scalare, divengono abissi inconoscibili. Appena sotto la superficie piatta si nasconde il gorgo pronto a inghiottire.
Così i suoi occhi mi divorano, conficcano in me i loro ghiacciai.

Preda

Sono preda delle mie sensazioni.

Quando accelera all’improvviso, facendo rombare il motore e schizzando lungo la strada sgombra; quando alza il volume di quei suoi pezzi dubstep, distorti e inascoltabili, fino a livelli da denuncia; quando si aggiusta in testa il cappello e inforca i suoi occhiali da sole fascianti…
…i capezzoli mi si induriscono e la figa mi si contrae, al passo col torcersi delle budella. Lo stomaco mi si strizza in una morsa, schiacciato contro il sedile dell’auto dall’accelerazione, dai bassi nelle casse, e non vorrei reagire così, dio se non vorrei.
Questi atteggiamenti che normalmente considero tamarri, nel sedile posteriore della sua auto mi soverchiano e non posso impedirmi di eccitarmi. Mi riduco ad uno stato animale, istintivo, in cui queste dimostrazioni moderne di forza hanno presa. E più mi dibatto cercando di oppormi, più la sua presenza alfa penetra in me, sfondando le mie difese, facendomi arrossire e abbassare il viso.

Socchiudo le labbra, ansimo, e spero che non mi stia guardando nello specchietto.

Bandierine

A volte diventa un gioco a fissare bandierine. Come in quei grandi tabelloni nei film di guerra, quelle specie di risiko. Territori da conquistare.
Mi spingo un poco oltre. Ci provo. Attendo, e la passo liscia. Fisso una bandierina.
Avanzo lateralmente, provo ad aggirare. Non accade nulla. Una bandierina.
Fisso bandierine sul Padrone; conquisto pezzi di lui, domino la sua volontà. Riesco a fargli fare quello che voglio, o a non fargli fare quello che non voglio. E’ un gioco di abilità, di ingenuità, di astuzia, di provarci e trattenere il fiato e riuscirci. Mi pare di vederlo con le bandierine addosso. Posso arrivare fino lì, posso spingermi fino là: fino alla bandierina. E le bandierine sono sempre un po’ più distanti.
E poi.
E poi in una mossa sola si gira e le mie bandierine volano via. Quando tocca a lui muovere, tira le fila di una strategia che rimane invisibile ai miei occhi e le mie bandierine vengono scalzate via, una alla volta, fino all’ultima.
Le guardo cadere a terra a bocca aperta, senza capire cos’è successo. So solo che ora torreggia su di me e tutti i miei sorrisini sotto i baffi, il mio credere di essermelo rigirato, non significano più niente.
Il tempo della conquista diventa il tempo della punizione, che mi pesa sulle spalle e mi fa chinare dolorosamente il capo; ora tutto è in salita.

Tiro un sospiro di sollievo.

Distrazione

Quando per caso o per scelta capito su un sito di hentai, difficilmente riesco a staccarmene subito. In preda a una specie di droga, di frenesia, clicco sulle immagini, procedo nelle tavole e guardo, guardo questi disegni così dettagliati, così porno, spesso così pervertiti e così pieni di umori che colano e schizzano. Prima che me ne renda conto è già passata almeno mezz’ora, un’ora, e le mie mutande sono nelle stesse condizioni di quelle delle protagoniste di quelle storie. Mi sento scivolare e realizzo in che stato sono ridotta ben prima di andare a controllare; faccio passare una mano nei pantaloni e trovo un bagnato vischioso che mi incolla gli slip al sesso, e che spesso mi ha infradiciato al punto che cola attraverso il tessuto spesso dei jeans.
Allora chino la testa arrossendo e scuoto il capo, incredula di potermi bagnare fino a questo punto. Eppure.
Potrei venire in un attimo; basterebbe far scivolare un dito in circolo due volte, veloce, guardando quelle immagini, lasciandomene travolgere, e potrei venire subito.
Quasi mordo il tavolo per impedirmelo. Mi sfioro e mi obbligo a spostare la mano. A fatica.
Non ho il permesso di farlo.
E mi assale la consapevolezza allora di quanto spesso lo facessi, prima; di quanto il porno mi distragga da qualsiasi altra cosa e mi porti via, in un mondo umido, torbido e ansimante; e quanto mi piaccia immergermi in quel mondo, lasciarmi lambire dalla sua corrente vischiosa, lasciarmi trasportare dalla sua marea.