Bambina

Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
Forse sono solo paure.
E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

System of a down + Deftones + Lacuna Coil

Mi vergogno sempre un po’ ad andare ai concerti senza essere una vera fan del gruppo.
Non so i testi delle canzoni, non mi commuovo perché un brano mi ricorda un momento della mia vita, non conosco per nome tutti i membri della band.
Guardo i fan sbracciarsi, cantare a squarciagola e andare in sollucchero e mi sento quasi in colpa, come se stessi usurpando qualcosa ad essere lì anch’io.
Eppure, alla fine, passo una serata fantastica; mi esalto con l’energia della musica e dello show, salto, ballo e rido. Guardo i veri fan e la loro passione mi contagia, mi emoziono anche della loro emozione.
Non è poi forse questo quello che conta, che dovrebbevenire contare anche per l’artista sul palco: il provocare emozione?
Esco dall’area concerti felice, con un gran sorriso stampato in faccia.

Mi vergogno sempre un po’ a non sapere o sapere fare tutto già da subito, anzi da prima.
Sono goffa e devo andare a tentativi; guardo chi sa fare e mi arrabbio con me stessa perché io non sono così.
Eppure, ciò che conta non è fare del proprio meglio e immergersi con passione nell’impegno, quale che sia?
Dare se stessa a qualcosa è sempre un atto sincero, e vale l’intenzione e la forza che vi si dona.

Ancora nel bosco

Ripensando a quanto scritto.
E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto.

Bosco

bosco

Se anche mi avete coltivata, io sono cresciuta rigogliosa.

Come questo pioppeto lasciato a se stesso, che ha sviluppato il proprio sottobosco, anche io sono stata impostata, all’inizio; mi hanno piantata in filari per coltivarmi, perché crescessi come volevano loro, per i loro scopi. Invece, ne sono cresciuta fuori, oltre; la mia natura ha prevalso – anche se è ancora possibile vedere lo schema, gli alberi in file ordinate, sì, ma coperte del vitale disordine della crescita spontanea. Sono e resto rigogliosa e forte oltre le aspettative di chi mi ha cresciuta, potente, ombrosa, mi innalzo al cielo forte delle mie radici che nessuno ora può divellere.

Non sono più un campo; sono un bosco.

Il momento in cui sono la feccia della terra

Ogni tanto mi capita quel momento.
Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

E invece non mi rassegno mai.
Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

50 sfumature di “strano”

La sera di ferragosto mi trovo ad una grande tavolata che riunisce un gruppo indubbiamente eterogeneo. Io, mio marito, il mio Padrone, sua moglie e una serie di coppie scambiste. Scampoli di conversazione che vira al comico prima di concentrarsi su un confronto interessante, mentre pasteggiamo a maialino arrosto.
– Quindi qual è il vostro nick di coppia?
– Ah, no, veramente noi non siamo “della parrocchia”
– Ahh capisco, allora voi siete quelli normali!
Risate scroscianti, spontanee.
– Bè, no, normali non direi! Noi facciamo bdsm.
– Ah… (sguardo perplesso, quasi diffidente)
Io non sono mai stata interessata allo scambismo; loro, al bdsm. Parliamo.
Loro sono quelli che fanno le cose strane agli occhi dei monogami; noi siamo quelli strani ai loro; ma anche loro sono strani ai nostri. “Ma cos’è che fate? Ma sul serio?” Ci sono punti di contatto, aderenze; sovrapposizioni. Poi, diventa chiaro che ogni coppia, ogni singola persona ha un’immagine differente, un’idea diversa. “Sì, io faccio questo, ma non farei mai quello” – e chi fa “quello” diventa quello strano.
Ma quante sfumature ha l’essere “strano”? Sembra moltissime, e mi scuso per il titolo del post così scontato, ma mi è sorto spontaneo. Forse, c’è anche il fatto che non a tutti piace definirsi o venire definiti come “normale”; una parola troppo sdrucciolevole, fastidiosa. E l’essere strano diventa sinonimo di speciale: diventa motivo d’orgoglio e anche di provocazione verso chi non ha la nostra stessa “stranezza”.
Parliamo e ci confrontiamo, presentiamo visioni del mondo, delle relazioni, dei giochi discordanti, opposte, contraddittorie a volte persino a noi stessi. Comunque interessanti; vige il massimo rispetto (anche se poi a gruppetti ci guardiamo di sottecchi, ridacchiamo e bisbigliamo: ma che strani!). Tutti condividiamo una piacevolissima convivialità: una tavolata di gente che ride, scherza, si diverte.

E poi, giorni dopo, incontro in un negozio un mio amico che ha un disturbo dello spettro dell’autismo. Parla lentamente, non mi guarda negli occhi, si muove in modo artefatto ed è innocente come un bimbo.
Salutandolo, mi rendo conto che lui, sì, è strano. Io, alla fin dei conti, non so.

Punizione, educazione

Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.

Fatica vs privilegio

Essere slave significa anche avere dentro la capacità di eseguire i compiti che vengono affidati con un senso di privilegio, piuttosto che di fatica.
Se il Padrone ordina di pulire, stirare, o fare un qualsiasi altro lavoro antipatico, la cosa complessa è non sbuffare di noia o cercare di scansare il lavoro per pigrizia, ma scavalcare nella propria testa la percezione della mera esecuzione del lavoro e approdare alla comprensione della verità – molto alla Matrix, lo so – e la verità è che si sta servendo il Padrone.
Servire è un privilegio.

Non è sempre facile passare a questa percezione altra. Se il compito affidato è noioso, noioso rimane, purtroppo. Il trucco è duplice: concentrarsi nel dettaglio e amplificare l’attenzione. Prestare attenzione all’esecuzione materiale specifica e allargare la propria coscienza a percepire la presenza del Padrone attorno a sé. SentirLo passare alle proprie spalle, sperare nel Suo sguardo, in un Suo tocco.
Allora il compito da eseguire non diventa più leggero, ma si riveste di un significato diverso – che è quello che conta. Non è più un gesto vuoto, una cosa da fare perché tocca farla; ha uno scopo. E quello scopo è rendere contento il Padrone. Diventa il privilegio di poterlo eseguire per Lui.

Incoerenza

Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere  in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.

L’appartenenza non va in vacanza

Quando sono in ferie mi sorprendo a pensare: ma sì, anche se non faccio quello che mi ha ordinato il Padrone chissene… dopotutto sono in vacanza!!
Un pensiero da bimba capricciosa che sbatte i piedi; mi do persino fastidio da sola. Però sono una madre debole nei confronti di me stessa, e a questi capriccetti finisco spesso per cedere. Salvo poi trovarmi nei casini e pentirmi amaramente.
Ma l’obbedire, che è segno dell’appartenere, non dovrebbe mai venir meno; in vacanza non smetto di essere moglie “perché tanto sono in vacanza”, dunque perché mi sento di poter recedere da un altro legame? Perché credo di poter avere deroghe – peraltro senza nemmeno chiedere? 
Quando poi, soprattutto, sto tanto meglio se obbedisco che non se sgarro.

Ho spesso questo senso di indulgenza nei confronti di me stessa. Ed è proprio per controllarlo che ho tanto bisogno di un Padrone: per non restare in balìa di me stessa, per non perdermi a causa della mia pigrizia mentale, per essere tenuta insieme da una forza vera, grande, sopra di me.