Gradassa

Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.

A/in regime

Ho passato mesi allo sbando; a mangiare in modo convulso, incontrollato (binge eating, lo chiamano), per non pensare, per riempire un vuoto che non sapevo e non ho mai saputo cos’è. Più ero pigra e ingorda, più aumentava il mio disagio, che cercavo di coprire perdendo tempo e mangiando. La sola idea di una dieta, di una routine di allenamento, di essere più attenta, mi dava il voltastomaco e mi pareva di una difficoltà inaffrontabile. Troppo profondo mi appariva il pozzo della mia ignavia per poter anche solo pensare di scalarlo per risalire.
Poi è arrivato il Padrone.
Comunque c’è voluto del tempo perché superasse le mie difese; la mia indolenza gli si è opposta come un enorme blob informe e inamovibile. Un grosso e grasso Jabba the Hutt accasciato nel suo autocompiacimento, adagiato mollemente su un trono che riteneva impossibile che gli venisse tolto.
Poi sono arrivati quei dieci giorni e lo spauracchio della punizione.
E la punizione, attualmente in corso.
Così ho ricordato. Ho ricordato quanto stia bene quando sono a regime. Quando sono inscritta in un regime. Quando vengo messa in un recinto e mi vengono dati dei paletti che mi tengono a fuoco, indirizzata e precisa. Quanto prenda velocità e forza da quei limiti, invece di disperdere energia a destra e a manca in deviazioni inutili.
Adesso mi sento forte, definita. Il desiderio di mangiare fino a scoppiare è sopito. La pigrizia e la procrastinazione hanno mollato la loro presa su di me ed ora mi alzo ed avanzo.
Ogni tanto mi sorge l’istinto di tornare ai vecchi schemi – così noti da essere abitudine, e difficili da estirpare. Perché non mangiare un’altra fetta, un’altra costina, un’altra birra, un’altra porzione, un altro panino? Perché non aprire facebook, non leggere webcomics, non passare di sito in sito senza scopo? Sarebbe così facile. Nessuna difficoltà.
E invece è proprio quando cerco a tutti i costi di evitare la fatica che faccio più fatica. Perché rallento e mi ingolfo, perdo colpi e ripartire inizia a sembrarmi impossibile. Mi appesantisco mentalmente e fisicamente e inizio ad essere schiacciata dal mio disagio nei confronti di me stessa.
La punizione è pesante, ma preferisco portare questo peso che la mollezza della mia incostanza.