Piccola – capitolo V

Arrancò dolorante per i pochi chilometri che la separavano dalla magione, da una doccia bollente e dalla sua cuccia. Ad ogni passo la sua anima si scaldava al pensiero di casa, e subito dopo precipitava nel terrore di venire scacciata. Attraversò il parco, dischiuse la finestra e si arrampicò di nuovo nella sua stanza, al sicuro.
Quando accese la luce, trasalì: il suo Padrone era lì, seduto sul suo letto, in mano ancora il nerbo, lucido dalla lunga manipolazione. Piccola lo fissò tremante: lui non accennava a dire né fare niente. Stava solo lì, seduto, lo sguardo fisso a terra, le mani che scorrevano lungo quel pezzo di carne secca e arrotolata.
Piccola si gettò ai suoi piedi in lacrime, implorando perdono. Continua a leggere

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Sindrome di Stendhal

Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice

Paolina Borghese ritratta come Venere Vincitrice

Visitando Galleria Borghese a Roma non posso impedirmi di restare estasiata a guardare le statue meravigliose al centro delle stanze; giro attorno alla meravigliosa Paolina Borghese del Canova e resto ammirata e affascinata.
Mi prende una strana specie di Sindrome di Stendhal: invece di sentirmi male, mi eccito.
Mi curvo e inclino la testa per osservare i dettagli; il marmo bianco pare carne viva, nelle pieghe voluttuose, nelle curve sinuose di questo corpo femminile seminudo.
Vorrei passarvi una mano, le labbra; vorrei carezzare questa donna, convinta quasi che la troverei calda, anche se so che è fredda pietra. Vorrei seguire con le dita quei solchi, infilarle sotto il drappo, scovare dettagli che non vedo.
Osservando quest’opera d’arte sento un brivido solcarmi la pelle, incresparmi i capezzoli, risvegliarmi il sesso.
Vorrei allungarmi ed adorarle quei piedini meravigliosi, baciarli e passarvi il viso.

Paolina piedi

Onirica – IV

Sono in giro in bicicletta, sulla mia mountain bike. Incontro Lady Rheja alla guida di un furgone bianco piuttosto vecchio, la sorpasso abilmente sulla destra mentre lei fatica a superare un sottopasso un po’ basso, ma poco dopo mi fermo dove c’è una rotonda e la aspetto. Lei accosta e scende, parliamo. So che siamo nella sua città.
Guardo nel furgone ed è spoglio, di metallo grigio, con quattro seggiolini avvitati in fila su un lato; il furgone naturalmente è rettangolare, ma dentro è rotondo, infatti è anche un vecchio aereo. Penso che avrei paura a volare su quell’aereo, così piccolo e dall’aria poco sicura (nei miei sogni i viaggi in aereo non sono mai tranquilli).
Sui seggiolini ci sono alcune ragazze: l’altra slave dei miei Padroni, una sua amica che so che vuole provare il bdsm ed è lì per questo, ed una terza ragazza, minuta e bionda, che so essere una che i miei Padroni hanno preso ad una festa, con cui giocare e basta, senza impegno. Appare smarrita, è molto carina. Più tardi, mi riferirò a lei chiamandola “toy”.
Le ragazze scendono per sgranchirsi e pascolano nei dintorni. Parlo con la mia Lady. Stanno andando alla loro casa in montagna (che è in realtà la casa dei miei nonni dove passavo le vacanze da bambina) per passare il weekend tutti insieme, il Padrone deve raggiungerle ora per partire. Mi dice: “Non ci siamo ancora andati di questo inverno, alla casa, ed è uno spreco perché c’è il riscaldamento che va. Almeno la usiamo”. Annuisco e penso tra me che ci sarà un sacco da mettere in ordine, tutta la roba accatastata da tirare fuori; dico: “Per fortuna vi portate un sacco di slave per fare il lavoro!” Lei ride.
A me dispiace di essere in bicicletta; li devo raggiungere in montagna seguendoli. Rifletto: “Forse potrei mettere la bici sul furgone e venire con voi”. Mi dispiace non fare il viaggio insieme a loro; inoltre sono preoccupata per il freddo. Lady Rheja fa un’espressione dispiaciuta e mi dice che non si può; io capisco che è perché il furgone dopo lo lasceranno in montagna, lo devono riconsegnare al legittimo proprietario, che è un loro amico. Io annuisco; tra l’altro, so di essere la slave più “anziana”, quindi devo fare uno sforzo in più. Ho una responsabilità nei confronti delle altre ragazze.
Ora siamo sul pianerottolo della casa della mia infanzia; mi sporgo nella tromba delle scale e vedo il Padrone, in uniforme da SS, che sta salendo; guarda in alto e incrociamo lo sguardo.
Quando ci raggiunge, lo prendo in giro: “Certo che è coraggioso, Padrone, ad andare a chiudersi in una casa con cinque donne!” Lo dico con un certo timore, mi sto permettendo una confidenza. Anche lui ride e mi sento sollevata; mi prende la testa tra le mani e mi bacia sulle labbra, in modo rude ma con affetto. Mi si rimescolano le viscere per l’emozione.
Noto che si è rasato la barba e gli dico che sta bene così. Lui fa un cenno col capo.
Tutti insieme, salgono sul furgone e partono; io resto ancora un poco a cercare di capire se devo legare la bici e andare in autobus, o se farmi forza e pedalare.

Mi sveglio con voglia di caffè ed una certa, strana malinconia, tipica dei sogni. In un unico sogno sono apparsi tre cardini della mia vita onirica: l’aereo, la casa dove sono nata e la casa dei miei nonni. Tanti ricordi, tanti sentimenti, tutti mescolati; e la presenza forte, imperativa, di ciò che sto vivendo ora, dei miei Padroni, del fortissimo senso di appartenenza che provo.
C’è qualcosa, in questo sogno, ma ancora non so cosa. Mi cullo nel suo ricordo e proseguo nella vita di veglia.

Piccola – capitolo IV

Trasse dai suoi armadi quasi tutti i suoi vestiti “da festa”, sparpagliandoli per la stanza, sul letto, sulla sedia, sulla scrivania e per terra, per scegliere la mise migliore. Escluse harness e corsetti: non avendo nessuno per aiutarla a stringerglieli addosso, non avrebbe potuto indossarli. Considerò a lungo su quale colore orientarsi, se sul rosso o sul nero, o magari sul bianco (clinical?). Ricontrollò il volantino della serata per essere certa del dress code, che però era piuttosto libero, purché fosse sadomaso o fetish. Scelse quindi un completo di lingerie rossa con bordi di volant e laccetti e fiocchi neri, che le stava deliziosamente.
Si pavoneggiò davanti allo specchio per un po’, poi indossò sopra un abitino nero piuttosto anonimo e caldo, utile a coprirla nel tragitto fino alla festa. Infilò gli anfibi e mise in un sacchetto gli stivaletti rossi coi lacci neri e i tacchi a spillo, che si abbinavano alla perfezione alla mise. Si arrotolò la sciarpa attorno al collo e tornò a guardarsi allo specchio. Continua a leggere

MTB

Lo spesso copertone dentato della mountain bike lascia un segno ondulato sull’asfalto gelato. Il crepitio del ghiaccio si unisce al sibilo del vento nelle mie orecchie; pesto sui pedali e premo con forza la figa sul sellino.
Ho voglia, una voglia terribile. Sento il mio clitoride turgido inciampare nella cucitura dei jeans mentre pedalo.
Sfreccio nell’aria gelida del mattino tra la bruma che si alza sopra gli alberi e la galaverna che imbianca i campi; il fiato mi si condensa in nuvole candide mentre ansimo per lo sforzo ma non solo, le mani quasi insensibili nei guanti, il sesso troppo sensibile nelle mutande.
Adoro l’inverno. Alzo gli occhi a guardare le montagne innevate che fanno capolino dalla foschia in lontananza e me ne riempio il cuore. Vorrei essere là, senza un pensiero, con solo il freddo e lo sforzo fisico a farmi da compagni.
Adoro avere voglia; forse più che averla soddisfatta. A patto di riuscire a trovare e restare in quel punto perfetto di equilibrio in cui mi cullo in un desiderio che mi scalda ma non mi brucia, in cui fremo ma non smanio, ho voglia ma non ho fame.
Un disagio delizioso, come questa fatica fredda in una mattina di sole di dicembre.

Venire aperta ed aprirsi

Alzo la testa solo per un istante, quanto basta perché l’immagine dell’enorme strap-on nero che Lei indossa mi baleni allo sguardo e mi si imprima nella retina. Riabbasso il capo e tremo di aspettativa.
La mano di Lui mi solleva per i capelli e mi sposta, facendomi mettere piegata contro lo schienale del divano.
Lei mi accarezza il culo, mi graffia, mi schiaffeggia. Me lo appoggia e spinge.
E’ grosso. E’ duro. E’ freddo.
E’ spaventosamente freddo; mi ghiaccia dentro. Spinge contro il plug che preme in risposta. Lei inizia a muoversi.
Stringo i denti, contraggo il viso in una smorfia e d’improvviso eccolo: “Crampo!”, strillo.
Non è la safeword ma è una comunicazione sufficientemente chiara.
Lui entra nel mio campo visivo, accorre per aiutare; Lei si blocca: “Dove?”, chiede.
Non ho tempo di vergognarmi né di elaborare una risposta più pudica: “Alla figa!”, esclamo.
C’è un attimo di sospensione; poi Lei scivola fuori, dandomi sollievo, mentre Lui scoppia a ridere. Rido anch’io, conscia dell’assurdità della cosa. “Era troppo freddo”, spiego, mentre Lui si rotola sul divano dalle risate.
Dopo qualche minuto il dolore ed il freddo sono passati, ed il dildo di silicone è stato scaldato sotto l’acqua calda. Quando mi torna dentro è tiepido.
“E’ ancora freddo?”, chiede Lei.
“E’ ancora grosso”, rispondo io.
Li sento ridacchiare.
Lei spinge. E’ davvero grosso, ma poco alla volta mi lascio andare, mi lascio aprire. Inizio ad ansimare e a gemere. Lui viene a stendersi sul pouf del divano davanti a me; intravvedo il suo sorriso sardonico. Cerco di nascondere il viso nei cuscini, mentre sento crescere il piacere che provo.
“Guardami”, ordina.
Alzo il viso piano; il mio sguardo inciampa nell’evidente rigonfiamento nei suoi pantaloni, ma lo so di non avere il permesso di guardarlo, quindi proseguo ad alzare gli occhi fino al suo volto.
Sogghigna.

Lo strap-on è duro e insensibile; lo sento, lo so. Mi scopa senza riguardo, non avverte dolore o fastidio.
La mia Lady ne è cosciente e si muove con cautela, all’inizio. Lo fa entrare poco alla volta, spinge piano; ne entra un po’, poi un altro po’. Si muove con delicatezza, con quel grosso coso nero.
Io mi sento aprire. La differenza con uno vero è evidente, ha una durezza che la carne non conosce; è una specie di indifferenza. Lo strap-on non ha mai finito, non è mai placato; non si può sperare nella pietà offerta da un suo orgasmo. Resta sempre duro.
Penetra sempre più a fondo; la sua cattiveria si unisce all’attenzione della mia Lady nel mettermelo e al divertimento del mio Padrone che guarda. Sfonda le mie barriere anche mentali; rilasso infine i muscoli e mi lascio penetrare. Mi puntello come posso nei cedevoli cuscini del divano per oscillare in risposta, per andare incontro, per farmi aprire di più. Ora è caldo e scivola, lubrificato dai miei umori.

Non ce la faccio più: godo.
Mi sento paonazza in viso, bruciante di vergogna a dover guardare il mio Padrone, a mostrarmi a Lui così cagna e così in calore, ma non riesco più a imperdirmelo: ho abbandonato infine quel controllo cui tengo tanto, sono sciolta nella Sua volontà.
Non riesco più a fermarmi, non voglio: ora è Lui il mio unico limite.
Ottenuto il permesso, godo.

Army of me

Alzati
Devi gestirti
Non sarò più
Solidale

E se ti lamenterai ancora una volta
Incontrerai un esercito di me

Sei a posto
Non hai nulla di sbagliato
Sii autosufficiente per favore!
E mettiti al lavoro

E se ti lamenterai ancora una volta
Incontrerai un esercito di me

Sei da solo adesso
Noi non ti salveremo
La tua squadra di soccorso
E’ davvero esausta

E se ti lamenterai ancora una volta
Incontrerai un esercito di me

Questa canzone di Bjork è davvero potente e mi smuove qualcosa dentro. Non so bene se mi stimoli ad essere forte e a darmi da fare o se mi spaventi, anche, per l’idea di venire abbandonata, lasciata a dovermela cavare da sola.
Ci leggo questo: verrò abbandonata se non sarò capace di gestirmi e mettermi al lavoro; se continuerò a lamentarmi, resterò sola, perché chi mi dovrebbe/vorrebbe aiutare ormai non ne può più.
E’ il mio timore più grande; è il motivo per cui cerco sempre di tenere duro.
Ogni tanto vorrei solo abbandonarmi ad essere piccola, fragile, a piangere senza un motivo preciso; vorrei solo essere accudita, coccolata e protetta, anche se mi sento di essere un disastro. Vorrei solo essere rassicurata che in realtà no, non sono un disastro: sono brava, ma adesso posso riposare e non essere più forte per forza.