Ghiro

Ci sono momenti, periodi nella mia vita, in cui mi ritirerei solo in letargo.
Mi avvolgo in un bozzolo di coperte – vere o solo mentali – e mi appisolo. Non voglio più saperne niente, di quel mondo freddo ed ostile là fuori. Voglio solo dormire, lasciare che l’inverno mi passi oltre senza doverne affrontare le asperità; alzarmi solo per l’urgenza ormai improrogabile di fare pipì e tornare ad abbozzolarmi al calduccio. Mangiare, bere, dormire; sognare. Aprire un occhio, guardare l’ora e voltarmi dall’altra parte. Masturbarmi, magari, e riavvolgermi in me stessa, farmi cullare dal dolce intontimento post-orgasmo; sentire solo tepore.
Invece.
Invece la vita mi richiama, mi trascina fuori dalla mia cuccia calda. Mi attira, mi lusinga; mi promette avventure. Mi alimenta desideri, voglie di altro che non sia solo l’indolenza. Voglia di far partire un movimento invece che resistere solo nell’inerzia.
Allora esco, respiro nell’aria fredda e guardo il vapore del mio fiato alzarsi verso il cielo; torno a imparare a guardare in alto, a guardare lontano; oltre le nubi grigie, oltre la nebbia, oltre il gelo. Lascio che il freddo mi scaldi, mi stimoli un calore che sia mio, interno, non qualcosa di avvolto attorno che mi impantana ma una fornace ardente che mi smuove.
E dopo aver bruciato, aver corso, aver affrontato questo ghiaccio, mi torna daccapo la stanchezza, il bisogno di ritirarmi in letargo.

Un inverno così: dentro la grotta, fuori nel lago.

Tempo e fatica

Questa settimana che va concludendosi è durata tantissimo. Mi sembra sia passato un mese.
Ho lavorato molto; ho parlato con molte persone, ho pensato moltissimo. Non ho quasi passato un minuto senza essere concentrata su qualcosa, che fosse di lavoro o personale.
Ho cercato di rimanere a fuoco su questioni importanti che richiedevano una decisione, e sono riuscita ad arrivare ad una conclusione.
Ho provato ad essere precisa nei miei compiti; di obbedire a tutti gli ordini e a tutte le indicazioni. Non sono sicura di esserci riuscita: ho cercato delle scappatoie.

Ciò che mi spaventa e mi fa recedere dall’impegno non è la fatica in sé di portare a compimento tutto; è la prospettiva della fatica, l’idea che sarà difficile, faticoso, impegnativo, che mi richiederà di essere attiva ed attenta.
Invece, quando vi sono immersa, la fatica diventa un peso distribuito che riesco a sostenere. Anzi: mi stimola a dare il meglio di me.
Quello che mi frega sono i compiti che hanno a che fare con me stessa; le cose che mi dovrebbero fare stare meglio, migliorarmi – ma che richiedono comunque attenzione ed impegno. Dieta, astinenza.

Quando l’obiettivo sono io stessa, fatico a restare concentrata; cedo alle tentazioni, alla pigrizia, all’autoindulgenza.

La me stessa forte (delirio)

Quando mi trovo vicino a qualcuno che si trova in un momento di debolezza – qualcuno triste, arrabbiato, spaventato, intimorito – allora divento d’improvviso calma, focalizzata, forte.
Tutto mi si dipana davanti con chiarezza. Ogni difficoltà diventa perfettamente affrontabile; nulla mi è più precluso. Di colpo mi sento invincibile, capace di tutto. Divento supportiva, sicura di me. Cerco di infondere coraggio, ottimismo; sdrammatizzo senza fatica le stesse cose che, quando sono debole, mi massacrano. Minimizzo i problemi, dò buoni consigli che io in prima persona non saprei seguire.
Smetto magicamente di avere paura.
Per aiutare chi ho vicino, salterei nel fuoco. Mi prendo in carico la paura degli altri, scartando la mia.

Sembro non credere di meritare quanto meritano gli altri.
Per me stessa non riesco ad essere forte, a volte non voglio; ma datemi qualcuno da difendere, e diventerò un leone.
Mi assumo il compito – non richiesto – di salvare o risolvere la vita a chi mi è accanto. In questo modo mi ritrovo invischiata in responsabilità che non mi competono affatto, e il mio senso di forza – il mio delirio di potenza – finisce sprecato. Torno a precipitare nell’autocommiserazione perché non riesco a gestire una cosa ingestibile, una vita altrui.

Ho energie nascoste che rimangono precluse a me stessa, che faccio esplodere a caso attorno a me, che investo in modo cieco.
Davvero ho bisogno di maggiore consapevolezza di me.

La me stessa debole (rantolo)

Io non credo di meritare di stare bene e sentirmi forte. Se mi sentirò forte temo che dovrò arrangiarmi e non potrò, non saprò più affidarmi; ho paura di perdere me stessa perché penso che me stessa = debole.
Mi inquieta di più il pensiero di non avere punti fermi piuttosto che il fatto che il mio principale punto fermo sia che sono un disastro.
Se sto bene e mi sento forte, in breve si fa strada dentro di me la convinzione che non durerà, non può durare; che presto starò male di nuovo, dovrò stare male perché sono sfigata e sono condannata ad esserlo – quindi mi adopero io stessa per tornare a star male. Invece di rafforzarmi e incoraggiarmi a capovolgere questa stupida convinzione, a dimostrare a me stessa quanto valgo.
Penso: ho fallito già più volte: questa è la prova che fallirò ancora.

Vorrei che qualcuno da fuori mi risolvesse la vita, e sono perennemente offesa col mondo perché non accade; eppure, non sono disposta a cedere il controllo né a dar retta a chi dei buoni consigli me li dà.
Perché questi buoni consigli sono di solito di prendere in mano con forza le redini della mia vita e guidarla; tutti hanno fiducia nelle mie capacità, tranne me.

Forse forse, almeno un piccolo dubbio potrei farmelo sorgere.

Il sapore dolce del dolore

Per un brevissimo istante eterno, credo che stia per baciarmi. Ne sono quasi sconvolta. Ma non lo fa.
Si sporge verso di me: la sua barba mi sfiora le labbra, le guance. Io in piedi, nuda, decorata di mollette di legno, che mi contorco di dolore; lui vestito, pacato, bisbiglia al mio orecchio: “Tutto bene?”
Ed io d’improvviso smetto di ansimare, di tremare, di avere paura; smetto di soffrire, le endorfine mi riempiono le vene, mutando il dolore in desiderio. Sgrano gli occhi e inalo la Sua presenza, me ne inebrio; annuisco: sì, va tutto bene, ora.
Con studiata lentezza mi appende addosso ancora mollette; gemo. Le strappa a grappoli, di colpo. Urlo, barcollo; mi afferra al volo, mi tiene e mi riporta in piedi. Il dolore allora non è più una sofferenza ma un dono che Gli faccio, che Lui fa a me.
Mi salgono le lacrime agli occhi ma sono lacrime di gioia, di meraviglia per sentirLo così vicino, per le Sue mani che mi passano sul corpo prima e dopo i colpi, che mi strizzano e mi coccolano; è gratitudine per le carezze sulla testa, per gli abbracci che mi tengono al mio posto.
Non alzo lo sguardo; non ricambio gli abbracci; non mi sporgo per andarGli incontro. Premo solo il viso contro di Lui quando mi stringe; non oso muovermi, ma sono Sua.
Mi lascio fendere dal Suo tocco, solcare dalla Sua volontà. Sono un mare in burrasca, tumultuoso in superficie, tagliato dalla Sua prua, e placido nell’immensa profondità che mi dona.

Tu

In questo blog tu finisci per restare un poco in disparte. Perché qui parlo dell’altra me, quella bdsm, quella sottomessa; parlo dell’altra mia relazione, quella D/s.
Ma tu non scompari mai dal mio orizzonte; mentre scrivo, qui, al computer, tu sei seduto accanto a me. Al tuo computer. Facciamo insieme quasi la stessa cosa, ognuno per sé ma vicini. Come quando mi dici che ti piace sentirmi roppettare d’attorno mentre sei al pc. Anche a me piace: ti giro intorno, faccio altre cose, quando ti ritrovo sul mio cammino ti accarezzo, ti bacio.
A te per primo e a te solo delle persone che conosco da una vita ho parlato del bdsm, tanto tempo fa. Quando ho iniziato a capire chi ero (oltre a chi sapevo già di essere) non ho pensato nemmeno per un istante di nascondermi ai tuoi occhi. Mi sono aperta a te, mio faro di luce; ti ho coinvolto. Ho cercato di superare le tue obiezioni, aggirare le tue paure; con dolore, con fatica, abbiamo avanzato assieme in questo strano mondo, sconosciuto anche per me.
Infine i nostri sentieri, qui, si sono separati. Ma continuiamo a camminare insieme, nella vita. Ciò che ci distingue non ci allontana.
Ogni tanto mi fermo ad accorgermi di quanto ti amo e mi trema il cuore da tanto è forte questo sentimento; mi colma tanto che temo di non riuscire a contenerlo tutto. Allora lascio che mi trabocchi dentro, che si espanda; mi permetto di amarti, di amare immensamente, nonostante la paura, il tremore, e sempre il timore di non meritare tanta meraviglia.

Secretary

Ho cercato un Padrone, l’ho voluto. Quando ho incontrato una persona valida, ci ho parlato, l’ho conosciuto; sapevo cosa desideravo (più o meno) e che era meglio avere elementi per scegliere bene a chi affidarmi. Ho acconsentito consapevolmente a sottomettermi, ad accettare la Sua guida, il Suo dominio. Ho scelto Lui; Lui ha scelto me; gli obbedisco perché so che posso fidarmi, che non farà il mio male, non mi sminuirà. Certo mi umilierà e mi farà provare dolore; ma in un modo Sano, Sicuro, Consensuale.

La mia indole naturalmente sottomessa mi porta però talvolta a confondermi. A fidarmi a caso. A permettere che mi venga fatto del male. A non vedere che c’è chi pone richieste non dette, subdole.

Così, un uomo manipolativo, fanatico del controllo, inconsapevole di sé, è stato in grado di rigirarmi. Di mettermi addosso dubbi; di chiedermi di più di quanto potessi dare e di indurmi a darglielo. Mi ha chiesto di non porre domande, di eseguire e di obbedire; di “lasciarmi guidare”, così ha detto. E io ho dubitato di me stessa; ho titubato. E gli ho creduto. Ho pensato che fosse un riverbero del mio rapporto D/s; che dovessi, potessi traslarlo anche nella vita quotidiana.
Ho sbagliato.
Perché non c’è stata contrattazione, non c’è stata consensualità. L’obbedienza che mi ha chiesto non era per guidarmi, ma per farsi servire. Il dominio che ha voluto esercitare non era illuminato dalla saggezza, né dalla consapevolezza di sé; era cieco ed egoista.

Ora andarmene è difficile perché mi ha lasciato addosso una patina di sensi di colpa, di dubbi, di senso di inadeguatezza; mi ha blandita e mi ha indebolita. Mi ha portata a desiderare il suo consenso, la sua approvazione. Mi convince ancora adesso di essere io quella sbagliata, quella che lo ha tradito.

A me piace lavorare dando tutta me stessa anche oltre l’orario di lavoro, amo rendermi utile e che mi venga detto “brava”; ma se non mi licenzia lui, dò le dimissioni io. Perché ci sto lasciando il fegato, e questa malintesa “sottomissione” mi fa stare solo male – segno inequivocabile che non è tale, ma sfruttamento.

Bau

Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.

Mentalità

Ho studiato teatro, l’ho frequentato e ci ho lavorato. Una delle prime cose che mi è stata insegnata è: diffidare di chi si autodefinisce “artista”. Proclamarsi tale da sé dimostra, più che un’indole effettivamente artistica, una notevole presunzione. Specialmente in teatro, una persona di scena deve saper dimostrare l’umiltà di mettere il proprio ego da parte, per potersi caricare addosso la maschera, il fantasma: il personaggio. Ponendosi l’attore in modo arrogante, il personaggio non si lascerà portare, conducendo il presuntuoso a fare una ben magra figura.
Certo: ogni tanto, al mondo, arriva un Picasso che può permettersi di sboroneggiare perché in effetti è Picasso. Ma in linea generale uno che si dichiara artista è più spesso che no un pallone gonfiato. (Anche Picasso era parecchio stronzo, però poi come artista almeno valeva).
La cosa peggiore di persone così è che si sono create un’immagine di sé che le ritrae come eroi della loro stessa vita. Loro soli sono i Buoni, mentre il resto del mondo cattivo non li capisce. Ne deriva che loro sono nel Giusto, e gli altri no. Di conseguenza, sono convinti di essere persone migliori di quanto poi in realtà non siano.
Sostengono di avere una mentalità estremamente aperta – ehi, sono artisti, dopotutto! Persone maledette, che vivono ai margini, pazze, creative, eccetera. Ma messi alla prova dei fatti, spesso questa mentalità risulta aperta solo per se stessi, o per le cose che condividono. Tutto il resto è sbagliato – anche se faticano ad ammetterlo; piuttosto cercano di rigirare la frittata a loro stessi, convincendosi che la loro chiusura mentale non è bigottismo, ma… una presa di posizione politica, un gusto personale, bla bla bla. Scuse.
E’ il discorso del becero razzista che inizia con “io non ho nulla contro i negri, però…”

La stessa cosa spesso capita tra le minoranze sessuali; gli omosessuali guardano con sospetto i bisessuali, ad esempio, o tra quelli che fanno sadomaso ci sono bigottismi trasversali verso determinate pratiche, determinati comportamenti, determinati modi di vivere la propria specifica perversione. Si finisce per fare dei distinguo per cercare delle giustificazioni per sé: ok, io sarò anche pervertito, ma non farei mai questo o quello, quindi sono migliore di chi invece lo fa.

Mi chiedo se sia possibile avere davvero una mentalità aperta, accettare che altre persone facciano cose che noi non condividiamo (sempre s’intende in modi rispettosi e consensuali). Se si possa davvero vivere e lasciare vivere. Perché talvolta mi sembra che gli uomini abbiano un bisogno quasi fisico di chiudere almeno uno o due scomparti della propria mentalità, per salvaguardare qualcosa di sé che temono vada perduto; che cosa sia, e se davvero andrebbe perduto, non lo so.
So solo che più apro la mia mente, più essa si ossigena, respira e si amplifica. Lasciando andare le mie paure, aprendo i cancelli, non è scappato niente di me; piuttosto si è liberato, rendendomi una me stessa più consapevole, completa e vera.