Sospesa

IMG-20140221-WA0001

Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura.

Pavlov

Una volta il Dubstep proprio non mi piaceva. Anzi, prima ancora di averlo mai ascoltato, lo conoscevo di fama attraverso i meme di internet come una musica per adolescenti che se la tiravano o una cosa del genere; ero quindi molto prevenuta.
La prima volta che ho sentito un pezzo di Skrillex ho pensato che fosse un po’ troppo pesante; tuttavia, Aphex Twin mi è invece sempre piaciuto, e non è che sia molto più leggero.
Adesso, in ogni caso, ho cambiato completamente punto di vista.
Essendo il Dubstep la musica preferita del mio Padrone, l’ho ascoltata mille volte da Lui. Così ora non solo mi piace, ma mi provoca una reazione pavloviana.
Quando la sento, mi immergo nella Sua presenza; mi eccito, mi emoziono e comincio a tremare. Lo vedo battere il tempo, inclinare la testa. Inizio a sognare, a sentire quasi le fruste che mi danzano sul corpo, che si abbattono e mi segnano. Sento addosso il Suo sguardo, il Suo tocco brusco, forte, potente. Mi lascio avvolgere da questi suoni bassi, martellanti, dalle sensazioni viscerali che mi scuotono dentro, di desiderio e sottomissione.
Alzo il volume, dischiudo le labbra e ansimo.

Scappatoie

Prendo un sorso della sua.
Una radler con molta limonata.
Un assaggino dal bicchiere dell’amico.
Non è proprio una trasgressione. No? Non ho davvero davvero disobbedito. E’ un peccato veniale; una bugia a fin di bene. Suvvia.
Me la racconto tra me e me, cerco di giustificare a me stessa la mia condotta; tanto, se non lo dico, il Padrone non lo saprà mai. Anche se, in realtà, sento sempre il Suo sguardo che mi segue. Anche se non lo viene a sapere lui, lo so io, che mi comporto male, o in un modo liminale. E ci sto male. Mi sento in colpa.
Vado in cerca di una punizione, forse; perché mi sento in qualche modo indegna, ma non per il sorso di birra rubato (quando mi è vietato bere alcolici): quello è un trigger per scatenare la punizione. Mi sento da punire per qualche mia qualità intrinseca; perché sono cattiva, o brutta, o qualcosa del genere.
Eppure, me l’ha detto anche il mio Padrone: non ho nulla di cui punirmi. Non devo abbuffarmi, farmi male: non merito nessuna punizione.
Eppure, eppure: mi sento sempre che invece sì, che devo soffrire, sentirmi una cacca perché non merito di meglio. E mi rendo conto che è assurdo, che non ha senso, che non è giusto, che ho molte buone qualità (e ve le potrei enumerare senza falsa modestia), che i miei difetti non sono niente di tragico o irreparabile, eccetera eccetera… ma talvolta (spesso) è più forte di me.
Forse, fare queste mezze disobbedienze è un modo per dimostrare a me stessa che no, non sono da punire. Infatti, di rado lo sono per queste cose. E’ vero: faccio cose che non sono del tutto corrette, ovvero ho dei difetti; ma questo non vuol dire che sia sbagliata.
Di certo sono contorta però…

Drop

DropPodSceneFLAT1024

Chissà cosa passa per la testa agli Space Marine mentre vengono scaricati col drop pod.
Nelle navi imperiali questi immensi soldati, l’elite dell’Imperium, selezionati e migliorati geneticamente e inseriti nelle loro gigantesche armature potenziate, salgono nelle capsule che li scaricheranno violentemente sul pianeta designato, dove di sicuro dovranno combattere contro mostri ed abominii. Di certo durante la ripidissima discesa non pensano a nulla, o pregano il Dio Imperatore, o si caricano per l’imminente battaglia.

Io invece, quando discendo dal subspace, quando torno indietro dal mio spazio di slave, non riesco mai ad arrivare a terra altrettanto carica.
Precipito con violenza sulla superficie della quotidianità, mi schianto e a fatica sono in grado di uscire dal sub drop. Arranco sul suolo cercando di ritrovare la potenza della mia armatura di slave.
Sono giorni affannosi in cui tutto mi si carica sulle spalle e non mi sento in grado di fare nulla, o di farlo bene; anche il sole mi deprime ed il compito più semplice diventa insormontabile.
In questo stato, tutto mi pare confermare che sono una creatura indegna.

Datemi un Requiem…

[©Games Workshop. Vogliate scusare questa intromissione di nerditudine…]

Bolla

Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

Dialogo interiore

Ogni minuto del mio tempo libero, ovvero del tempo che non ho occupato dal fare qualcosa, discuto. Non con qualcuno: con la mia testa.
Nel mio cervello si affollano persone – o meglio, la versione di loro che ho nella mia testa – e ci faccio lunghe e complesse conversazioni. Possono essere amici, parenti, conoscenti o anche il lattaio o l’automobilista appena incontrato.
Di solito il dialogo inizia con l’altro che mi accusa di qualcosa, di qualche mancanza, errore, disattenzione, o addirittura di lati del mio carattere che non vanno bene. Mi rinfaccia cose che ho fatto o che non ho fatto, o che lui pensa che abbia fatto. Io allora mi difendo, ribatto, argomento in mio favore.
Se l’interlocutore è una persona a me vicina (il marito, la mamma, eccetera) visualizzo il suo viso, sento la sua voce e parla con un tono e con espressioni che gli sono proprie. Questo non significa, tuttavia, che mi abbia mai detto le cose che immagino mi dica; magari potrebbe dirmele, ma più probabilmente non me le direbbe mai. Nella mia versione interiore di queste persone, sono tutti stronzi e antipatici e mi trattano di merda. Cosa che *non* combacia con la realtà.
La discussione è estenuante. Sembra procedere di vita propria e non riesco ad interromperla facilmente. Non me ne posso andare: è tutto nella mia mente. In teoria, proprio per questo dovrei avere un controllo assoluto e fermare il dialogo quando mi pare; invece, prosegue in sottofondo come una tv dimenticata accesa.
Lungi dal darmi forza, la litigata che sostengo in mio favore mi abbatte il morale. Sebbene combatta per difendermi, le accuse che mi vengono rivolte mi distruggono.
In effetti, però, nessuno mi sta trattando mae; nessuno mi accusa; nessuno mi contesta. Sono io stessa a farlo. Incarico un personaggio altro di portare avanti la pubblica accusa, ma non si tratta di altri che di me stessa: è tutto nella mia testa. Mi auto massacro l’autostima.
Poi ovviamente rimango risentita e triste nei confronti della versione reale del mio interlocutore, sebbene mi renda conto che non ha davvero fatto nulla. Anzi, spesso mi sostiene, al contrario della sua versione immaginaria che incarico di darmi addosso.
Si tratta, alla fine, di Programmazione Neuro Linguistica. Più mi insulto, più mi convinco di essere una persona da insultare e denigrare. Dovrei imparare a girare a mio favore l’immensa potenza di questa mia capacità immaginativa, per caricarmi e darmi forza, invece che per segarmi le gambe.
Non ho una conclusione per questa riflessione; sto ancora discutendo.

Pronto?

Mattina presto; mentre vado verso l’ufficio, il cellulare aziendale suona.
Mi si rimescola la pancia: chi sarà? che succede? Frugo nel marsupio e recupero il telefono mentre guardo la strada; tiro un occhio allo schermo ed è un numero sconosciuto, non riesco a capire se sia un cellulare o un fisso.
Inghiotto a vuoto ed il tempo si dilata.
Mi si presentano alla mente una miriade di possibilità. E’ un qualche cliente che ha delle lamentele da fare; un fornitore che mi vuole chiedere qualche specifica che non conosco. Magari è uno dei capi che mi chiama da un numero privato e vuole lamentarsi che non sono ancora arrivata (anche se non sono in ritardo), o che non ho fatto qualcosa, o non l’ho fatta ancora o non come voleva lui.
Lo stomaco mi si stringe, deglutisco a vuoto.
Questa telefonata, cui non vorrei nemmeno rispondere, mi si presenta come una specie di nemesi, anzi, di summa di ogni nemesi. Nella prospettiva, nella mia sola immaginazione, è una chiamata che mi sbatterà in faccia i miei peggiori errori, errori così stupidi ed irrimediabili che ancora non so di averli fatti; mi obbligherà a subire una marea di merda, di umiliazione e di disperazione. Mi farà sentire uno schifo.
Scivolo col dito sul touchscreen.
“Pronto?”
“…Salve. Parla Gabetti?”
“…No”
“Oh scusi, ho sbagliato numero!” -clic-
Rimango per un attimo attonita. Poso il telefono sul sedile accanto, incredula.
E’ sempre così: ogni volta che mi faccio soverchiare dall’ansia preventiva lo faccio a vuoto. Spreco energie preziose per preoccuparmi di cose che non sono ancora successe, che facilmente non succederanno mai. Un mal di pancia inutile.
Sospiro e cerco di tornare coi piedi per terra, ad affrontare le difficoltà quando (e se) si presentano. Che poi, quando accade, me la cavo egregiamente. Quello che mi uccide sono le proiezioni che crea con incredibile realismo la mia stessa mente.

Castità forzata

Chi disprezza compra, si dice.
Chi non può comprare, secondo me, disprezza ancora di più. Così capita a me, almeno.
Dopo quasi tre settimane in cui non mi è permesso masturbarmi, inizio a mettere un muso terribile; mi ripeto che tanto non me ne frega, figurati, non ho nemmeno voglia, non ho tempo, ho altro cui pensare.
E poi mi stendo a letto e lei mi chiama. Mi ci metto su una mano a coppa, coprendola; la sento calda.
Se mi sfioro (raccontandomi che capita “per sbaglio”) si sveglia immediatamente. Come una gatta che ti cammina in faccia pretendendo attenzioni, anche lei è altrettanto delicata e sottile nell’imporre la propria presenza.
Mi rigiro cercando di tornare alla mia pretesa, distaccata superiorità: pfui, non ne ho mica bisogno…
Il tempo passa anche in fretta, se non ci penso. Se davvero ho molto da fare, se durante il giorno sono tanto presa, tanto impegnata – e di solito è così – non sto lì a pensarci, né mi manca (o così mi pare). Ma quando arriva la sera, il tepore del letto mi riporta tra le mie braccia, lontano da pensieri ed impegni. Lei è lì, fa un po’ l’offesa (ero qui che ti aspettavo, sai).
Distolgo lo sguardo, mi scuso, mi giro dall’altra parte e cerco di addormentarmi subito. Allora smette di farmi il muso e torna languida: mi ricorda quanto sia bello lasciarsi andare al suo languore; mi si accoccola dentro e inizia a blandirmi: cerca di convincermi a disobbedire, trovando scuse che sembrino plausibili per ottenere soddisfazione senza che ne subisca le conseguenze, s’inventa storie per cui non sarebbe proprio proprio disobbedire …e quasi quasi le credo, vorrei crederle, vorrei cederle e godere, collassando svuotata in un sonno drogato.
Infine mi addormento ugualmente, ma con un senso di mancanza.
È forse, davvero, una compulsione, una dipendenza; ma è una così dolce compulsione, una così bella dipendenza che mi dispiace abbandonarla. Se anche è un vizio, vorrei non smettere mai di essere viziosa in questo modo.