Sedili

C’è stato un sedile di plastica in una vecchia A112 ormai rottamata. Ed un altro, di stoffa, in una station wagon Renault. Sedili posteriori accanto al finestrino. Sedili che hanno sentito, percepito e sostenuto i sogni, i desideri, le voglie sconfinate e insoddisfatte della me stessa bambina e adolescente.
Su quei sedili viaggiavo, in vacanza coi miei ed il mio fratellino, guardando il mondo scorrere fuori dal finestrino. Ascoltavo Tozzi, Vecchioni e De Gregori, di cui i miei mettevano le musicassette nel mangianastri, e sognavo ad occhi aperti.
Quei sedili si sono scaldati e bagnati del calore che mi scorreva copioso tra le gambe.
A ondate, seguendo i crescendo della musica e i saliscendi delle strade, inalando il calore di quei pomeriggi estivi, fantasticavo di sesso: immaginavo mani che mi si infilavano addosso, sogghigni di ideali stupratori che si approfittavano di una me stessa calda, indifesa e vogliosa. Arrivavo in spiaggia che scivolavo.
Non ho mai smesso di immaginare, di sognare. Di rendermi scivolosa.
Ancora oggi, viaggiare sul sedile posteriore mi riporta bambina – quella bambina precoce e bagnata che sono sempre stata.

Prendersi cura della proprietà del Padrone

Quando devo fare qualcosa per me stessa non sono in grado di farla.

Una volta, il mio precedente Padrone si era esasperato con me perché ponevo una spaventosa resistenza passiva a fare delle cose che mi facevano stare bene. Semplicemente non le facevo; persistevo in comportamenti abitudinari che mi danneggiavano. In una serata di confronto lui mi si pose davanti, allo stremo, cercando di farmi capire che era una cosa importante, che era per me stessa che dovevo farlo.
Io scoppiai a piangere e urlai: ma per me farlo per me stessa non è una motivazione abbastanza forte! Ti prego Padrone, dammi un ordine!
Allora lui si rialzò (era chino su di me) con una luce di comprensione negli occhi – sebbene fosse di certo allibito e perplesso. Ma si prese carico di quella mia incapacità di prendermi cura di me e mi ordinò di farlo.
Ricordo con chiarezza il senso di sollievo che mi diede il ricevere un ordine.

Il tempo è passato ma non sono cresciuta, in questo. Ancora, io per me stessa vengo sempre per ultima. Per me stessa non faccio mai nulla. Riempio il mio tempo di impegni per gli altri e quando è il momento di fare attenzione a me un incomprensibile disagio mi soverchia e tergiverso; trovo altri impegni per qualcun altro e rimando ad un tempo che non verrà mai ciò che avrei dovuto fare per me – leggere, scrivere, mettermi la crema, mangiare cibo sano, qualsiasi cosa.

Ora la sfida più grande che mi pone il mio Padrone è dimostrargli di sapercela fare da me.
Non mi resta che appigliarmi alla consapevolezza che ciò che faccio per prendermi cura di me in effetti è una cosa che faccio per Lui: mi prendo cura della Sua proprietà – cioè io.
E chissà che infine non impari a fare le cose per me e basta.
Quello di cui ho paura e’ che, una volta che sarò forte ed autonoma, in grado di prendermi cura di me, allora non avrò più bisogno di un Padrone, perché sarò Padrona di me stessa.
E non voglio.

In/gratitudine

Sono una persona che chiede tanto, me ne rendo conto solo ora – e spero che saprò mantenere questa consapevolezza e metterla a frutto.
Sono rimasta offesa o addirittura arrabbiata quando mi sono sentita defraudata di un mio diritto, sentendo di venire ignorata o di non ottenere TUTTO quello che mi spettava (o che credevo mi spettasse). Mi sento troppo facilmente lasciata da parte, anche se non è così.
Poi incontro le persone di cui sono gelosa o invidiosa, quelle che accuso di accusarmi, di privarmi di ciò che deve essere mio; e scopro che non solo non stanno affatto complottando ai miei danni, ma stanno persino ottenendo molto meno di ciò che ottengo io.
Mi viene così di colpo rivelata tutta la mia ingratitudine, la mia incapacità di accorgermi di ciò che ho e gioirne, invece di guardare sempre ciò che mi manca. Mi sento sbattuta in faccia l’inutilità di tutto il tempo che perdo a recriminare nella mia testa contro un nemico inesistente.
Mi mortifico di questo mio essere così poco umile.
Devo smetterla di preoccuparmi, di pestare i piedi e di sentirmi offesa come se quello che accade fosse un privarmi di un qualche mio inalienabile diritto.
Mi scopro capricciosa, presuntuosa e viziata.
Ma sono grata di questa nuova consapevolezza, che mi permette – ora sì – di essere grata anche di ciò che ho.

Catetere

Accetto perché conosco com’è. Mi è toccato metterlo per ragioni mediche e non di gioco, quindi so che non è così terribile. Sono felice di poter soddisfare quella luce sadica accesa negli occhi della mia Lady.
Quando mi stendo, comunque, tremo.
Tengo le braccia piegate, le mani chiuse vicino al viso, in una posizione che per me è di protezione; tengo le gambe larghe sul lettino da clinical, e tremo.
Non ho propriamente paura, o forse sì. Non temo il catetere in sé; temo gli sguardi. Si raccoglie intorno molta gente e io sono lì: esposta, allargata.
Chi lavora su di me è molto bravo e professionale, molto attento, cosa di cui sono grata: non è passato molto tempo da quando ero molto ipocondriaca, terrorizzata da contagi inesistenti. Una volta non avrei mai accettato di fare clinical, di nessun tipo. Li osservo armeggiarmi addosso coi guanti, aprire le confezioni sterili, usare disinfettante e lubrificante.
Il mio Padrone, ai piedi del lettino, schiocca le dita e mi riporta da Lui, accertandosi che stia bene. Confermo.
Io sono …non so come sono. Mi tremano le gambe, mi batte forte il cuore. Non sto male, non sto nemmeno bene. La pratica è disagevole in sé.
Il fastidio fisico di quando il catetere viene inserito è trascurabile, lo sento all’inizio ma mi adatto quasi subito; non è doloroso. E’ solo umiliante. Solo.
Di colpo realizzo cosa mi terrorizza.
Non ho scelta: piscerò davanti a tutti. Non ho alcuna possibilità di oppormi: il catetere bypassa ogni tipo di difesa o volontà. Potrei stringere i muscoli, chiudere le gambe o urlare che non voglio; ma non ho il controllo.

Non.
Ho.
Il.
Controllo.

Inghiotto aria a vuoto, il cuore in gola. Vibro fino nelle profondità del mio essere. Questo degrado; questa umiliazione: mentre mi distruggono mi risuonano dentro.
Sono strana.

Il mio posto

Il mio posto

C’è un posto per me, ed io so qual è.
E’ un posto in basso, un posto in cui non ho il permesso di alzare lo sguardo. E’ un posto che mi fa sentire bene, pacificata, al sicuro.
Ogni tanto lo dimentico: mi siedo sulle sedie, rispondo in modo sfacciato, o spero di ottenere più di quanto mi è dato. Dimentico dove è giusto che stia, dove sto davvero bene.
Il mio posto mi viene ricordato con facilità; basta uno sguardo, una parola, un gesto; un silenzio, anche. Oppure me ne rendo conto da sola, e torno a cuccia con le orecchie basse e la coda tra le gambe. Mi accoccolo e torno tranquilla, rinchiusa e racchiusa.

Ora sono qui: mortificata, dispiaciuta.
Non voglio andarmene dal mio posto; desidero solo che mi sia concesso restarci.

Disclaimer

Quello che io scrivo qui sono mie sensazioni, mie riflessioni, mie impressioni. Sono esperienze, emozioni, desideri. Questo blog è un contenitore per una parte della mia vita – quella che voglio raccontare. La esprimo in un modo che sia coerente con ciò che sento, che sia sincero e che sia (spero) piacevole da leggere, anche per chi non vive/condivide questa mia vita.

Quello che questo blog non è, è una lista della spesa di richieste sottintese al mio Padrone.

Il fatto di scrivere di ciò che scrivo non è un modo di tirare per la giacca il mio Padrone per farmi fare quello che voglio. Non ci sono pretese, solo sensazioni.

Piuttosto è vero il contrario: se scrivo che desidero qualcosa, è più facile che non l’otterrò mai. Perché svelandomi qui apertamente consegno nelle mani del mio Padrone tutte le mie debolezze, tutte le leve su cui lavorare su di me, tutta la verità del mio cuore esposto.
Rivelare un desiderio credo sia ben diverso dal sottintendere una richiesta.

Qualora la mia scrittura rivelasse una richiesta implicita, preferirei io stessa di gran lunga che non venisse soddisfatta. Perché sarebbe un comportamento indegno di una schiava; sarebbe manipolatorio e subdolo e disonesto, ed io mai nella vita vorrei comportarmi così. Se lo facessi (di certo inconsciamente) allora vorrei essere rieducata e corretta, non accontentata.
E io confido e so che il mio Padrone sappia bene come gestirmi.

Brat

In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
“Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
“Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
Mi batte ancora forte il cuore.