Algolagnia

“Il masochista è un rivoluzionario dell’arrendevolezza: sotto la parvenza di agnello nasconde un lupo. La sua acquiescenza ha una natura ribelle e la sottomissione che esibisce è in realtà un modo di opporsi. Dietro la morbidezza c’è del duro, dietro l’ossequiosità si cela la ribellione”.
– Th. Reik, citato in Sadomasochismo, di Estela V. Welldon, ed. CSE.

Ecco, forse qui si svela l’inghippo della mia doppia natura di slave ribelle.
Non mi spiegavo perché, io così sub nell’animo, avessi sviluppato una tale protervia negli ultimi tempi: perché i capricci, la rabbia, le risposte sarcastiche, la deriva verso la disobbedienza.
Non sono solo sub. Sono maso.
E come masochista desidero, mi dibatto, mi protendo verso la soddisfazione del mio bisogno di dolore. Verso la messa in atto del rituale sadomaso, verso la sessione, verso la frusta.
Mentre la mia parte sottomessa frena, china il capo e si sente felice nella felicità del Padrone, nel Suo sorriso, nel “brava” bisbigliato, la mia parte masochista morde il freno, spinge, si dibatte, alza la testa e vuole, vuole: anela all’impatto.
Come i classici angelo e diavolo sulle mie spalle, mi danno consigli, mi inducono in tentazione, mi tirano in direzioni opposte. L’una perora il silenzio, l’altra alimenta la ribellione.
Sii quieta, attendi; sii obbediente; sii brava.
Si fotta la quiete! Vai, fai, fregatene: senti, subisci!
Divelta in due, non trovo più pace nella pacata sottomissione, eppure mi spaventa il feroce desiderio che diventa quasi necessità, droga di sensazioni. Non ho più una mia identità sicura.
Cavalco il tumulto, simpatizzo per la rivolta, alzo lo sguardo dalla mia cuccia e non so più se questo suono che mi sale di gola è un fare le fusa od è un ringhio…

Farsi male

Ci sono quelle ragazze che si tagliano. Prendono qualcosa di tagliente, affilato, appuntito e se lo passano addosso, magari in qualche posto nascosto dai vestiti, e osservano il sangue affiorare. Il dolore fisico placa per un attimo quello emotivo.
Il mio autolesionismo è il cibo.
Ingoio cereali, pane, cracker, biscotti, tuttoquellochetrovo. L’atto stesso di avere la bocca piena mette per un poco a tacere il senso di insoddisfazione, di disagio, di inadeguatezza.
Il problema è che non funziona più. Crea invece un circolo vizioso. Già mentre inghiotto il cibo sento una voce che mi insulta per come sono debole, grassa, incapace di autocontrollo; che mi dice che quello che sto facendo è stupido, inutile, controproducente. Il fastidio fisico dell’abbuffata mi fa sentire ancora più gonfia di quanto non sia. Alimento – letteralmente – il mio disagio, il mio sentirmi brutta.
Piango calde lacrime di delusione per non riuscire ad essere migliore; per aver gettato al vento una dieta rigorosa ed i risultati conseguiti.
Mi sento un mostro e vorrei andarmene lontano, dove credo tutti vorrebbero relegarmi affinché non offenda loro la vista.
In un posto segreto nel mio cuore so che non è così, che la gente non mi odia né mi odierà mai tanto quanto mi odio io; e so anche che non dovrei odiarmi tanto; che finché mi odierò così sarà difficile se non impossibile stare bene o dimagrire, perché userò sempre il cibo come punizione, sia che me ne riempia sia che me ne privi.
Arranco un passo alla volta e spero che la direzione sia giusta.

Disobbedienza

Quando si comincia a disobbedire?
Quando il pensiero “tanto non lo scoprirà mai, se io non glie lo dico” comincia a farsi strada nel cervello? Quando comincia ad essere allettante? Quando si comincia a considerare valida la possibilità di non dirglielo e restare impunita?
Quando il senso dell’autorità del Padrone non è più una forza sufficiente e mantenerti salda nella tua condotta? Quando si comincia a pensare “vabbè, solo un pochino”, come se ‘un pochino’ non fosse un vero sgarro?
Di cosa si tratta? Noia? Voglia? Sconforto? Distacco?
Non è forse desiderio di attenzioni? Segreta convinzione di meritare una punizione dalla vita, per ignoti motivi, e quindi andarla a provocare? O capriccioso senso di venire trascurata, pestare i piedi per tirarGli la giacca?
E’ in quel momento che chiedo un permesso e la risposta è no. E quel no è tutto quello che avevo bisogno di sentire. In me si riafferma l’autorità del Padrone, l’obbedienza; la rabbia inespressa del sentirmi trascurata sfocia nella rabbia del capriccio e subito si muta nella pacata consapevolezza che quel no è la Sua attenzione su di me. La Sua cura.
Mi cheto e me ne torno al mio angolo, fino alla prossima volta in cui desidererò ribellarmi solo per poter sentire la Sua mano che mi tiene.

Papavero

Quando sono giù, il sole anche se splende non mi illumina.
Cammino come allucinata, gli occhi strizzati, quasi irritata che la giornata sia bella, il cielo sereno: quasi mi sbeffeggiassero nella mia malinconia.
Mi guardo intorno cercando consolazione, cercando un appiglio per risalire dalla mia tristezza, cercando di vedere ciò che di bello c’è intorno a me per risollevarmi il morale.
A lato del marciapiede c’è un piccolo fosso verde d’erba e colorato di fiori: i papaveri rossi, quei piccoli fiori gialli che fanno piccoli soffioni, ma che non sono tarassaco. Mi torna in mente che il tarassaco in inglese si chiama dandelion, che è un nome, un suono, una parola che mi piace così tanto; lo trovo musicale, sereno, come un’altalena in un prato estivo.
Quando sto per riprendere a sorridere, noto le immondizie trascinate in fondo al canale di scolo. Bottiglie, lattine, carta, plastica. C’è un qualcosa di orribile, di sporco che rovina queste piccole, belle cose. Così mi sento anch’io: c’è sempre qualcosa di schifoso in me che guasta l’insieme della mia vita – o così mi pare.
Allora mi chiedo: le cose brutte sono sufficienti a rovinare anche quelle belle, che pure ci sono e fioriscono? Oppure la bellezza anche delle piccole cose è sufficiente a far dimenticare le cose brutte, che si trovano sempre?
Il papavero ed il mozzicone: cosa vedo prima? di cosa mi resta il ricordo?

Cedere

Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione.

Ciò che si conquista con fatica

Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
“Masturbati, te lo meriti”
Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato.

Play Party

All’inizio l’atmosfera è sempre sospesa.
Le persone si aggirano guardinghe lungo i muri, tirano sguardi timidi agli altri presenti; le mani nelle tasche o dietro la schiena, il passo dondolante, tutti sembrano in attesa di qualcosa.
Ci si aspetta forse l’arrivo di un qualche gran sacerdote, una figura autorevole, potente e immediatamente riconoscibile, che dia inizio ai giochi; che compia un rito, forse, che declami delle parole chiarificatrici: sì, la festa è iniziata, potete giocare.
Mi guardo anch’io intorno ma non appaiono né papi né alti prelati del BDSM; i dress sono sfavillanti, lucidi, ma nessuno è investito di una carica altisonante.
Ognuno è sacerdote di sé stesso e della festa.
Infine, in un angolino, qualcuno comincia ad attaccare mollette ad un seno, dall’altro lato della sala si ode lo schiocco deciso di un frustino; in silenzio, in sala clinical gli aghi vengono infilati nella carne ed il solo suono che si sente è quello, assordante, dell’emozione.
Pochi istanti dopo, il salone che appariva vuoto è pieno: tutti giocano, guardano, si eccitano; ognuno agisce la propria arte, il proprio desiderio. Sangue e cera colano su corpi vibranti; vi sono sguardi persi nel vuoto, respiri affannosi o profondi, chiacchiere, risate, mani, piedi, tacchi, cuoio e lattice.
Ancora pochi istanti dopo è l’alba, la notte è fuggita veloce, spazzata dal movimento delle fruste.
Mi siedo a terra, guardo il cielo che si rischiara e respiro l’aria fredda dell’aurora. Una festa meravigliosa.