Vuoto d’aria

Sottomettersi vuol dire appartenere.
Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.

Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera. 
Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
Chiedo di andare in bagno e una volta lì,  senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone. 
Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo.

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Ali per volare

“Braccia in fuori”, mi dice.
“Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
Posso volare, lo sento.
Volo.
Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

Vivere per chi

A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura.

Empowerment

Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.

Conforme

Che cos’è che mi fa comportare in modo conforme?
La paura della punizione? Il desiderio di compiacere? La prospettiva di un premio, o almeno di un’approvazione (ché se si è fatto solo il proprio dovere non si ha diritto a premi)? Il piacere di avere fatto felice il Padrone, sapere di fare ciò che Lui ha richiesto e farlo il meglio possibile?
Solo la paura non basta, lo so per esperienza.
Anche se al momento cruciale della punizione mi pento amaramente e vorrei non aver mai fallito, la paura della punizione da sola non basta a mantenermi in carreggiata.
La paura mi fa vivere male, nell’inquietudine, nel desiderio di rivalsa; mi fa covare vendetta, mi invoglia a cedere alla tentazione di disobbedire di nascosto. La paura mi riempie di rabbia perché la trovo ingiusta, a prescindere; la rabbia mi fa desiderare la ribellione.
Yoda-fear
“La paura è la strada per il lato oscuro. La paura porta alla rabbia. La rabbia all’odio. L’odio alla sofferenza”.

Eppure non desidero altro che ricevere ordini, limitazioni, indicazioni della Giusta Via da seguire. Perché dunque il piacere di obbedire è così sfumato in me, ultimamente? Perché sono così insofferente?
In tutto questo, in questo mio dibattermi, mi arriva un messaggio. E la mia lealtà è ripristinata, le mie certezze rinsaldate. Il mio timore di non essere guidata svanisce, la rabbia lascia spazio alla docilità.
images Accetterò la punizione, perché sarà giusta e prevista. Ma mi impegnerò con coraggio a combattere la paura, ad agire secondo le indicazioni ricevute; non con lo spauracchio, ma con l’obiettivo forte di evitare la punizione. Agire, non solo “provarci”.

“Non provare. Fare, o non fare. Non c’è provare”

L’ho chiesto io

Volere

Nella pagina facebook “Frammenti di una kajira masochista – ai piedi del Padrone” trovo questa immagine con questa didascalia. Mi colpisce.
Perché è ciò che voglio io?…
E’ vero. L’ho voluto. Lo voglio.
Eppure…
In qualche modo questa risposta mi stona, mi delude, mi rattrista. Allora, non lo fa perché Gli piace, perché Lui lo desidera, per avere Lui del piacere?
Ritorna il vecchio motto di spirito “Padrone, fammi tutto ciò che voglio!”
Questo un po’ mi rompe il giocattolo, mi svela il trucco.
Certo che mi viene fatto ciò che desidero. Ma vorrei mantenere questo fatto sotto silenzio, avere il piacere di compiacere il Padrone, di sapere che mi fa ciò che piace a Lui, che mi fa fare ciò che porta soddisfazione a Lui. Che le richieste che mi impone non sono solo una gentile concessione ai miei desideri; ma che siano qualcosa da cui Lui trae appagamento.
E’ solo una bugia?
Non voglio che sia solo una bugia.

When life hits on you, enjoy the beating

1401730113-2014-06-01-when-you-need-most
http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=620

Traduzione:
Molliccio la lumaca / seduto su un albero / s-i a-u-t-o-p-e-n-e-t-r-a
Oh! I boxer vibrano!
[Quale per stasera? -xxx]
Ooh <3 Molliccio si è evoluto in Barzotto!
Quando la vita ti colpisce, goditi la ripassata.
O, come direbbe una saggia lumaca: "Abbi fiducia che la vita ti darà ciò di cui hai bisogno-"
"-nel momento in cui ne avrai più bisogno"

Ho già citato il webcomic "Go get a Roomie". L'ultima strip uscita (qui sopra) mi ha colpita.
Richard è sub e masochista; nell'evoluzione della storia, di recente è divenuto il nuovo giardiniere (garden boy) di Woc, un'anziana e misteriosa matrona, cui gli altri si rivolgono per avere consigli. Nel giardino ha fatto "amicizia" con le lumache, che chiama "Squishy" ("Molliccio"). Nell'ultimo riquadro, incontra il precedente garden boy, un ragazzo schivo e taciturno – ma non è questo che mi ha colpito. Certo sono curiosa di scoprire cosa accadrà tra i due nella storia, ma lo vedrò.
Mi colpisce come Richard sia una figura sempre lieve, serena, sorridente; è irriverente e adorabile, sottomesso, masochista, linguacciuto e dolce.
Mi colpisce perché io, nel mio pormi nel vivere il bdsm, invece, sono sempre corrucciata. Mi prendo troppo sul serio. Ritengo di sover considerare le cose sempre in modo rigoroso, che non ci si possa scherzare su. E' uno stile di vita, non "un gioco".
E invece. Non potrei essere più tranquilla, più serena? Considerarlo in modo più giocoso, meno cupo e tremebondo? Invece di offendermi se tutto non è gestito e vissuto nel massimo rigore – rivoltandomici contro perché non mi pare "il modo giusto" – non potrei semplicemente accogliere ciò che viene, vivere le esperienze senza farmi tante seghe mentali?
Godermi il gioco, la sessione, il bdsm quando accade, quando lo vivo; ed il resto del tempo, bè, essere tranquillamente solo me stessa, che anche se non sono fissa in quel ruolo sono sempre io; non vivo da slave 24/7 e non dovrei sentirmi in colpa per questo. Basta che lo sia quando mi è richiesto – quando io ho voluto che mi fosse richiesto.
Perché è un po' quello il punto: lo faccio perché lo desidero.