Intensità – 12

Non mi sto portando avanti, qui. Altre volte ho approfittato dell’ottima funzione di wordpress per programmare dei post – se sapevo di essere via, di essere incasinata, o se ero particolarmente in vena di scrivere e non volevo perdere l’attimo.
Ora no. Scrivo tutto al momento.
Mantengo ferocemente alta la soglia di intensità. Nel mezzo del lavoro, del vivere costantemente al telefono, alla concentrazione che devo avere, all’ascolto che devo porre, all’essere comunque un junior in costante formazione, sospinta dall’entusiasmo del nuovo ma preoccupata per la mancanza, ancora, di competenze forti ed acquisite, nel mezzo della tempesta mi lego all’albero maestro con un taccuino ed un lapis e scrivo, scrivo.
Che ho fatto nei mesi di disoccupazione? Quando non avevo un tubo di urgente dalla mattina alla sera? Nulla; o quasi.
Adesso che sento forte la violenza della bufera, che sono spazzata dai venti, che mi trema il cuore perché so dove sono e perché, anche se la balena bianca ancora non l’ho veduta, adesso è il momento per non mollare nemmeno un secondo, per tirare fino allo spasimo, per godere ogni goccia di questa vita così bella.

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Intensità – 11

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“Una delle cause più comuni di fallimento è l’abitudine di mollare quando si è soverchiati dalle sconfitte momentanee”

E’ proprio così.
In quel momento in cui fallisco, in cui manco una scadenza, perdo un colpo, la tentazione di cedere è forte. Lasciare andare, lasciare perdere. Credere di essere una totale, miserrima incapace che mai nella vita potrà compiere qualcosa di degno. Spiaggiarmi e morire lì.
E invece no.
Ho imparato a rialzarmi, a rimboccarmi le maniche e continuare a lottare. Ok, ho sbagliato qualcosa, ho fallito un obiettivo; ma il traguardo è ancora distante e posso ancora raggiungerlo.
Perché il traguardo è il viaggio stesso.
Se non ne percorro la via, non lo raggiungerò mai. Allora sì, avrò fallito – a causa della convinzione di avere fallito.

Intensità – 10

L’orribie, affaticante sensazione del “devo fare tutto io”.
Quando invece, par alcune cose, non serve che chiedere. Non serve che parlare, dare voce ai pensieri che frullano in testa, che sbattono come mosche incazzate e snervanti sulle pareti del cervello. Basta aprirsi e lasciarle uscire.
Il tutto che devo fare io è tutto ciò che scelgo di fare; tutto ciò che mi appartiene; tutto ciò che attiene a me stessa e a nessun altro, di cui io sola ho (devo avere) responsabilità. Allora quella responsabilità non è un peso, ma un piacevole fagotto da recare con sé, un abbellimento, un fregio di cui andare orgogliosa.