Pretesa

Non sto nemmeno guardando la tivù: me ne sto seduta sulla mia poltrona girevole, dietro l’angolo del salotto. Con la coda dell’occhio vedo nelle ante della libreria passare riflesse le immagini del programma musicale; ascolto distrattamente la musica e batto il tempo soprapensiero, mentre sfoglio le mie carte. La canzone finisce e i due deejay riprendono un discorso iniziato probabilmente prima, di cui non conosco le premesse e di cui non m’importa nulla; a malapena li ascolto, scocciata dall’interruzione della musica.
Uno dei due dice, rivolto ad un ascoltatore che ha mandato un messaggio: “Forse quello di cui parli tu sono pretese, non aspettative”.
Un campanello suona. Alzo gli occhi di scatto.
Mio marito cambia canale, ne trova un altro musicale e canticchia la canzone dei Queen che sta passando in quel momento. Io resto con lo sguardo fisso al vuoto, senza più badare ai suoni di sottofondo. Mi pare quasi di sentire gli ingranaggi che macinano nel mio cervello.
Ecco: non si tratta di aspettative, ma di pretese.
Le mie aspettative sono così alte, così invasive che sono, in realtà, pretese. E se non mi vengono soddisfatte è per questo che me la prendo tanto. Perché non sto affatto aspettando: sto pretendendo. Ecco perché ci sto così male. Perché risulto così fastidiosa. Ecco dove posso andare a lavorare. Dove posso limare per tornare ad una pacifica attesa, senza questa antipatica modalità da piede infilato nella porta.
Ha senso sperare, ha senso desiderare, ha senso magari aspettarsi qualcosa (non troppo, ma è umano). Ma pretendere, no: non è il mio ruolo, non deve essere il mio ruolo. Non voglio snaturare il mio ruolo e dominare dal basso in questo modo, proprio no.
Grazie, sconosciuto deejay. Mi hai dato un importante indizio per comporre il mio puzzle.

Desiderio

Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

Onomastico

Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
Cionondimeno la intrapresi.
Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo.

Ghiaccio e cera

La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli.

Credo

Quanto credo nelle cose che faccio?
Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
E io, quanto ci credo?

Sto imparando ora a crederci.
Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

Intensità – 26

A volte mi viene da pensare che sarebbe comodo sentire un po’ meno.
Un po’ meno emozioni, un po’ meno sentimenti, un po’ meno coinvolgimento emotivo. Vivere una vita meno intensa, più tiepida. Niente grandi sbalzi, niente caldo soffocante o freddo gelido, niente brividi e batticuori, niente patemi, ansie, paure.
Una vita tranquilla. Piatta. Senza andarsi a cercare sensazioni forti. Una vita ad accontentarsi.
Non fa per me.
Ogni tanto mi serve una pausa, certo: un attimo di quiete, di sospensione e riposo per tirare il fiato e recuperare energie.
Ma poi quelle energie le voglio spendere tutte. Tutte.

Intensità – 25

Mi piace mettere in ordine; alzarmi, prendere abiti ed oggetti sparsi per casa, piegarli, chiuderli e rimetterli al loro posto. Mi dà un senso di serenità, mi calma. Rimetto ordine il soggiorno come fosse la mia vita.
A volte non ci vorrebbe poi tanto, a mantenere ordinato: invece di posare questa cosa lì, per terra, di buttarla malamente sul divano, invece di appoggiarla sul tavolo potrei fare tre metri in più, aprire un cassetto e riporla al suo posto.
A volte quei tre metri in più sembrano impossibili da superare. Ma come, è tutto il giorno che fatico e vuoi che vada fin là?!
Così le cose fuori posto si accumulano, fino a che tutto non mi pare un caos terribile ed ingestibile.
Allora mi alzo e prendo il primo di questi oggetti; lo pacifico e pacifico me stessa nel riportarlo dove deve stare. Poco alla volta la casa si calma, e anch’io. 
Un’altra piccola, piacevole fatica.