Tenacia

Il solo volere non basta. Ci vogliono tempo e pratica; in una parola: tenacia. Mettere da parte l’ansia che è sempre e solo controproducente e andare avanti dandomi tempo per imparare, per crescere le mie potenzialità.
A volte o forse spesso la stanchezza mi soverchia e mi abbatte; la fatica del momento contingente mi annebbia la vista verso il futuro, verso ciò che sto costruendo. La frustrazione dell’errore, della caduta mi rendono faticoso rialzarmi e ricominciare ancora una volta.
Ma se c’è una cosa che ho imparato a detestare, è piangermi addosso. Un minuto, due, dieci di sconforto: ci sta. Poi basta. Riapro gli occhi e il mio sguardo si fissa in alto. Un altro passo, uno alla volta.
Si cresce per crisi successive.

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Espansione

Non sapevo come fare a non aspettarmi nulla, ad essere semplicemente e totalmente aperta ad ogni cosa che sarebbe arrivata. Si fa presto a dirlo, ma non avevo idea di come farlo. Come sentirsi ordinare “sii spontaneo” – una contraddizione, un paradosso.
Invece, è bastato farlo.
Svuotare la mente, levarsi di dosso pregiudizi. Non pensare né in positivo, proiettandomi in avanti con fame ed ingordigia; né in negativo, tentando di fingere che in realtà non m’interessa, con un atteggiamento da ‘la volpe e l’uva’. Un vaso vuoto, da riempire.
E’ stato strano; l’incredulità che stesse accadendo davvero ciò che avevo desiderato tanto e tanto a lungo, senza che in quel momento né lo aspettassi né lo desiderassi, mi ha scombussolata. Ma una volta aperto il canale e divenuta ricettiva, tutto il resto è stato obliterato.
A distanza di giorni, mi restano addosso i segni del cane e della bull, e la sensazione di avere fatto in qualche modo un passo in avanti. Con un modo molto zen, o mistico, o giapponese: nel momento in cui non ho voluto a tutti i costi avanzare, ho compiuto un passo che non avrei potuto fare.
Ho scalato la montagna che non può essere scalata perché non ho pensato a scalarla.

Accettazione

Quando ancora il dolore del primo colpo di cane sta salendo, arriva il secondo.
Urlo e mi piego su me stessa, singhiozzando; forse piango, forse sto per piangere. Mastico la ball gag cercando di dire “giallo”. Allento le dita intorno alla pallina, penso di gettarla a terra e fermare, fermare.
E Lo sento accanto a me.
Solido, mi abbraccia, mi accarezza, mi placa.
Il dolore è ancora lancinante; sento il cane picchiettarmi sulle cosce e scrollo la testa per dire no, no, La prego, basta, è troppo.
Ma la Sua presenza è un viatico di forza. Mi tiene. Raddrizzo le gambe, inspiro, espiro, ansimo, sbavo. Stringo di nuovo le dita intorno al safe signal.
Penso: va bene. Va bene. Per Lei. Se Lei lo vuole.
Tremo, ascolto il cane saltellarmi sulle cosce, tra le gambe, ho il respiro pesante, attendo un colpo secco che non arriva.
Lo so che non è solo bava quella che mi bagna qui sotto; che non è solo saliva colata dalla bocca al mento al petto alla pancia al pube fino a terra. Eppure il dolore è travolgente. Sono insieme terrorizzata e rassicurata.
In questo corto circuito mentale e fisico mi appoggio a Lui, fisicamente e mentalmente.
Accetto ciò che vorrà farmi, Padrone.

Percezione

Uno spostamento d’aria, un fruscio.
Mi arriva, impalpabile, un profumo d’incenso. Hanno acceso un incenso?
Sento scattare un accendino: cick, cickk. Un espirare, sentore di fumo.
Faccio girare nella mano sinistra la pallina ruvida che mi è stata data come safe-signal: se devi comunicare qualcosa, gettala a terra.
Giro la testa a destra, a sinistra. Borbottii, suoni ovattati. Schioccare di fruste. Fruscii che mi passano addosso, ruvidi, morbidi, secchi, carezzevoli. Mani; unghie.

Bendata, imbavagliata.
Inspiro a fondo e lascio andare.

Coinvolgente vs pervasivo

Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.

Sbandierare

Ogni tanto mi capita (come capita) di perdere tempo a scorrere i post su facebook. Discussioni serie, discussioni poco serie, palesi cavolate e varie amenità.
Poi mi succede di imbattermi in post sperticati di slave riguardo il proprio Padrone, su quanto sia masterone, maschione, fantastico, sadicissimo, crudele ed irresistibile, eccetera eccetera.
Quando questi post sono scritti in modo poetico ed accompagnati da una foto evocativa od erotica, ci sta; magari meglio se si tratta di una pagina a tema, piuttosto che un profilo privato. Alcune volte metto anche ‘mi piace’.
Quando però questi post appaiono nel corso di discussioni, nella filza dei 108 commenti ad un post, magari in un gruppo, ecco, lì mi si alza il sopracciglio. E’ un riflesso automatico, non posso farci niente.
Capisco il trasporto, l’emozione, il coinvolgimento – anzi, diciamo la parola sovrana: l’appartenenza. Capisco tutto. Però è un po’ imbarazzante.
Io sono la schiava del mio Padrone; non la Sua lecchina.
Lui non ha certo bisogno che io ad ogni pié sospinto ribadisca pubblicamente quanto sia Dominante, potente, invincibile, incredibile, cattivissimo ma attentissimo, che mi fa andare in deliquio con un solo cenno del capo, e via sperticandosi in complimenti sulle Sue performances di dominanza. Non ha bisogno che Lo difenda a spada tratta (si difende benissimo da solo) o che parteggi per Lui o che Gli faccia da ragazza pon-pon. Soprattutto non su facebook.
Leggere certi voli pindarici mi fa chiedere che cosa c’è sotto. Scusate se penso male.
Dichiarazioni pubbliche del genere rischiano di scadere nel ridicolo e di suonare false, anche se magari alle slave vengono spontanee, nello slancio di compiacere.
Ma servire è diverso da compiacere. Compiacere è sempre falso, artefatto. Servire è dare la vera se stessa. Dalla compiacenza alla servitù c’è un percorso da compiere, e si fa in silenzio.

Fierezza ed umiltà

La prima nella consapevolezza di me stessa, delle mie capacità, del mio valore; la seconda nel pormi di fronte agli altri, nel confronto con chi incontro sul mio cammino.
L’umiltà di non credere di sapere già tutto, di essere migliore di chicchessia; l’umiltà di ascoltare, essere aperta, voler conoscere.
La fierezza del non farmi prevaricare, dello scontro con chi non mi rispetta; la fierezza delle mie idee, del dare e quindi del poter pretendere.
Fierezza non è presunzione; umiltà non è disistima.
A piedi nudi, ma cammino sulle nubi.