FSOG is not BDSM

Ok, mi rassegno e ne parlo anch’io.
Ho letto in questi giorni infiniti commenti ed infinite critiche all’ormai famoso 50 sfumature. Non ho trovato neanche mezza riga a favore, devo dire. La cosa che mi consola è che praticamente dappertutto si dice non solo che è scritto male e che il film è pure peggio, ma soprattutto che quella roba non è bdsm. Se non altro, spero che servirà a diffondere un po’ di cultura su cosa è/non è il bdsm. Spero. Sono ottimista. Ci provo.
Una cosa che ancora non ho letto, nelle varie critiche, è una riflessione che mi è sorta spontanea parlandone con mio marito. Visto che ancora non l’ho letta in giro, la scrivo io, così aggiungo i miei 2 cents.
Nella mia umile opinione il grosso problema di fsog (fifty shades of grey) è che non è presentato come semplice fantasia.
Io spesso faccio fantasie diciamo sadomaso. In queste fantasie subisco di tutto, anche un po’ oltre l’umanamente praticabile. In quanto fantasie, tuttavia, nessuno si fa male veramente e non è necessario che tutto sia dichiaratamente consensuale. Perché accade nella mia mente: nella mia fantasia chi mi domina sa perfettamente cosa voglio e cosa no, cosa mi piace e cosa no, eccetera: per forza, è egli stesso una parte di me! Non devo immaginarmi di spiegargli i miei limiti, o di firmare un contratto, o di definire una safeword. E’ tutto superfluo, tanto è pura immaginazione.
Ecco: se fsog fosse una lunga fantasia, in cui lui è bellissimo ricchissimo fichissimo eccetera e lei è travolta dalla sua presenza ferina eccetera, tutto bene. Uno può immaginarsi un po’ quello che gli pare, se la/lo eccita. Lasciamo da parte il problema che poi sia scritto male. Se fosse coerente in se stesso, nel suo contesto di fantasia di dominazione crudele e totale, in cui lui è cattivissimo senza dover cercare giustificazioni psicologiche dozzinali come i traumi infantili, e lei resiste e soffre ma si capisce che in fondo le piace, sarebbe a posto. Magari potrebbe anche essere eccitante, perché no.
Invece. L’autrice ha pensato bene di calare la cosa in un contesto realistico. Ha inserito elementi di bdsm vero (probabilmente letti su wikipedia) come il contratto. Ha delineato una protagonista che si capisce che *non* le piace il tutto. E poi ha creato situazioni in cui il consenso viene estorto.
SBAGLIATO.
E’ questo, secondo me, il problema grosso legato a fsog. S’è tirato in ballo il bdsm, quello vero, a sproposito. Ed ora tocca metterci una pezza e andarglielo a spiegare a tutti, che quello non è bdsm; anche a quelli che del bdsm non frega nulla, che pensano sia da malati, che vogliono frugare in un torbido che è tale solo ai loro occhi disinformati ed ignoranti.

Ruvido

La corda di canapa mi morde, ruvida; stringe.
E’ un tocco diverso rispetto a quanto provato finora con il bondage. Diverso rispetto allo scorrere veloce, tecnico, preciso, persino gentile delle esperienze di sospensione. Allora, quando le corde venivano strette, era uno strattone cortese, fatto per la mia sicurezza.
Ora, invece. Non c’è scortesia ma una studiata crudezza. Una forza, un trattenere.
Mi agito un po’, provo a fare resistenza per sentirmi costretta, per sentire che le corde stringono e scavano nella carne. Lui tira, comprime.
Sento dolore e questo dolore mi piace.
Ad un certo punto, non so perché, smetto di lottare. Tutti i muscoli del mio corpo si rilassano all’unisono. Non sento più la musica, né il chiacchiericcio delle persone attorno, né il freddo che penetra dalla porta lasciata aperta, in fondo.
Mi lascio andare, la mente vuota. Penso: è subspace?
Le corde tirano, grattano, scorrono; avverto costante addosso la presenza mai invasiva di lui. E’ una vicinanza che mi trasmette calore, dominanza; mi dice: sono qui. Non puoi scappare. Ma anche: non ti abbandono.
E’ kinbaku, mi ha spiegato prima. Non dev’essere estetico, ma duro. Corda non ha mai significato dolore, per me; ora invece la canapa che gratta, che scava con intenzione, con intento di fare male, mi trascina da un’altra parte.

Il giorno dopo mi passo la mano sul braccio e lo sento dolere nel punto dove erano passate le corde. Mi guardo ed osservo affascinata i segni rossi, scuri, doloranti rimasti.

Ringrazio il mio Padrone Sadicamente Master che mi ha concesso questa esperienza, ed il rigger che l’ha condotta: Giuseppe Bombelli (Magister Animus).

Comprensione


Royksopp – The understanding – Triumphant

Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
La comprensione mi rende trionfante.
Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.

Divertimento

“Tu sei un mio divertimento, kat”

Nell’istante in cui mi dice queste parole, realizzo che è un’affermazione assolutamente vera e, per questo, intrinsecamente rassicurante.
E’ profondamente vera perché è scritto nei nostri ruoli, è chi siamo l’Uno per l’altra. E in questa verità io appartengo e so chi sono.
Ma è anche rassicurante perché se non mi considerasse sul serio un Suo divertimento, una Sua cosa da usare, allora non avrebbe a cuore il mio benessere: ignorerebbe la mia safeword e io sarei del tutto ininfluente. Per troppo tempo ho avuto il terrore che potesse essere così: che non contassi davvero nulla per Lui – nonostante tutte le prove del contrario.
Sì: sono una cosa, ma una cosa Sua. In quanto tale, mi tiene con cura; mi usa con ferocia e mi ripone con attenzione. Per potermi usare ancora.

Mi abbandono ad essere il Suo divertimento e ritrovo me stessa – quella me stessa sub che sono e che avevo perso di vista. Torno a consegnarmi in modo consapevole e consensuale nelle Sue mani perché faccia di me quello che più Gli aggrada. Perché mi rende felice essere il Suo divertimento.

Io/non io

Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
Fa male.
Non sono io.
Non sono io.
Non sono io.
Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
Non sono io.
Non sono io.
Non sono io.
Non devo essere io.
Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
Mi sottometto.
Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.