Citazione

Anche per me è così.
Quando mi schiaffeggia la faccia divento solida ed obbediente, divento tenera e incandescente.
Ogni colpo che dà, prende un pezzo di me.

Non si potrebbe dire meglio, quindi rubo queste parole. Grazie, Giovanni Lindo Ferretti, anche se quando le hai scritte probabilmente non pensavi al bdsm.

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Fidarsi

Stesa sul divano, bendata, ansimante, assaporo le sensazioni che ancora mi solcano la pelle.
“Aspetta”, mi dice. Lo sento spostarsi, armeggiare. Non vedo nulla, ma ascolto con attenzione i suoni, cercando di capire.
Rumore di un mazzo di chiavi.
Una cerniera che scorre.

“Cazzo, va via”, penso.
Resto a bocca aperta. Ha preso le chiavi, si è messo il giubbino e ha chiuso la cerniera. Adesso sentirò la porta che si apre e si richiude. Cazzo, se ne va. Mi lascia qui. Mi ha usata e se ne va. Sono incredula; una parte di me però la trova una cosa molto bdsm, umiliante. Addirittura mi piace. Eppure mi pare impossibile.
Boccheggio per una lunghissima manciata di secondi.

Un tonfo, come di qualcosa che viene aperto.
Allora ricordo: ha portato una borsa con la cerniera chiusa da un lucchetto.

Dentro di me rido per l’idea balorda avuta e sogghigno per averla considerata un gioco possibile, ma soprattutto sono felice perché non ho dubitato. Sono rimasta fiduciosa in Lui, in quello che stava facendo, per quanto assurdo potesse sembrarmi.

Diamante nelle Sue mani

Inspiro, espiro.
Ho lasciato andare il freno a mano. Ho deciso.
Quando arriva sono pronta, mi sento pronta. Tutti i sensi all’erta, rivolti verso di Lui.

Mi piega senza grazia sul piano della cucina.
Non ho più paura: non era paura di Lui, ma di volerlo; di ciò che desidero.

Mi fa spogliare nuda. Mi guarda. “Mi piaci”, dice. Senza volere sorrido, gli occhi bassi.
Il mio corpo è più saggio di me, conosce cose che io non capisco. Il mio corpo arriva prima alla consapevolezza di ciò che desidero, di ciò che mi fa stare bene, mentre il cervello è ancora fermo ad elucubrare, ragionare, ripensare.
Sorrido senza pensarci e quel sorriso indica che gli credo, finalmente.

Dopo, il mio cervello non riesce più a pensare a niente. Un paio di volte ci prova, a mettere il becco. Ma la carne lo travolge. Tutto diventa bianco, silenzioso, ricettivo. Quel chiacchiericcio infinito si ferma, finalmente; riesco solo a rispondere sì, Padrone.
Annaspo, piegata, la faccia affondata nel divano, la benda che mi chiude gli occhi, le gambe larghe e il culo che urla per la fame di colpi che ha. Sento la carne che brucia, che pulsa: ogni centimetro di me grida ancora! ancora!! Mi inarco, mi espongo; mi lascio andare. “Più forte, Padrone, per favore!”, esclamo, senza credere di averlo detto veramente.

La wand mi cade dalle mani, gli occhi bendati mi si girano all’indietro, mugugno qualche verso senza senso; sbavo. Si ferma, mi raccoglie e mi fa stendere sul divano. Riesco ad articolare qualche parola: no, non voglio fermarmi. Mi fa girare a pancia in su, mi mette meglio. Io rotolo, felice che si prenda cura di me. Mi sposta ancora, ancora un po’, la testa mi scende dal bordo mentre il corpo resta disteso. Non capisco, ma mi lascio fare, molle e abbandonata a Lui, ancora convinta che sia una pausa, che siano coccole. Sento un frusciare di vestiti e di colpo è sopra di me; entra e mi usa la bocca.
Ho un singulto: non me l’aspettavo, la testa vortica, il corpo freme. Dentro di me si spegne qualcos’altro, divento oggetto, buco. Annullata, sconvolta, felice.
Poi, ancora: mi gira e sono colpi, graffi, cera, morsi. Mi chiama in ogni modo; stronza, persino. Penso (un pensiero primitivo, lento, in fondo al cervello): me lo merito proprio.

Mi mette a terra, i piedi in faccia. Lo odoro e mi lascio inebriare. Mi nutro di Lui, la lingua di fuori: lecco.
Mi usa ancora e i visceri mi si stringono per l’emozione devastante che sento: sono la feccia della terra, gettata sul pavimento e schiacciata, lurida e schifosa. E Sua.

Sua.

Decidere

“Tu cosa vuoi?”

Messaggi, elucubrazioni, il mio post, i commenti sotto (grazie, mie lettrici), lui che sottoscrive, che mi scrive, parliamo, ci confrontiamo. Quindi?

“Tu cosa vuoi?”, mi scrive.

Io fisso la domanda, vado in panico, inizio a scrivere. Scrivo, scrivo: ecco, forse, ma, però, perché in realtà, talvolta invece, verde ma rosso, lungo ma corto, vorrei questo però non proprio, non sono sicura, non credo, ma anche sì.
Mi fermo.
Guardo il text wall che ho prodotto. Occupa tutta la schermata, e devo scorrere su e giù per leggerlo tutto. E’ arzigogolato, complicato, lo rileggo e nemmeno io ci capisco un tubo. C’è qualcosa che vorrei dire, che ho dentro ma non riesco a tirare fuori, non riesco ad esprimere quello che vorrei, la complessità di quello che sento, il vorticare di sensazioni e pensieri…
Penso: mavaffanculo.
Cancello tutto.

“Quello che voglio è sentire”

Basta così. Ho deciso.
Avevo già deciso? Ho deciso adesso? Avevo già deciso ma però tuttavia? Non importa. Silenzio: tacciano tutte le paranoie, le insicurezze, i ma, i però.
Sentire, questo è tutto.

Ma

E poi alla fine c’è un ma.

Una parte di me non è soddisfatta; si aspettava un’altra cosa, forse. Ho sentito, ho subìto: eppure qualcosa stona, qualcosa è fuori posto, qualcosa ancora non combacia.
Perché?, mi chiedo. Cos’è?, mi chiede. Non so rispondere e sono sincera. C’è qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

Ripensandoci dopo, a mente fredda (questo bisogno di analizzare, capire, a volte non so se è vitale o una condanna), ancora mi sfugge.

Non è proprio il momento ideale per iniziare una relazione D/s, forse, nella mia vita.
Eppure ne sento così tanto il bisogno, è una spinta interiore, una necessità fisica.

Ho ancora la sensazione che ci sia qualcosa di non detto, di non concluso, dalla relazione precedente.
Ma voglio andare avanti, oltre, non dimenticare ma superare; basta.

Il lavoro è tutto un alti e bassi, soddisfazioni e delusioni, fatica e gioia, stanchezza e commozione.
D’altra parte, è così per tutti, o quasi tutti. No?

Mi sento un cesso. Quello sì. Tremendamente. Ho preso 10kg, forse di più. Sono gonfia, sformata, fuori forma e impossibilitata ad allenarmi da una schiena malmessa. Mangio male, porcherie e cioccolato. Fatico a guardarmi allo specchio e mi vesto sempre peggio. Mi andrei a nascondere sottoterra.
Quando mi prende in braccio mi sento enorme, pesantissima, ingombrante, fastidiosa. Gli farò schifo, penso. Non ho l’aspetto che vorrei avere, che dovrei avere per questo ruolo. Sono inadeguata, deludente.
Quello che mi dice quasi non conta, forse non gli credo davvero. Mi fido su tutto; su questo no (ma è così da sempre, con chiunque).

Il terrore di non andare abbastanza bene.

Tante cose, troppe cose; pensieri, paranoie, insicurezze.
Tutto insieme, crea quel ma. Così non c’è un’unica causa da risolvere, ma un casino.

Doppia natura

Entra e abbasso lo sguardo. Vorrei guardarlo, ridacchio, non so come muovermi. Alzo gli occhi, li riabbasso subito. Sposto il peso da un piede all’altro, ridacchio ancora. Richiudo la porta, prendo la sua giacca e la appendo.
Lui mi si avvicina, io guardo per terra, mi mordo un dito, non so bene cosa fare, cosa dire; devo fare o dire qualcosa? Ma cosa? Inizio a sentire una specie di panico: ho paura di sbagliare, di essere stupida, o sbagliata, o deludente.
Alza le mani e mi tocca, mi carezza la testa, una carezza decisa; mi prende per i capelli, mi fa abbassare. Piego le ginocchia e vado giù. I pensieri iniziano a dipanarsi, il rumore lascia spazio al silenzio. Le sue mani sanno cosa fare e me lo fanno fare. Mi si appoggia addosso, sopra: resto incastrata tra le sue gambe, sento il suo calore, la sua presenza, le sue mani che ancora mi toccano i capelli.
Mi spinge più giù. Mi prostro tra le sue gambe. Respiro dalla bocca semichiusa, ascolto la sua voce, sento il suo tocco; la mente si svuota, la tensione inizia a sciogliersi.
Mi alza la gonna e mi passa le mani sul culo.
Ed ecco che la tensione che avevo scompare e viene sostituita da un’altra tensione, diversa. Tutti i miei sensi vanno all’erta: sono qui, sono adesso, lui mi è addosso: sono per lui.
Il suo tocco trasmette possesso.
Mi tocca come si fa con una cosa che si apprezza con le mani: divento consistenza, carne, gioco, bimba, cagna.

Mi accarezza, mi colpisce.
Mi blandisce, mi insulta.
Mi consola, mi schiaffeggia.
Mi coccola, mi umilia.
Mi protegge, mi abusa.
Mi considera, mi usa.

Mi spinge via e rotolo sul divano, fradicia, il suo sapore in bocca, gli occhi chiusi per non guardarlo, usata, felice, tremante.
Sono una piccola cosa timorosa e indifesa, e sono una cagna masochista e vogliosa.
Mi vergogno e anelo.
Chiedo pietà e ne voglio ancora.
Dico no ed esprimo sì.

Non posso decidere. Non posso scegliere. Sono entrambe.

100 giorni

Mi sembra passato moltissimo tempo. Oppure pochissimo.

Cento giorni.

Cento giorni dalla prima volta che ho letto un suo messaggio, da che gli ho risposto perché il messaggio era cortese, educato e mirato. Nessun “ciao” buttato a caso, nessuna pesca a strascico con un testo copiaincollato.

Cento giorni in cui ci siamo conosciuti, in cui il dialogo è fluito quasi da solo, in cui ci siamo confrontati su gusti, interessi, punti di vista. Cento giorni in cui siamo passati dal tu al lei, dal nome al titolo, dalla conoscenza all’appartenenza.

Cento giorni di ottovolante. Salite cariche di tensione, discese improvvise, respiro mozzato; cuore in gola, stomaco contratto, gambe strette e nocche bianche per quanto mi aggrappo: per la paura di farmi male, di cadere, della velocità e per l’emozione violenta che mi travolge.

Cento giorni di parole, di dialogo, di comunicazione; di comprensione anche dei momenti incompresibili. Cento giorni di esplorazione, di termini, di dinamiche; di infilarsi sottopelle e di trovare nuovi modi per farlo, nuove parole, nuove immagini.

Cento giorni di messaggi che mi fanno sorridere, contrarre, stringere, ansimare, riflettere.
Cento giorni di corpo, pressione, presenza, vicinanza estrema addosso, sopra, dentro.

E’ tanto?
E’ poco?
E’.

E’ intenso, potente, destabilizzante, diverso, feroce, intimo.
E continua…