After

Strizzo gli occhi mentre mi siedo. Il culo duole, lo sento caldo e indolenzito… ed è una bellissima sensazione. Sorrido, rilasso le spalle (sono sempre contratta), mi lascio andare a sentire. Come prima.

Non mi accorgo nemmeno, ora, se c’è silenzio. Ci sono dei suoni, rumori in lontananza, credo; ma non ci faccio caso. Non accendo la musica, non serve: l’aria è già piena delle sensazioni che stanno aleggiando, di quello che ho vissuto – anzi: di quello che abbiamo vissuto.

Riordino con calma, sorridendo. Metto da parte le cose che vanno lavate, ripongo quelle non utilizzate, raccolgo e sistemo quelle usate. C’è un senso di pace nel riordinare dopo, speculare al senso di urgenza che avevo nel riordinare prima.

Anche io mi sento messa al mio posto, ordinata.

L’attesa è stata colmata dalla presenza, e ora ne assaporo le sensazioni residue, vive e profonde nella mia anima oltre che nel mio corpo.

Preparo un the caldo e riposo.

Before

Silenzio.

Ripasso mentalmente tutti i passaggi, ogni oggetto, ogni messaggio, per essere sicura di non dimenticare niente. Non ho dimenticato niente, vero? Vero. Aspetta, ricontrollo.

Gli strumenti sul tavolo, gli strumenti addosso. L’acqua. Il caffè. Io.

Un silenzio denso, liquido; me lo lascio scorrere addosso, focalizzo i pensieri e lascio andare ciò che non c’entra. Respiro. Rilascio le spalle. Ripasso ancora.

In silenzio ma attenta. Proiettata.

Aspetto.

Saliva

Distesa, mi ordina di tenere la bocca aperta; lo sento incombere su di me, anche se tengo gli occhi chiusi: ne sento il calore, il respiro, la presenza. So cosa sta per fare e sto già tremando.
Il suo sputo mi cola sulla lingua e in bocca.
Gemo e mi dibatto in preda allo schifo.
Non posso farne a meno, è più forte di me: mi fa schifo questo liquido viscoso e caldo che mi cola dentro col suo vago gusto di caffè. Chiudo la bocca, sbavo, lo faccio colare fuori, lungo le guance, strillando e rigirandomi.
Mi ordina di nuovo di aprire la bocca. Strizzo gli occhi e lo faccio, controvoglia, il viso contratto in una smorfia, implorando mentalmente pietà, ma lo faccio.
Eccolo, ancora, silenzioso e viscido; è tantissimo e faccio le bolle, schiumando, sputandolo, versandolo fuori dalla mia bocca. Lo stomaco mi si contrae per il senso di umiliazione che provo, per lo schifo che sento, per il piacere oscuro che mi rimescola i visceri: sono Sua, da usare come preferisce. Ricevo quanto mi dà.
Ma è comunque più forte di me: in mancanza di un esplicito ordine che mi obblighi diversamente, rimetto la sua saliva fuori di me, a impiastrarmi la faccia.

Più tardi, mi mette il morso. Dieci centimetri di gomma dura di traverso alla bocca, che mi impediscono di richiuderla o anche solo di accostare le labbra.
Di nuovo distesa, lo sento di nuovo sopra di me; tremo, stringo i pugni, tengo gli occhi chiusi e spero che non lo faccia… ma naturalmente lo fa: con perfetta precisione sento il suo sputo insinuarsi tra il morso e il mio labbro inferiore, mi cola in bocca e sul mento, mi scivola sulla lingua.
Non posso più opporre alcun trucco per rigettarlo. Sento la sua saliva in gola.
Emetto versi, contraggo la faccia, mi dibatto ancora, giro la testa a destra e a sinistra ma non ho alcuno scampo.
Ingoio il suo sputo ed è un’umiliazione più profonda e devastante che non se fosse sperma.

Quando infine mi fa sollevare e mi toglie il morso mi sento stordita e annichilita, e felice di esserlo.

Epifanie

Parliamo? Parliamo.
Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
E alla fine cambio.
Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

Sottomissione

Mi è capitato talvolta nella vita di ricevere un regalo che non era proprio quello che volevo.
La consolle portatile per videogiochi che desideravo, ma un modello diverso. L’abito che avevo visto, ma di un altro colore. Il pendente che avevo indicato, ma con una catenina che non mi piaceva.

Ogni volta ho messo il muso, mi sono rattristata, delusa, preoccupata che fosse il segnale che l’altro non mi avesse capita, che fossimo magari incompatibili. Ho fatto cambiare regali e riportare indietro cose, ho finto apprezzamento e fatto il broncio.
Ho fatto dei capricci assurdi, mi rendo conto, ed ero già ampiamente di un’età in cui non avrei dovuto farli.

E poi in un attimo capisco.
Con poche parole, ma dirette.
Capisco cosa vuol dire sottomissione.

Certo che l’ho sempre saputo. Ma di colpo l’ho sentito.

Accettazione. Silenzio. Ricevere.

Non contano i miei capricci, le mie aspetttive, cosa mi ero immaginato, le mie paranoie o insicurezze, le cose che non sono proprio come io le vorrei, il passato, o nient’altro. Non conta.
Conta l’Appartenenza, ricevere un Dono e portarlo con orgoglio e gioia perché è Suo – non perché è quello io volevo.

Di colpo sono riappacificata, sorrido e mi sento al mio posto.