(S)piacevolezza

Quanto adoro l’espressione in questa foto.
Essere aperta dal Padrone – aprirsi al Padrone – non è solo un’esperienza piacevole. E’ dolorosa, faticosa, cattiva. Ed è questo che mi piace.

Sono stufa di tutte quelle immagini edulcorate, patinate, dolci, che mostrano il lato più tenero dell’Appartenenza. L’abbandono tra le Sue braccia, culi esposti ma senza un segno, volti distesi con le labbra dischiuse. Bellissimo, per carità: ma c’è ben altro.
Datemi l’espressione della sofferenza che precede l’abbraccio, la smorfia di dolore, le labbra arricciate, gli occhi strizzati e il senso di invasione che si prova a sentire il Padrone che entra nel proprio sé più profondo. Carne che si segna, che si apre, che urla, muscoli contratti e bava – espressione fisica di ciò che si vive, ma non è solo nel corpo che si sente.

Attraverso la carne è l’anima che si lacera e si apre. E ogni segno si richiude sopra l’abisso e diventa legame.

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Verticalità

E’ una parola che non conoscevo, ma definisce perfettamente ciò che sento e ciò che cerco in una relazione D/s. Me l’ha insegnata Lui; quando l’ha usata per la prima volta, in chat, pur non conoscendola l’ho riconosciuta. Ho capito cosa significava e ne ho sentito il valore.

Verticalità.

SentirLo sopra, sentirmi sotto.
Sapere che non siamo sullo stesso piano, ma su due livelli differenti, e che il flusso di potere che scorre tra questi due piani è ciò che dà senso al rapporto.
In questa prospettiva che va dall’alto verso il basso si allunga la profondità; la mente si inoltra nel vortice e scende, in un precipitare guidato dalla verticalità stessa.

Scendere

I colpi si susseguono, senza alcuna tregua.
Annaspo, strillo, mi agito e mi aggrappo al cuscino che mi trovo davanti. Spero in una pausa, un momento di sospensione, una carezza sulla parte colpita per sopire il dolore, ma Lui non sembra sentire nessuna fatica e contina a colpire senza sosta.
Grido, non ce la faccio più: giallo!
Pausa.
Lui si sposta, armeggia, io piagnucolo nel cuscino. Torna dopo pochissimo e riprende a colpirmi con un diverso strumento. Urlo. E’ la barrell: un dolore tagliente, doppio.
Poi, cambia. Senza che me ne renda conto, passa ad un ritmo più cadenzato, preciso: mi colpisce solo sul culo, forte, ma ritmico. Non me ne accorgo razionalmente, ma lo sento. Lo sento dentro; inizio a respirare in modo diverso, più a fondo.

E’ come scendere una immensa, infinita gradinata che scende nel profondo.

Un passo alla volta, un gradino alla volta, verso il buio, il caldo, il denso. Un poco alla volta, scendo in subspace. Mi rendo conto di starlo facendo e mi stupisce: in passato ci finivo di colpo, senza capire come. Una botola che si apriva sotto di me ed ero di là. Adesso no: scendo lentamente. Di più: decido di scendere. Mi lascio trasportare da Lui, dal Suo modo di colpirmi, dal dolore che mi dona.
I muscoli si rilassano, smetto di strillare e ci sono.
Silenzio.

Silenzio.

Ascolto il ritmico scivolare, colpire e strisciare della frusta.
C’è una ventola che ronza in sottofondo.
Sento Lui respirare.

Mi sento galleggiare. Tengo gli occhi chiusi, poi li apro, poi li richiudo. Parlotto tra me e me. Sorrido.
Il culo è il fulcro del mio mondo, ora: sento le due code di cuoio che mi tagliano a metà, di traverso. Colpo, fruscio, colpo, fruscio, colpo. Il culo brucia, ma è come un sogno: non è davvero il mio culo, eppure lo è. Penso che potrei farmi tagliare davvero e non me ne renderei conto, adesso non chiamerei nessuna safeword. Ascolto il culo che brucia di dolore. Sto benissimo.
Navigo in acque sconosciute e calde che mi cullano. Mi affido alla guida di chi mi infligge il dolore, che è l’unico ora che possa fermarsi o pilotare.

Quanto tempo dura? Quanti colpi saranno? Potrebbe essere un’ora o un minuto, dieci colpi o cento. Vivo in un tempo sospeso.
D’improvviso un colpo diverso, in verticale, e un altro, dall’altra parte: un dolore diverso, il ritmo si spezza. Cado e sono di nuovo qui: urlo e scatto in avanti per sottrarmi, mi gira la testa, cado stesa; Lui si ferma e Lo sento stendersi sopra di me, mi usa come cuscino; riposa, credo. Respiro e recupero: risalgo dal subspace, riprendendomi dal brusco risveglio.

“Ci sei?”, chiede.
“Ci sono, Padrone”, rispondo.
Si alza e ricomincia, senza pietà.

Come una lama che solca la pelle

“Stai ferma, kat”, dice.
“Sì, Padrone”.
Resto distesa, immobile, mentre il coltello mi raschia la pelle della pancia, del seno, del sesso, togliendo la cera ormai fredda. Non taglia, me ne sento il filo al passaggio.

Non è un semplice gesto meccanico, utile a pulirmi; nel passaggio della lama sento il Suo sorriso. Socchiudo gli occhi – come mi capita di fare, senza pensarci, è più forte di me: anche se mi è vietato guardarLo, Lo sbircio, di nascosto, sperando che non se ne accorga. Quando se ne accorge, nego spudoratamente e spero nella Sua indulgenza.
Lo vedo che sorride, lo sguardo scuro rivolto alla lama, alla carne. Sentire il Suo piacere mi riempie, mi rimescola i visceri, mi rende cosciente che esisto in quel momento solo per Lui, per la Sua gratificazione.

Mi attraversa un pensiero: Gli ho dato in mano un’arma.

L’ho fatto io, Lui non lo ha chiesto né preteso; ne avevamo parlato ma non era premeditato: avevo nella borsetta un coltello a serramanico per caso, un peculiare regalo di Natale.
Inspiro, espiro: mi fido. Lascio che mi passi addosso un’arma con cui potrebbe, se volesse, uccidermi. Un brivido, ma resto immobile. Non solo lascio che lo faccia: l’ho armato io.
Al di là del fatto materiale… è anche una perfetta metafora.
Mi sono consegnata a Lui, consapevole, perché sia il mio Carnefice: perché mi porti nell’Abisso e mi riporti a galla, perché mi laceri e mi richiuda, perché mi usi e mi possieda.

Dopo, ripongo il coltello nella borsa degli strumenti, perché sia sempre disponibile. Come me.

Osservare

Occhi che brillano e culo in fiamme.

Seduta ai piedi del mio Padrone, sul duro pavimento coperto di linoleum nero, ascolto il canto del dolore che pulsa dal mio sedere e osservo con un sorriso di gioia le altre persone che nel piccolo locale stanno giocando.
Com’era? “Persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico”. E’ ancora così: i corpi rilucono di una bellezza ultraterrena, trasfigurati dal vivere la parte più intima di sé. Le teste si reclinano e le schiene si inarcano, abbandono e tensione, contatto e dolore.
Viversi in pubblico accentua il piacere di sentirsi accettati, di potersi mostrare per chi si è nel proprio profondo; condividere sensazioni private, intime. E’ un dono inestimabile e lo osservo con gioia e rispetto.
Le ragazze che tengono gli occhi chiusi avvolte dalle corde, appese in un dolore che è piacere, in una costrizione che è volo. Gli slave stesi a terra sotto i piedi delle Miss, felici di poterli sentire addosso. I suoni secchi dei colpi che superano persino il frastuono assordante della musica e sono una melodia che risuona nei visceri più di qualsiasi basso.

Sento il mio Padrone chiacchierare ed è un piacere sentirLo e vederLo accanto a lei. Si sente ciò che c’è tra loro, qualsiasi nome gli si voglia dare: è una leggera elettricità fatta di sorrisi e sguardi. Tengo il mio basso e mi limito a lasciare che questa elettricità mi increspi la pelle, mentre il Padrone mi tocca e mi schiaccia e mi tormenta i capezzoli come se stesse facendo ghirigori su un foglio di carta mentre chiacchiera. Mi sento usata e mi sento Sua, a disposizione.
Al mio posto e felice.

Onirica – VII

Io e il mio Padrone siamo al munch, che si tiene in un locale su due piani. C’è molta gente, tutti chiacchierano e bevono cocktail. Ci separiamo e io vado a parlare con un’altra ragazza coi capelli ricci e rossi, che nella realtà non so chi sia. Dopo un po’ mi rendo conto che è passato molto tempo, mi sento in colpa, sono distante da troppo dal mio Padrone; saluto la ragazza e vado a cercarlo.
Esco dalla stanza e salgo le scale per andare al piano superiore, ma in cima alle scale Lo vedo. Lui mi guarda e io corro per raggiungerlo, ma quando arrivo Lui non c’è più; mi giro ed è in fondo alla scala, col suo drink in mano, mi guarda e mi fa un cenno con la testa, come a dire: andiamo?, e se ne va nell’altra direzione.
Io scendo le scale di corsa e lo seguo fino dentro un’altra stanza. Ma la stanza è in realtà un luogo aperto, c’è un ampio prato battuto dal sole (ma prima era sera); fa molto caldo sotto il sole, ma in mezzo al prato c’è un albero dal tronco reclinato e le fronde protese verso l’alto, che fa ombra. Penso che sarebbe ottimo stendermi lì per dormire, nella frescura dell’ombra.
Ma da dietro il tronco esce un grosso cane, forse un lupo, col pelo fulvo e screziato di nero simile a quello di una iena; di colpo so che è il mio Padrone, che ha la capacità di trasformarsi. Mi ringhia contro, col pelo ritto. Ho paura, ho fatto qualcosa che lo ha fatto arrabbiare, forse, capisco che mi attaccherà e mi sbranerà. Ma so che anch’io ho la facoltà di trasformarmi: mi concentro e mi chino in ginocchio, mutando in cane.

Il sogno diventa strano. Lo vivo in prima persona ma come se fossi dentro me stessa, all’interno della forma di cane. Sono sia io-umana, sia io-cane.

Il mio Padrone trasformato mi viene incontro, io mi getto a terra in segno di sottomissione, il muso rivolto a Lui; Lui smette di ringhiare, mi annusa, mi lecca. Gira dietro di me; mi pianta una zampa nella schiena, schiacciandomi a terra. Annaspo, cerco di divincolarmi ma mi tiene ferma. Lo sento appoggiarsi, scivolare, e infine entrare dentro di me.
Mi monta con violenza e quando ha finito scende e se ne va. Io resto lì a terra, ansimante ma riappacificata.

Mi sveglio con la bocca aperta e il fiato grosso.

Ritmo

Prende un ritmo preciso, ad un certo punto.
Ascolto il susseguirsi dei colpi; uno dopo l’altro, precisi, cadenzati. E’ una musica che ascolto con la carne, non con le orecchie: la carne risuona al colpire della frusta ma è all’interno che rimbomba.
La cadenza mi scava da dentro in ondate di dolore, risale dentro di me, è una risacca lenta e costante; sale, sale, lambisce il cervello e un po’ alla volta lo sommerge. Dolore, dolore, piacere, dolore, colpo, colpo…

D’improvviso mi immergo. E’ un scivolare, un lasciare la presa. Mi abbandono nella risacca, nel ritmo dei colpi, nel ritmo del dolore. Smetto di strillare, rilasso tutti i muscoli: silenzio. Sono immersa ora, l’acqua ovatta tutto: i colpi, i suoni, i pensieri.
Sollevo un po’ la testa, parlo tra me: “Ah, ma allora il subspace è una questione di masochismo”, bisbiglio. Non so se Lui mi abbia sentito. Forse no, la cadenza dei colpi non varia, non mi chiede conto del mio piccolo monologo. Non importa: ciò che conta ora è sentire.

Ondeggio la testa: ascolto. Nel silenzio, la marea continua a salire; mi lascio galleggiare, trasportare al largo. Perdo di vista la riva, dimentico tutto. Mi abbandono all’affogare, lascio che l’abisso si richiuda su di me; vado a fondo, in un lento precipitare, accompagnata e avvolta in un oceano di sensazione pura.

Non è che non senta più il dolore, ma mi parla in modo diverso. La frusta colpisce, il culo risponde. Mugolo. Quanti colpi saranno? Non ho idea, non li conto, non mi interessa. Spero che siano tanti, che lascino il segno, che non smettano ancora. Che non smettano più.

Respiro a fondo, lentamente; sento la carne bruciare dolcemente.
Una mano mi stringe una caviglia, mi fa girare supina sul letto: non oppongo alcuna resistenza, rotolo ad occhi chiusi, le labbra socchiuse, una poltiglia vivente.
Riconosco il ronzio rumoroso della wand, sento la vibrazione che mi si appoggia tra le gambe aperte. Quello che provo non è un orgasmo, ma il singulto di pancia dell’affogato che di colpo rimette l’acqua e torna a respirare. Mi contraggo su me stessa, emetto un suono gutturale e boccheggio.

Mi aggrappo a Lui, che mi ha tenuto la testa sotto l’acqua buia del mio abisso e me l’ha tirata fuori; mi aggrappo e mi tiene. Risalgo lentamente fino al bordo della mia coscienza.