Sembra ieri

Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
E leggo.
Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

E tutto è iniziato da qui.

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Domande

Da sempre mi interrogo su me stessa, mi esploro, cerco di comprendere le strane circonvoluzioni che mi fanno (s)ragionare. Leggo, studio, approfondisco: perché penso questo, cosa mi provoca questa emozione, cosa mi spinge a quel comportamento?

Ho imparato moltissimo, nel tempo, da sola e grazie ai libri. Ma soprattutto ho imparato grazie all’Appartenenza.

Spesso cerco invano le risposte, che mi sfuggono e mi restano inaccessibili, con mia grande frustrazione. Poi, d’improvviso, comprendo: la cosa fondamentale non sono le risposte, ma avere le giuste domande. E il Padrone ha questa capacità – ai miei occhi quasi sovrannaturale – di farmi le domande giuste. Quelle scomode, quelle difficili, quelle stronze, anche. Ma giuste. Quelle che fanno pensare alla risposta che cercavo, senza più menare il can per l’aia, ma andando dritta al bersaglio.

La domanda giusta è la mira che mi mancava. Le risposte le ho, ma ho bisogno di essere indirizzata. E’ questa (anche) la guida che cerco nell’Appartenenza: la lucida freddezza del Padrone che mi interroga per farmi migliorare; la motivazione profonda, che mi smuove dalla mia immensa pigrizia, per diventare una me stessa migliore perché Lui sia orgoglioso di me.

Atroce, violento, perfetto

Il sottile bastoncino di rattan ticchetta e colpisce, costante.
Sobbalzo ad ogni colpo, il culo sempre più dolorante e, immagino, arrossato. Non vedo nulla, tengo gli occhi chiusi dietro la benda: ascolto il colpire, la Sua mano che cala il cane senza stancarsi, senza pause; ascolto il dolore che sale.
Mi mette dentro un dito, due forse. Scivola: so come il mio corpo reagisce a questo dolore, e la vergogna che provo non fa che aumentare il bagnato.
Mentre mi colpisce mi penetra, sento il piacere salire, artiglio l’aria con le mani.

“Godo, Padrone”
“Godi, troia”

Gemo e strillo, l’orgasmo mi si espande nelle viscere. Sollevo la testa, boccheggio. Continuo a godere, la sensazione persiste, mi scava dentro. Di colpo mi rendo conto che il Padrone non mi sta più toccando. C’è solo il cane, che scende implacabile. Com’è possibile…? Sento ancora… nelle viscere.
Non connetto più, non capisco, non riesco più a pensare. Resta solo la carne, il sentire, il bruciare del dolore, il cane che colpisce sempre più forte.

Sollevo il culo, incontro al dolore. Godo di nuovo. Ho gli occhi sgranati dietro la benda, incredula io stessa dell’intensità che mi attraversa la carne, incredula di godere del solo dolore, grata che diventi ancora più forte, più violento, più pesante, che mi faccia gridare e gemere di gola, in versi gutturali che denunciano la sensazione che provo – un dolore perfetto.