Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Due: Integrazione

Io sono kat.
Eppure, sono anche Chiara.

E dire che lo avevo scritto anche nella bio di questo mio blog, e lo avevo scritto quando l’ho aperto, nel 2007, nei proverbiali tempi non sospetti: impossibile definire in due righe una persona. Miliardi di sfaccettature; molteplici anime.

Ho costruito paratie che credevo di acciaio, ed erano di cartongesso. Ho posto limiti e confini che erano muri senza porte, ma alti mezzo metro. Ho cercato di suddividermi perché ritenevo che diverse parti di me avessero necessità differenti. Ed è così.
Ma alla fine, sono sempre io.

Le cose traboccano, sbordano: emozioni, sentimenti, pensieri, desideri. Non riescono a stare nel loro compartimento, nella scatola pensata per quella persona, quella parte di me. Alla fine mi riunisco sempre. Ma per lungo tempo non solo non l’ho voluto: l’ho combattuto. Ho pensato fosse pericoloso, sbagliato. Talvolta, ho ricevuto conferma che lo era. Allora ho cercato di tornare al mio posto. Ma per quanto bello, rassicurante e comodo sia un ruolo, alla fine è stretto; o forse, diventa stretto, crescendo. E non posso impedirmi di crescere come persona, anzi, è uno dei motivi per cui faccio bdsm: esplorarmi, conoscermi, crescere.

Come si fa a fare crescere anche il ruolo, allora? Come si fa spazio per tutte le persone che sono io, perché convivano e non si facciano i dispetti? Perché le cose non sbordino ma scorrano come un torrente da una polla all’altra, armoniosamente?

Ho paura, perché è un cambiamento radicale. Ma sto imparando. E non sono sola.

Uno: Segregazione

Io sono kat.

Come recita la bio di questo mio blog: una donna normale, una slave, una masochista.

E’ importante: questo sono, qui. Questa persona. Questa identità. Nel mondo del bdsm, nella realtà bdsm che vivo, sono kat, kat soumise. Con le minuscole, perché sono sottomessa.
Se in questa realtà qualcuno mi chiama con un nome diverso, o lo scrive maiuscolo, è come se sentissi delle unghie grattare su una lavagna. Stride, stona, non torna. Mi dà fastidio, mi irrita, mi sento non riconosciuta.
E’ come se avessi un filtro sulla realtà, che la modifica conforme in che mondo mi trovo. Almeno, credo di averlo. Almeno, credo di essere solo kat.

Ho sollevato paratie e creato compartimenti.
Sono una determinata persona, in un determinato mondo. Non posso bucare la quarta parete, mostrare di essere anche qualcun altro – le regole sono queste. Non posso fare determinate cose, desiderare determinate altre cose, provare determinate emozioni, determinati sentimenti: non appartengono a questa persona. Di più: non devono appartenere a questa persona. Per proteggermi, credo. Questa persona segue queste determinate regole: così è facile, basta seguirle. E’ importante che sia solo kat, che può muoversi in questo ristretto ambito e che obbedisce a queste precise regole: così sto bene, così sono a mio agio nel vivermi nel bdsm.

E se succede che qualcosa trabocca, perde, sborda o si intromette… non va bene, bisogna spegnerlo, cancellarlo, pensare di avere sbagliato e fare ammenda. Tornare sulla strada tracciata. Cancellare il messaggio prima di mandarlo. Trovare arzigogolate giustificazioni. Negare anche l’evidenza, soprattutto a me stessa.

E’ un sacco di fatica. Resta addosso la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Eppure, ho fatto tutto bene. Tutto secondo le regole. Tutto nel tracciato che ho segnato…