I am kat and kat is kinky

Appartengo a me stessa, perché solo possedendomi interamente posso donarmi completamente.

Sadomasochismo emotivo

A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

**Traduzione** Quello non è sadismo emotivo. Quello è abuso

Girando su FetLife mi sono imbattuta in un termine che non conoscevo: sadomasochismo emotivo (ESM in inglese: emotional sadomasochism). Ho scoperto così un kink di cui non ero cosciente: persone che amano soffrire/far soffrire emotivamente, oltre che fisicamente. Persone che ricercano il malessere emotivo, così come un masochista ricerca il dolore fisico.

Leggendo, ho capito che era solo il termine ad essermi nuovo: alcuni elementi, alcune dinamiche mi ricordavano cose che avevo vissuto, o cose che altri mi avevano raccontato.

Ho cercato il termine in italiano su FetLife, e ho trovato solo una discussione con quattro risposte in croce del 2015. Allora mi è suonato un campanello di allarme: se ci sono persone che fanno queste pratiche (e sicuramente ci sono, perché non credo che sia un’esclusiva dei paesi anglosassoni), persone che ricercano questo particolare kink, ma non se ne parla per nulla… allora viene fatto senza consapevolezza.

Essendo un gioco estremo, il rischio di subire danni o di finire senza volere nell’abuso è elevato. Credo che una maggiore consapevolezza sia fondamentale sia dal lato sadico che da quello masochista, affinché tutti coloro che lo desiderano possano vivere questo kink come ogni altro, senza agirlo o subirlo senza saperlo.

Ho chiesto e ottenuto il permesso di tradurre un testo che parla esattamente di questo, e della differenza tra ESM ed abuso. L’autrice è owlfinch, che parla con cognizione essendo lei una sadica emotiva; trovate lo scritto originale su Fetlife qui.

Ecco la mia traduzione, spero possa essere utile:  Continua a leggere

Riconoscimento

Un mio tratto distintivo è il desiderio di essere riconosciuta dagli altri: per le mie qualità, i miei valori, le mie particolarità. Un riconoscimento di me come persona, distinta da chiunque altro. Speciale nella mia specificità. 

Per questo detesto le vuote lusinghe di circostanza, e sono molto attenta che non mi si attribuiscano meriti che non ho. E allo stesso modo, mi irrito se non ci si accorge di me. 

Voglio essere vista per chi sono, non per chi si vorrebbe che fossi. 

Questo tratto di me è così forte che lo vivo uguale e specchiato nel BDSM: amo venire umiliata, essere messa al centro e additata; che mi vengano sottolineati difetti, voglie, tratti vergognosi, che mi vengano rivolti insulti. 

Nella vergogna e nell’imbarazzo, in questo riconoscimento distorto, vibro e mi eccito. 

Distanza vs lontananza

Nella distanza fiorisco: mi sento un aquilone, che vola in alto ma sempre ben assicurato alla fune che lo lega al suo padrone. Quella fune, che controlla lasciando volare, è per me la distanza verticale del D/s, il senso di appartenenza, il legame che mi fa sentire protetta: una cessione di potere che però mi permette e anzi mi incoraggia a migliorare. Una guida.

La lontananza, al contrario, mi distrugge. Lontananza è assenza, disinteresse; è parlare del tempo, fare finta che vada tutto bene, mancanza di comunicazione. E’ tempo e chilometri e pensieri che si mettono in mezzo e diluiscono le emozioni (come invece la distanza le intensifica).

La lontananza è far volare via l’aquilone, fino a far spezzare la corda, o finché non finisce e sfugge dalle mani del controllore. Allora è perduto, e la speranza di ritrovarlo incastrato in un albero è poca, e anche se lo si ritrova non è detto che si possa aggiustare.

Nella distanza mi accomodo e attendo.
La lontananza invece mi spinge all’isolamento; mi porta ad allontanarmi ancora di più per non soffrirla. Rischio così di perdere di vista l’altro capo della fune, di non saper tornare e di lasciarmi scuotere dalle intemperie emotive che mi trascinano via, fino a farmi male.

 

In questo nuovo lockdown, in questo distanziamento forzato, torno ad accucciarmi dentro di me nel mio luogo sicuro dove attendere, fiduciosa della tenuta della fune.

 

Aftercare

Mi dici: si chiama aftercare.
Rispondo: non l’ho mai fatto.

Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

Distacco, distanziamento, verticalità.
Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

Deprivazione.
Depravazione.

Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

Perfezione vs empatia

La perfezione inarrivabile del Master – che spesso gli viene attribuita dagli stessi occhi del sottomesso – suscita timore, rispetto, adorazione, devozione. Ma non certo empatia.

Viceversa ma allo stesso modo, un Master che mostri imperfezioni, dubbi, mancanze, può suscitare empatia: ma spesso il sottomesso non ne vuole sapere (anche se magari non lo sa). Anzi: si scoccia, si indispone della debolezza del Master, che invece desidera perfetto, onnipotente, onnisciente, possibilmente telepate.

In una parola, inavvicinabile: è in quella distanza che si pensa si compia appieno la sottomissione, l’appartenenza, il masochismo emotivo di legarsi a una persona che ci sputa.
Ma in quella stessa distanza ci si leva ogni responsabilità: la cura che ci si accolla del Master è solo quella circoscritta, limitata, del servizio che si desidera fare. Una persona inavvicinabile resta anche ben distante e non disturba, se non è il momento.

Quando il Master parla, il sottomesso ascolta. Ma spera di ascoltare solo cose attinenti al bdsm: ordini, umiliazioni. Se il Master si confida, o parla dei propri sentimenti, smette di essere una figura mitologica e diventa improvvisamente umano, troppo umano.
Un Master umano non è più una fantasia, un Service Top che ci fa quello che ci piace e poi basta, lo mettiamo in un cassetto fino alla prossima sessione.

In passato ho faticato su questo. Ho fallito su questo.
Ho fallito nell’accogliere l’umanità del Padrone come il dono che è; ho desiderato che fosse solo quella figura potente ma bidimensionale che sognavo.

L’empatia è faticosa; l’ascolto, la cura, l’attenzione sono faticose. A volte non è stata la fatica che avrei voluto fare; a volte avrei solo desiderato chiudere il rubinetto della responsabilità, dell’empatia, e subire e basta, abbandonarmi al gioco fisico, al servizio, a ciò che mi placa la mente e il cuore.

Ma il Padrone *è* umano. E’ lì, è presente, è reale, è una persona con tutte le sue sfaccettature. Per questo è bello, per questo ha valore e non è solo una fantasia, solo una masturbazione, ma crea un rapporto vero con una persona vera e questo amplifica qualsiasi sensazione io possa provare da sola. In quella danza di equilibrio tra la distanza verticale del D/s e la vicinanza umana delle persone si compie forse un piccolo miracolo.

Per questo non voglio più fallire in questo. Porto con rammarico la consapevolezza di avere fallito in passato. Ma, almeno, ho imparato.

Tremare

Mi prendi per l’anello del collare e mi porti di là; mi fai mettere in ginocchio, nella vasca. Cerco di mettermi in nadu, le ginocchia larghe; tengo lo sguardo basso.

Tremo.

Non c’è freddo. Ci sono 22 gradi in questa casa. Non ho freddo, credo. Ma tremo. Forse è il freddo della ceramica della vasca? Forse è altro. Vorrei non tremare. Ma tremo.

Alzo un poco gli occhi e ti vedo. Ti guardo. A questa altezza. Guardo che ti apri i pantaloni e aspetto. Tremo. Il getto è caldo. Tremo ancora, più forte. Boccheggio.

Mi dici di mettere le mani a coppa. Dirigi il getto sul mio petto, sulle mani, sulla pancia; la sento scorrere, calda, su tutto il corpo, tra le gambe. Tremo.

Quando capisco che hai finito, sempre tremando apro la bocca, tiro fuori la lingua e mi allungo. Ne sento il sapore in fondo al palato. Sbavo. Mi prendi per i capelli.

Mi tiri via. “Apri”. Il tuo sputo mi cola sulla lingua. Sempre tenendomi per i capelli mi spingi giù, nella vasca, in basso. In quel liquido giallo. Tremo.

Apro gli occhi e mi vedo, ti vedo: specchiati nel tappo cromato e convesso della vasca. Il mio volto vicinissimo, distorto, il trucco colato, la bocca aperta, ansimante. Tu dietro, in alto, mi guardi, gli occhi due fessure. Mi spingi più giù. Nel piscio e nello sputo. Tremo.

Armeggi con la cornetta della doccia, apri l’acqua, la saggi con la mano. Mi tiro un poco su. Penso: non lo farà; aspetterà che venga calda. Il getto ghiacciato mi investe all’improvviso. Urlo. L’acqua è gelida, mi sposti per pulirmi e me la fai passare su tutto il corpo. Tremo, tremo violentemente, è il freddo, certo, ma è anche altro.

Molto altro.

Tremo e strillo in singulti, l’acqua freddissima mi lava via tutto. Tutto.

Poi, aspetti davvero che venga calda e mi sciacqui ancora. La chiudi, mi fai uscire e mi avvolgi nell’enorme accappatoio rosa che hai lì. Mi massaggi per asciugarmi. Sento la tua presenza, la tua cura. Mi riporti a letto e mi metti, nuda, sotto le coperte.

Non tremo più.

 

Lamenti, non lamentele

“Mi sembra che tu ti stia lamentando”.

No, in verità no. Non sono lamentele quelle che senti, non sto protestando, non ho nulla da eccepire, non avanzo rimostranze.

Quelli che senti sono i miei lamenti.

Gemiti, singhiozzi, singulti, strilli, e anche “insomma” e “uffa” di vergogna. Suoni che emetto per esprimere il dolore, il colpo che arriva, l’umiliazione, la richiesta che mi imbarazza, la penetrazione improvvisa, il possesso che eserciti su di me.

Sì, mi sto lamentando… ma no, non mi sto lamentando.