Drop

Ancora una volta, cado. 

Dopo l’intensità così a lungo desiderata, dopo i colpi, la voglia, i brividi, lo stare a terra, dopo tutto quello che mi hai fatto sentire, il mondo quotidiano è così grigio e spoglio. Peggio: è vuoto. Non c’è più un significato semplice e diretto a riempirlo, com’è invece il sentire della sessione. 

Beccheggio e faccio cose, mi muovo anche bene in questo mondo banale, ma mi porto dietro un senso di tristezza, di nostalgia, che ancora non so come gestire. 

Mangio cioccolata e bevo vino, ma sono solo palliativi che non riempiono questo senso di vuoto. Anzi: sono disfunzionali e fanno peggio. 

Ho letto su FetLife una riflessione molto interessante sul fatto che l’aftercare sia da considerarsi un tempo di transizione: non una pratica o un insieme di gesti, ma un periodo di tempo strutturato utile a spostarsi da uno stato mentale in ruolo ad uno diverso, utile a vivere la realtà per com’è in quel momento, senza restare incollati alle sensazioni precedenti. Da schiava senza dignità a lavoratrice responsabile. Per funzionare meglio. 

Mi serve questo tipo di riflessione, questo tipo di realizzazione: riuscire a creare una transizione funzionale per godermi il meglio di ogni momento, nel momento presente. 

Per il tuo divertimento

Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

Cosa vedi?

Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

Come mi vedi? 

Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.

Se non posso esporre il culo, espongo il cuore

Quando mi trovo impossibilitata a fare sessione, a giocare, a mostrarmi, allora viro su post di ragionamento, elucubrazione. Mostro una parte nascosta di me, provo a spiegarla innanzitutto a me stessa.

(Alla fine, questo blog era nato come diario personale, privato, anche se in realtà è ed è sempre stato pubblico.) 

E quindi, cosa è più intenso? Cosa più intimo? Cosa più privato? Il culo o il cuore? 

A volte (spesso) esporre il culo è molto più facile, meno impegnativo. Mostra meno di sé, anzi, può diventare una maschera per nascondersi, per non rivelarsi realmente nella propria verità più recondita. 

Nel bdsm, però, mi viene esposto tutto. Anche se chi osserva può magari vedere solo il culo c’è il mio cuore, lì, che accoglie i colpi, le carezze, gli sputi. 

Tutto sotto controllo

Le mie regole, non quelle comuni.

Il mio controllo, non uno esterno.

Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

L’interruzione del quotidiano

Come tutti, anche io ho una vita quotidiana che veleggia più o meno pacificamente nel corso dei giorni: lavoro, spostamenti in auto, cucinare, pulire casa, leggere, guardare video, cose del genere. Più o meno noiosa, più o meno interessante.

Come la maggior parte delle persone ho sempre con me il cellulare; quando sento suonare la suoneria personalizzata che ho impostato per il mio Padrone, mi attivo e corro a vedere. 

Ed ecco che, in alcuni momenti, irrompe nella mia quotidianità una sensazione altra

La routine si spezza ed entra un pensiero BDSM. Mi agito, mi emoziono: vengo mentalmente proiettata ai suoi piedi. 

Basta una frase, un accenno, anche una battuta: di colpo sono distratta dal banale presente e gettata in uno stato mentale ricettivo, sottomesso. La sensazione è breve, fuggevole: la realtà presente pretende poi la mia attenzione. Ma mi lascia un rimescolio dei visceri, un languore diffuso e un lieve sorriso che mi accompagna.

Regole

Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

Adesso sono refrattaria alle regole. 

Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

Una parte di me

Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

Ma non è un peso.
E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

Profondità

Dentro di me si nascondono profondità. Nella mente, nel cuore, nelle viscere: un intero mondo nascosto dalla luce del sole, freddo eppure caldo, ostile eppure accogliente.

Quelle profondità non lasciano andare via facilmente: ci si innamora del buio, dei riflessi delle acque torbide, dei coralli e di tutto ciò che vive in quegli abissi. Creature oscuramente familiari, che si nascondono negli anfratti e si desidera invece scovare, fare uscire, far respirare; così simili eppure così diverse dal sé che si conosce in superficie.

Sento sempre il richiamo di quelle profondità. Il desiderio di immergermi dentro me stessa, di scendere giù, cambiare prospettiva, percezione. I suoni diventano ovattati, le sensazioni pervasive, scorrono su tutto il corpo come immersi in un liquido denso. Tutto diventa meravigliosamente, curiosamente distorto.

Sono profondità in cui ci si può perdere; luoghi da cui si può non volere o non riuscire a tornare.

Risalire da certe profondità in modo repentino e brusco provoca embolia e dolore. Bisogna risalire lentamente, dolcemente. Lasciare scorrere le acque perché tornino placide nell’abisso, pronte ad accoglierti di nuovo, la prossima volta: un luogo sicuro in cui rifugiarsi.