Outside A

Non è mai un ricominciare da zero; al massimo, un ricominciare da capo. Quello che è stato, è stato vissuto fino in fondo e sentito in profondità: sono cresciuta e riparto da un punto più avanzato rispetto a dov’ero la volta precedente. Non perdo nulla, anzi ne faccio tesoro.

Inoltre non è davvero un addio.

E’ doloroso, ma una scelta sofferta è sempre meglio di nessuna scelta, meglio di un’attesa indefinita, meglio di una sensazione che qualcosa non va.

Ieri ho pianto, oggi sono malinconica, domani sarà domani. So chi sono e so che continuerò a comprendere sempre di più chi sono; la parola chiave è consapevolezza, sempre.

Nei prossimi giorni pubblicherò, retrodatati, i post che mi sono rimasti in bozza, negli appunti, nei pensieri, e che per un motivo o per l’altro non ho finito. Appartengono a questa relazione come vi appartenevo io; desidero che restino, come mi resta dentro ciò che ho vissuto e sentito.

A presto, e che la tua vita sia densa di felicità, di sentire, di intensità, di assoluto, come so che la vivi.

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Sofferenza

La sessione di venerdì sera è intensa, pesante. I colpi scendono senza pietà.
Mi pento di avere mangiato quei due bocconi di cibo cinese: torna su tutto quando mi usa la bocca fino in gola, come gli piace, come fa sempre. Mi degrada e ne gode.

Ho bevuto tanto, perché mi ha detto che vuole che faccia pipì in Sua presenza, cosa che ancora non sono riuscita a fare. Sento la vescica piena. Ma ho paura, sono tesa perché so che sarà difficile che riesca a farla: è più forte di me, è inconscio. Quindi aspetto, aspetto nella speranza che dopo mi scapperà in modo impossibile da controllare. La vescica piena mi fa sentire di più il dolore dei colpi. Mi fa sentire di più gli orgasmi forzati con la wand.

Urlo, strillo, strepito come non mai.

Quando mi penetra il culo col dildo mi fa un male atroce, oltre alla penetrazione sento la pressione nella pancia e infine dico “giallo”. Gli dico che mi scappa. Mi porta in bagno, mi minaccia di frustarmi se non piscio. Lo voglio fare, ho bisogno di farla, ma non riesco, lo sapevo, è più forte di me. Esce un microscopico, lento rivoletto… ma non sufficiente per la Sua pazienza.
Mi richiama in stanza e mi dà 20 colpi di frusta, più altri 20 di riscaldamento. Li ho contati tutti, anche se quelli della punizione, contati ad alta voce, sono solo i secondi.

Torno a casa scombussolata. La parte che ho sentito più in profondità è stata la frusta. Io odio la frusta, un dolore troppo tagliente. Ora vorrei prenderla di nuovo. Non ho erotizzato il dolore, ma l’Autorità del Padrone.

Dopo – molto dopo, la sera dopo – Lui mi fa notare che ho sofferto troppo. Mi dice che ha ripensato alla sessione e ha capito che non ho erotizzato il dolore. Ha dovuto rallentare e fermarsi spesso e questo non gli è piaciuto. In quello che mi dice sento che mette in dubbio la relazione: qualcosa non funziona. Mi ricorda che gli avevo detto che se il dolore della sessione diventa sofferenza, vuol dire che qualcosa non va. Non va proprio.

Lo so che non ha torto. Mi sento in colpa. Mi sento di avere sbagliato. Mi chiedo perché non ho erotizzato, o perché non ho erotizzato come le altre volte. Cerco delle giustificazioni ma non lo so, non lo so. Vado in panico. Sono le limitazioni? la gelosia? sto male? qualcosa è cambiato? Certo, qualcosa è cambiato. Non so trovare un motivo unico, un’unica spiegazione. Non lo so. Ho paura che in ogni caso non ci sia una spiegazione valida, una che placherà i dubbi.

Dopo, col senno di poi, mi chiedo se sia io che non reggo o se non sia, piuttosto, che è Lui che ha la mano più pesante del solito. Che non abbia preso la mano sull’altra, che regge più di me, ed ora mi colpisca con l’intensità con cui è abituato con lei.

Nei giorni seguenti le domande, le elucubrazioni proseguono incessanti.
Ogni volta che mi dice “prendiamo tempo, riparliamone domani, riparliamone la settimana prossima”, ogni volta dopo due ore siamo di nuovo a parlarne. Ogni volta si aggiunge un tassello. Ogni volta è un nuovo dubbio, un’altra cosa che non va. E’ un chiodo fisso.

Piango, ho paura, capisco bene cosa sta arrivando e non voglio essere io ad andarmene.

I nove punti

Oggi è un anno che ho ricevuto il collare.
Trovo ironico che oggi sia il giorno in cui la mia relazione viene limitata.

Sono terrorizzata. Sapevo che dovevamo parlare (“dobbiamo parlare”, a chi non fa paura? a me sì), e anche che Lui, per la Sua relazione con la Sua compagna, aveva ritenuto corretto mettere dei limiti alla nostra, dei confini. Per proteggere la Sua relazione primaria. Una relazione sentimentale e BDSM. Oggi avrei saputo quali.

Sono gelosa?
Sono stata gelosa?
Sì, tanto. Invidiosa, anche. Ero stata vigliacca, paurosa. Trattenuta. Lei invece è un fiume in piena.
Ma io so che la gelosia è un problema personale, privato, che appartiene in tutto solo alla persona che la prova. Un problema mio. Non ho fatto ricatti, richieste, capricci. Almeno, spero di non avere fatto scenate. Chissà: si perde lucidità. Ma ho lavorato su me stessa, riflettuto; mi sono centrata come schiava. Sottomettermi, accettare. Questo è il volere del Padrone. Fare mio il desiderio del Padrone, per rendere la Sua soddisfazione l’unica cosa davvero importante: non è così, forse?

E poi, parlare con il Padrone è fantastico.
E’ successo in passato che gelosie e limitazioni avessero danneggiato il mio rapporto D/s. Ma erano cose non dette, non esplicitate, che sentivo ma che non capivo, nessuno ne parlava, nessuno comunicava. Adesso, invece, è tutto alla luce del sole. Ed è sinceramente stupendo.
Ci parliamo. Mi spiega. Ci confrontiamo. Mi spiega i nove limiti che vengono imposti. Capisco, accetto, la comunicazione fluisce, c’è sincerità, onestà, trasparenza. E’ un vero rapporto.

E infine decido: decido di restare, di essere ancora la Sua cagna.

Mi colpisce, mi usa la bocca, mi tiene a terra con una mano sulla testa.
“E’ questo il mio posto, Padrone”, gli dico.
“E ci stai proprio bene”, mi dice.

Nei giorni seguenti, mi limita ancora. Mette sotto il Suo completo controllo il mio piacere.
Io pulso, perché sono schiava, e venire controllata mi fa sentire bene. Ogni regola, ogni divieto, ogni imposizione sono parti di me che si sottomettono.

Nel mio cuore regna la pace.

Auguri di buone feste

Famiglie, parenti, lavoro, amici, cene con clienti, cene aziendali, acquisti. Il periodo non è dei migliori. Il tempo scarseggia ed è già tutto pianificato.

Vedersi solo un’ora, in un parcheggio, per scambiarsi gli auguri, è già un dono di per sé. E sono auguri che mi restano addosso e mi accompagnano, col bruciore della vergogna e del dolore, per tutte le feste.

La schiava si usa

Ho sempre evitato di scopare con il Padrone; però l’ho sempre desiderato, sotto sotto, oscuramente.

Quello che per me era fondamentale era (è) sentire il Padrone.
Non volevo rischiare di trovare invece uno che voleva scoparmi. Così il sesso (l’uso sessuale) è stato un limite, in passato, per scremare i morti di figa… anche se, certo, il BDSM comunque rientra nella sfera della sessualità. Ma volevo prima di tutto il dolore, la sottomissione, il D/s, sentire la verticalità. Un’intimità troppo forte temevo avrebbe infranto quel distacco verticale che mi serve a sentire il Padrone.

Eppure, sentendo tanto il Padrone… ad un certo punto lo desidero. Fisicamente. Anche quando so che è vietato, che l’ho escluso io stessa, che non posso avanzare richieste né tantomeno pretese – proprio per questo mi sento attratta, legata.

Ma è Appartenenza, per me. Non voglio le coccole. Non voglio il moroso.
Un marito ce l’ho, lo amo, ci faccio l’amore ed è meraviglioso. E così come non riesco a prendere “le botte” da mio marito, non desidero ricevere “le coccole” dal mio Padrone.

Ed ora che l’ho sentito, l’ho provato, posso dire che confermo.
L’uso sessuale è USO. E’ piacere del Padrone. Lo apprezzo tanto più quanto più lo percepisco come uso; come abuso, anche. Quando inizia a piacermi come sesso… è strano. Non è brutto, ma è strano. Qualcosa si confonde in me. Ma la schiava si usa, in ogni caso: è a disposizione del Padrone. Anche per questo. L’intimità diventa un’altra parte di me che il Padrone si prende.

Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

Frusta

Sento il sibilo leggero della frusta che rotea nella mano del Padrone.
Ad ogni sibilo corrisponde una riga dolorosa che mi segna il culo.

Gemo, il viso affondato nel lenzuolo: non voglio gridare, non voglio che si fermi.

Il dolore pungente della frusta non mi è più così insopportabile come un tempo; lo accolgo, lo sento. Il dolore mi attraversa la carne e mi fa vibrare le viscere, annebbiare la testa.

Un gesto brusco mi fa allargare le gambe, l’improvviso ronzio della wand mi fa sobbalzare. “No”, imploro. La vibrazione sulla figa è insopportabile: rifiuterei un orgasmo? Sì, lo rifiuto, non lo voglio, ciò che desidero ora è il dolore. Tutta la mia percezione era proiettata lì, sul dolore: questa sensazione violenta in mezzo alle gambe ora mi distrae, mi distoglie da quel piacere, mi deruba del masochismo per impormi un altro piacere.

“No, no!”, imploro ancora, mentre la vibrazione mi apre in due e non posso fare altro che godere.

“Godo, Padrone”
“Godi, troia”

Grido un orgasmo violento, doloroso, feroce, non voluto, che mi sconquassa le carni.

Quando la frusta scende di nuovo sibilando, strillo e mi agito, la pelle resa più sensibile dal piacere provato. Non la reggo più.