Sguardo rubato

Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

Invece, ad un certo punto, oso.

Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

Sound of Silence

Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

E d’improvviso lo sento.

Un silenzio perfetto.
Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

Pensieri improvvisi

Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

Penso: ma sei stronzo.

Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

Clic

Cambia il tono della voce.
Cambia il tema.

Mette lì una frase.
Mette lì una parola.

Un gesto. Uno sguardo.

Qualcosa dentro di me fa clic.

L’interruttore è sempre lì, dentro di me: aspetta solo di essere premuto. E’ un’attesa attiva, attenta: non è inerte come sembra, come credo, come talvolta vorrei.

A volte preferirei averne maggior controllo; lo tengo al sicuro, nascosto, magari dissimulo, ma non ho realmente il potere di non farlo accendere, o di spegnerlo. Anela ad essere premuto.
A volte invece penso che si sia guastato, che non funzioni più. Quando sono molto giù, o molto in ansia, sembra inceppato. Eppure non smette mai di funzionare. Magari ci vuole più sforzo, o più bravura, ma può accendersi comunque.

Quel clic mi fa passare da uno stato di quiete ad un’attivazione profonda: tutto in me si smuove, si rimescola. Il sesso inizia a pulsare, ad aprirsi, agito le gambe, mi inarco, chino un poco la testa, apro la bocca e giro lo sguardo. Arrossisco, forse; sento il sangue affluire alle guance, ai capezzoli, il respiro mi si fa più profondo.

Basta così poco. Un gesto. Uno sguardo. Quel tono di voce, basso, quella vibrazione.

Clic.

unouno-uno-(venti)uno

Lo ammetto, riprendere in mano il blog nell’anno nuovo in questa data, giocando sul fatto che ci sono tanti “uno”, è un giochetto alla Coscienza di Zeno. E’ un pretesto, alla fine. Certo, avrei dovuto pubblicare questo post alle 11.11 stamattina, ma ormai è andata.

Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Ma soprattutto: da quanto tempo sta succedendo? Troppo tempo. La pandemia continua, com’è ovvio, eppure questo continuare senza un termine chiaro in vista, con un protrarsi di fatica, di tensione, di restrizioni, sta tirando i nervi a tutti. Anche a me, e da un pezzo; faccio persino fatica a capire quanto i miei stati d’animo siano appesantiti da tutto questo, fatico a riconoscere gli effetti, da tanto sono persistenti.
Non ho mai visto il mio divano e casa mia così tanto come nel 2020; ho pranzato in giardino più volte che in tutti gli anni precedenti; ho provato paura, ansia, fatica, malessere e speranza. Ho fatto il punto della mia vita – non credo di essere granché speciale, ho idea lo abbiano fatto più o meno tutti. Ho perso dieci chili, ripreso a seguire corsi, sto cercando un nuovo lavoro.

Ho voglia di scrivere.

Sento le sensazioni scorrermi sotto la pelle; il desiderio dell’impatto, delle corde, di trovarmi finalmente in un dolore e in una fatica che conosco, che mi rimettono insieme, che mi ricongiungono con il mio corpo, che mi fanno sentire piacere oltre il dolore. Appesa per una sottile corda, costretta in punta di piedi, le braccia dietro la schiena, le gambe unite e tu che mi giri intorno, che stringi una corda, ne allenti un’altra, mi strizzi i capezzoli, mi colpisci le carni rese sensibili dalla compressione. Tu che mi riporti a me, che mi fai scendere nel mio e mentre mi aiuti a risalire mi fermi e mi lasci indulgere ancora un poco nel dolore che mi doni.
Ansimo sul pavimento e sono finalmente lontana dalla fatica quotidiana, abbandonata a una sofferenza che amo.

Mi riallinei a quella parte di me che è il mio fulcro. Lo sento. Lo vivo.

Ho voglia di raccontarlo.

Le ferite che ci infliggiamo

In seguito ad incontri e confronti che ho avuto nella community poli e bdsm mi è sorta questa riflessione, che ho impiegato parecchio a mettere in ordine nella mia testa e a scrivere.

Una delle basi imprescindibili di un rapporto D/s (come di ogni altro, ma qui è enfatizzato) è il consenso: le parti entrano in un rapporto di scambio di potere previo consenso libero, informato, entusiasta, come si dice. La parte sottomessa acconsente liberamente a cedere alla parte Dominante il proprio potere, ovvero la propria libertà, volontà, capacità decisionale, entro i limiti concordati, che possono essere più o meno ampi, conformemente a quanto viene negoziato prima dell’inizio del rapporto.
Poi, nel corso della relazione, sarebbe bene rinegoziare, ogni tanto. Verificare che tutto stia andando bene, che i limiti siano ancora quelli giusti (in caso stringere o allargare), eccetera.

Sono queste cose risapute, condivise, anche se non sempre così bene applicate; perché si sa, sulla teoria siamo tutti ferratissimi, ma nella pratica talvolta alcune cose scivolano, perché sono noiose, lunghe, ovvie, ne abbiamo già discusso, non serve parlarne.
In questo caso è (relativamente) facile accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe. Se uno dei due sente che c’è una cosa di cui si dovrebbe parlare, perché stona, o non torna, o semplicemente sente di averne bisogno, bisognerebbe appunto parlarne, e se la controparte si scansa, beh, è una red flag, come si dice in gergo: un segnale di pericolo.

Ci sono altre situazioni, però. Meno facili da individuare, meno chiare, meno nette; più liminali, sottili. Le bandiere non sono rosse, qui; forse ci sono ma sono di altri colori e non si individuano così facilmente; o forse non ci sono, perché non ci sono persone che si comportano male o con malizia.

Succede allora che ci infliggiamo ferite e non sappiamo come.

Una volta entrati nelle profondità del D/s ci si trova in un mondo caldo, liquido. Un mondo sotterraneo di desideri, sensazioni, emozioni viscerali.
Una volta ceduto il potere ci si sente meravigliosamente; ci si sente al proprio posto, accompagnate, protette, gestite: senza responsabilità. L’unico obiettivo diventa soddisfare il Padrone, ed è molto bello.
Allora, però, dove va a finire la negoziazione? Se si parla, si riesce a parlare? Si riesce a comunicare chiaramente, sinceramente? Intendo: si riesce a dire la propria verità senza che questa venga sovrascritta dal compiacere il Padrone?
(Avevo anche tradotto e pubblicato qui un articolo che ne parlava, su come comunicare mantenendosi sottomessi.)

Nella mia esperienza, in passato, ho vissuto alcuni momenti in cui, estremamente coinvolta nel D/s, profondamente sottomessa, nella comunicazione io non ho dato un consenso entusiasta, quanto piuttosto un’obbedienza entusiasta.

Le due cose si assomigliano molto, a un livello di percezione. Ero convinta del mio sì. Nessuno mi ha forzata né manipolata. Ma in me ardeva un desiderio feroce di soddisfare il Padrone; dunque, il mio consenso era libero, visto che io non lo ero?
Vivendo il D/s con così tanta forza, questa questione diventa spinosa, liminale, complessa. Ovviamente non si applica ad ogni relazione in ambito BDSM. Ma per chi lo vive con un coinvolgimento molto forte, può diventare un problema.

In tutto questo, che responsabilità può avere la parte Dominante? Come si dice spesso: un Dom, per quanto bravo, non può leggere nel pensiero, ed è vero. Se chiede consenso e questo viene dato, quali strumenti ha per capire se è sincero o no? O meglio: per capire se è libero o guidato dall’obbedienza? Perché quanto a sincerità, essa è indubbia; ma nella testa del sub l’obbedienza è una forza trainante, potente, che sovrascrive ogni altra. Non si può affermare né che la sub abbia mentito nel dare il consenso, né che il Dom lo abbia estorto. E’ la dinamica stessa in cui vivono a complicare la questione. Però, questa sovrapposizione può portare, soprattutto a posteriori, a dispiaceri, sensazioni di tradimento, ostilità, recriminazioni. Da una parte come dall’altra.

Io so di avere dato talvolta un’obbedienza sincera invece che un consenso sincero. Ma so che ero sincera. Ho sofferto? Sì. Posso dare colpe al Padrone? No.

Credo che ci voglia una consapevolezza immensa: di sé, della controparte, della dinamica e dei suoi anfratti, e quindi dei suoi pericoli – non solo quelli fisici, legati alle pratiche, ma soprattutto quelli emotivi, legati alla relazione. Parlare di sicurezza in relazione alle pratiche è facile; alle emozioni, difficilissimo. E’ una discussione da fare anche a livello di community, sicuramente.
Non sono sicura che si possa evitare del tutto questo pericolo, questa confusione tra consenso ed obbedienza; ma sarebbe meglio esserne consapevoli e riuscire a creare uno spazio di comunicazione il più possibile sicuro e paritario anche nel D/s più verticale.

E questo non significa solo responsabilità da parte del Dom di accogliere questa comunicazione, ma anche responsabilità del sub di darla, di conoscere il proprio desiderio di compiacere, soddisfare, obbedire e non farsene guidare in questi momenti.

Godere del non godere

“Posso venire, Padrone?”
“No”

Ti fermi. Sposti la wand. Cambi movimento. Mi colpisci. Mi trattengo.
Una di queste cose, o prima l’una e poi l’altra. In un modo o nell’altro, interrompi la mia salita all’orgasmo. Cado, poi riprendo a salire, e poi di nuovo: bloccata in un persistente anelare senza potermi sfogare.

Così la sessione finisce, finisce la serata, l’incontro, il tempo insieme. E io non ho goduto.

Mi resta addosso una tensione irrisolta, feroce, un languore profondo nelle viscere; continuo ad ansimare, ad agitarmi, la bocca socchiusa, le mani che stringono il vuoto per non andare a toccarmi in mezzo alle gambe.

Desidero tantissimo godere, eppure sono soddisfatta: questa tensione, questo languore, mi riempiono come nient’altro. Mi cullo in questo mare in burrasca. Sono piena di te: dell’agitazione in cui mi lasci che mi sospinge a te e a te mi lega.

Serata

Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

Riconoscersi

In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

E’, forse, un’epifania.

E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.