Blossom

L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

Sono pronta a cambiare.

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Errori

Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

Non mi interessa

Ogni volta che dico “Non mi interessa”, “Non me ne frega niente”, “Non m’importa”… ecco, quello è il segnale che invece di quella cosa mi importa, eccome.

Ma è una cosa che mi fa stare male, che mi manca, che non posso avere; una cosa che mi mette a disagio doverci pensare, perché è complicata, difficile, tocca un nervo scoperto o altro del genere (vi siete fatti un’idea).
Così perferisco dire “Non mi interessa”; preferisco mentire a me stessa, raccontarmi che sto bene anche senza, che alla fine non era così importante. Alla fine, sai che c’è: meglio così. Preferisco stare tranquilla, non pensarci – e se per caso vedo qualcosa che me lo ricorda, o magari riaffiora un ricordo non ben sepolto, scrollo le spalle, mi passo una mano sulla fronte, arriccio le labbra, sbuffo e dico: “Non mi interessa”.

Non sono per niente brava a mentire.

Villa delle Rose

Per tre mesi, ci sono passata davanti tutti i giovedì sera, per arrivare alla vicina sede di una scuola dove ho seguito un corso di formazione. Ogni volta, vedendola, mi sono tornati i ricordi di ciò che lì era iniziato, e che ora non è più.
Emozioni, ma è ora di lasciarle andare.

Ematonil

“Può servire un master?”

Mi volto a guardarlo. “Mah, oddio, può sempre servire, non si sa mai!”, rido.
Solo il giorno dopo mi viene in mente che la frase di per sé contiene un assunto sbagliato: un master non serve, al massimo si fa servire. Ma non importa.

L’approccio non è dei migliori, forse, ma mi ha fatto ridere e in questo momento ci vuole proprio. Mi propone di giocare ma io non sono esattamente per la quale. Parliamo, propongo: conosciamoci. Mi racconta un po’ di sé, gli racconto un po’ di me; fuma una sigaretta, chiacchiera, sorride. Io rido, scherzo. Sembra simpatico, e ho addosso un mood strano.
Io, che di solito sono estremamente restia ad aprirmi, che valuto e soppeso, che attendo mesi di dialogo, conoscenza, messaggi, mail, che sono sempre sospettosa, impaurita, sto seriamente pensando di giocare con questo tipo, appena conosciuto ad un play party…?
Lo guardo. Mi stai dicendo la verità? Sarai davvero rispettoso dei miei limiti? Posso fidarmi?

Mentre mi inoltro con lui nella zona più buia mi chiedo se non sto facendo una cazzata, quali scappatoie ho, cosa fare se prova a fare qualcosa cui non ho acconsentito. Ma cionondimeno mi piego e mi faccio sculacciare.

Chi sta usando chi?
Si gioca sempre in due.

Mi dà una parola per chiamare basta; poi cala una mano estremamente pesante, che impatta alla perfezione esattamente dove mi piace di più: sul culo. Una chiappa, l’altra. Colpisce, mi risistema quando scivolo e scappo, colpisce ancora. La sua voce diventa più bassa, più morbida. Più minacciosa, anche. Entra in ruolo, ed io con lui.
Colpisce forte, urlo; dopo non so quanto chiamo la safeword per terminare il gioco, anche se so che ne potrei prendere ancora – ma ho timore di essere in subspace e di non saper valutare.
Si ferma. Posso fidarmi.
Fuma un’altra sigaretta. “Altre dieci, dai”, dico. Mi piega: “Facciamo quindici,” dice, “conta. Conta e ringrazia”.
Conto e ringrazio.

Quando mi rialzo ho la testa leggera e il culo dolente. Barcollo leggermente, stordita e sospesa, con un sorrisino che mi aleggia sulle labbra. “Adesso quando ti siedi mi pensi”, dice. Ne sono sicura.
Andiamo a bere una cosa e chiacchieriamo. Ho la gola riarsa dagli strilli e sono grata alla bevanda fredda.

Il giorno dopo ho il sedere rosso; alla sera, viola. Quando mi siedo lo sento. Il lunedì decido di andare in parafarmacia ad acquistare una crema per lenire i lividi, e ogni volta che la metto sorrido incredula: ho davvero giocato ad un play party con una persona conosciuta la sera stessa! Una parte di me insiste che dovrei sentirmi in colpa, o stare male; ma sono stata bene, e voglio che sia questo tutto ciò che conta.

Kit per sub-drop

Nei giorni scorsi ho letto diversi articoli e post su facebook, tutti di condivisione dei metodi per superare un sub drop (quella sensazione depressiva che viene talvolta o spesso dopo il gioco, o anche in altri momenti, tipicamente nei sub – anche se possono sperimentarla anche i dominanti, nel qual caso si chiama top drop). Tutti gli articoli parlavano del fatto di avere un “kit” di cose utili per superare quel momento. Coperte, bagni caldi, massaggi, orsacchiotti, ecc ecc.

Ecco, io mi sono accorta di non avere niente del genere.
Quando vado in sub drop, semplicemente resto lì. Non faccio niente attivamente per superarlo; mi immergo nella malinconia, sospiro, scorro all’infinito facebook, mi lascio vivere addosso. Ma, in effetti, razionalmente so che è una sensazione temporanea, che posso stare meglio.

Allora sto mettendo insieme il mio kit. Eccolo:
– stufetta da bagno
– the solubile caldo (eventualmente con aggiunta di whiskey)
– tutona con cappuccio tirato su
– un libro

Toxicity

Piegata sulla cavallina, ricevo i colpi. Uno, due, dieci, mille. Chissà. Lui, lei: non lo so e non cerco di capirlo.
Scendo in un subspace talmente profondo che di colpo divento consapevole della musica di sottofondo; il mio cervello si sintonizza su quella e va in loop. I colpi che ricevo si confondono con la batteria, col basso che mi scava nelle budella. Sono da qualche altra parte, e inizio a cantare a bassa voce. E’ un basso mugolio, sorrido con gli occhi chiusi dalla benda e canto, godendo delle endorfine, del dolore, dell’intensità che vivo.

Disorder

Disoooordeeerrrr