Osservare

Occhi che brillano e culo in fiamme.

Seduta ai piedi del mio Padrone, sul duro pavimento coperto di linoleum nero, ascolto il canto del dolore che pulsa dal mio sedere e osservo con un sorriso di gioia le altre persone che nel piccolo locale stanno giocando.
Com’era? “Persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico”. E’ ancora così: i corpi rilucono di una bellezza ultraterrena, trasfigurati dal vivere la parte più intima di sé. Le teste si reclinano e le schiene si inarcano, abbandono e tensione, contatto e dolore.
Viversi in pubblico accentua il piacere di sentirsi accettati, di potersi mostrare per chi si è nel proprio profondo; condividere sensazioni private, intime. E’ un dono inestimabile e lo osservo con gioia e rispetto.
Le ragazze che tengono gli occhi chiusi avvolte dalle corde, appese in un dolore che è piacere, in una costrizione che è volo. Gli slave stesi a terra sotto i piedi delle Miss, felici di poterli sentire addosso. I suoni secchi dei colpi che superano persino il frastuono assordante della musica e sono una melodia che risuona nei visceri più di qualsiasi basso.

Sento il mio Padrone chiacchierare ed è un piacere sentirLo e vederLo accanto a lei. Si sente ciò che c’è tra loro, qualsiasi nome gli si voglia dare: è una leggera elettricità fatta di sorrisi e sguardi. Tengo il mio basso e mi limito a lasciare che questa elettricità mi increspi la pelle, mentre il Padrone mi tocca e mi schiaccia e mi tormenta i capezzoli come se stesse facendo ghirigori su un foglio di carta mentre chiacchiera. Mi sento usata e mi sento Sua, a disposizione.
Al mio posto e felice.

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Onirica – VII

Io e il mio Padrone siamo al munch, che si tiene in un locale su due piani. C’è molta gente, tutti chiacchierano e bevono cocktail. Ci separiamo e io vado a parlare con un’altra ragazza coi capelli ricci e rossi, che nella realtà non so chi sia. Dopo un po’ mi rendo conto che è passato molto tempo, mi sento in colpa, sono distante da troppo dal mio Padrone; saluto la ragazza e vado a cercarlo.
Esco dalla stanza e salgo le scale per andare al piano superiore, ma in cima alle scale Lo vedo. Lui mi guarda e io corro per raggiungerlo, ma quando arrivo Lui non c’è più; mi giro ed è in fondo alla scala, col suo drink in mano, mi guarda e mi fa un cenno con la testa, come a dire: andiamo?, e se ne va nell’altra direzione.
Io scendo le scale di corsa e lo seguo fino dentro un’altra stanza. Ma la stanza è in realtà un luogo aperto, c’è un ampio prato battuto dal sole (ma prima era sera); fa molto caldo sotto il sole, ma in mezzo al prato c’è un albero dal tronco reclinato e le fronde protese verso l’alto, che fa ombra. Penso che sarebbe ottimo stendermi lì per dormire, nella frescura dell’ombra.
Ma da dietro il tronco esce un grosso cane, forse un lupo, col pelo fulvo e screziato di nero simile a quello di una iena; di colpo so che è il mio Padrone, che ha la capacità di trasformarsi. Mi ringhia contro, col pelo ritto. Ho paura, ho fatto qualcosa che lo ha fatto arrabbiare, forse, capisco che mi attaccherà e mi sbranerà. Ma so che anch’io ho la facoltà di trasformarmi: mi concentro e mi chino in ginocchio, mutando in cane.

Il sogno diventa strano. Lo vivo in prima persona ma come se fossi dentro me stessa, all’interno della forma di cane. Sono sia io-umana, sia io-cane.

Il mio Padrone trasformato mi viene incontro, io mi getto a terra in segno di sottomissione, il muso rivolto a Lui; Lui smette di ringhiare, mi annusa, mi lecca. Gira dietro di me; mi pianta una zampa nella schiena, schiacciandomi a terra. Annaspo, cerco di divincolarmi ma mi tiene ferma. Lo sento appoggiarsi, scivolare, e infine entrare dentro di me.
Mi monta con violenza e quando ha finito scende e se ne va. Io resto lì a terra, ansimante ma riappacificata.

Mi sveglio con la bocca aperta e il fiato grosso.

Ritmo

Prende un ritmo preciso, ad un certo punto.
Ascolto il susseguirsi dei colpi; uno dopo l’altro, precisi, cadenzati. E’ una musica che ascolto con la carne, non con le orecchie: la carne risuona al colpire della frusta ma è all’interno che rimbomba.
La cadenza mi scava da dentro in ondate di dolore, risale dentro di me, è una risacca lenta e costante; sale, sale, lambisce il cervello e un po’ alla volta lo sommerge. Dolore, dolore, piacere, dolore, colpo, colpo…

D’improvviso mi immergo. E’ un scivolare, un lasciare la presa. Mi abbandono nella risacca, nel ritmo dei colpi, nel ritmo del dolore. Smetto di strillare, rilasso tutti i muscoli: silenzio. Sono immersa ora, l’acqua ovatta tutto: i colpi, i suoni, i pensieri.
Sollevo un po’ la testa, parlo tra me: “Ah, ma allora il subspace è una questione di masochismo”, bisbiglio. Non so se Lui mi abbia sentito. Forse no, la cadenza dei colpi non varia, non mi chiede conto del mio piccolo monologo. Non importa: ciò che conta ora è sentire.

Ondeggio la testa: ascolto. Nel silenzio, la marea continua a salire; mi lascio galleggiare, trasportare al largo. Perdo di vista la riva, dimentico tutto. Mi abbandono all’affogare, lascio che l’abisso si richiuda su di me; vado a fondo, in un lento precipitare, accompagnata e avvolta in un oceano di sensazione pura.

Non è che non senta più il dolore, ma mi parla in modo diverso. La frusta colpisce, il culo risponde. Mugolo. Quanti colpi saranno? Non ho idea, non li conto, non mi interessa. Spero che siano tanti, che lascino il segno, che non smettano ancora. Che non smettano più.

Respiro a fondo, lentamente; sento la carne bruciare dolcemente.
Una mano mi stringe una caviglia, mi fa girare supina sul letto: non oppongo alcuna resistenza, rotolo ad occhi chiusi, le labbra socchiuse, una poltiglia vivente.
Riconosco il ronzio rumoroso della wand, sento la vibrazione che mi si appoggia tra le gambe aperte. Quello che provo non è un orgasmo, ma il singulto di pancia dell’affogato che di colpo rimette l’acqua e torna a respirare. Mi contraggo su me stessa, emetto un suono gutturale e boccheggio.

Mi aggrappo a Lui, che mi ha tenuto la testa sotto l’acqua buia del mio abisso e me l’ha tirata fuori; mi aggrappo e mi tiene. Risalgo lentamente fino al bordo della mia coscienza.

 

After

Strizzo gli occhi mentre mi siedo. Il culo duole, lo sento caldo e indolenzito… ed è una bellissima sensazione. Sorrido, rilasso le spalle (sono sempre contratta), mi lascio andare a sentire. Come prima.

Non mi accorgo nemmeno, ora, se c’è silenzio. Ci sono dei suoni, rumori in lontananza, credo; ma non ci faccio caso. Non accendo la musica, non serve: l’aria è già piena delle sensazioni che stanno aleggiando, di quello che ho vissuto – anzi: di quello che abbiamo vissuto.

Riordino con calma, sorridendo. Metto da parte le cose che vanno lavate, ripongo quelle non utilizzate, raccolgo e sistemo quelle usate. C’è un senso di pace nel riordinare dopo, speculare al senso di urgenza che avevo nel riordinare prima.

Anche io mi sento messa al mio posto, ordinata.

L’attesa è stata colmata dalla presenza, e ora ne assaporo le sensazioni residue, vive e profonde nella mia anima oltre che nel mio corpo.

Preparo un the caldo e riposo.

Before

Silenzio.

Ripasso mentalmente tutti i passaggi, ogni oggetto, ogni messaggio, per essere sicura di non dimenticare niente. Non ho dimenticato niente, vero? Vero. Aspetta, ricontrollo.

Gli strumenti sul tavolo, gli strumenti addosso. L’acqua. Il caffè. Io.

Un silenzio denso, liquido; me lo lascio scorrere addosso, focalizzo i pensieri e lascio andare ciò che non c’entra. Respiro. Rilascio le spalle. Ripasso ancora.

In silenzio ma attenta. Proiettata.

Aspetto.

Saliva

Distesa, mi ordina di tenere la bocca aperta; lo sento incombere su di me, anche se tengo gli occhi chiusi: ne sento il calore, il respiro, la presenza. So cosa sta per fare e sto già tremando.
Il suo sputo mi cola sulla lingua e in bocca.
Gemo e mi dibatto in preda allo schifo.
Non posso farne a meno, è più forte di me: mi fa schifo questo liquido viscoso e caldo che mi cola dentro col suo vago gusto di caffè. Chiudo la bocca, sbavo, lo faccio colare fuori, lungo le guance, strillando e rigirandomi.
Mi ordina di nuovo di aprire la bocca. Strizzo gli occhi e lo faccio, controvoglia, il viso contratto in una smorfia, implorando mentalmente pietà, ma lo faccio.
Eccolo, ancora, silenzioso e viscido; è tantissimo e faccio le bolle, schiumando, sputandolo, versandolo fuori dalla mia bocca. Lo stomaco mi si contrae per il senso di umiliazione che provo, per lo schifo che sento, per il piacere oscuro che mi rimescola i visceri: sono Sua, da usare come preferisce. Ricevo quanto mi dà.
Ma è comunque più forte di me: in mancanza di un esplicito ordine che mi obblighi diversamente, rimetto la sua saliva fuori di me, a impiastrarmi la faccia.

Più tardi, mi mette il morso. Dieci centimetri di gomma dura di traverso alla bocca, che mi impediscono di richiuderla o anche solo di accostare le labbra.
Di nuovo distesa, lo sento di nuovo sopra di me; tremo, stringo i pugni, tengo gli occhi chiusi e spero che non lo faccia… ma naturalmente lo fa: con perfetta precisione sento il suo sputo insinuarsi tra il morso e il mio labbro inferiore, mi cola in bocca e sul mento, mi scivola sulla lingua.
Non posso più opporre alcun trucco per rigettarlo. Sento la sua saliva in gola.
Emetto versi, contraggo la faccia, mi dibatto ancora, giro la testa a destra e a sinistra ma non ho alcuno scampo.
Ingoio il suo sputo ed è un’umiliazione più profonda e devastante che non se fosse sperma.

Quando infine mi fa sollevare e mi toglie il morso mi sento stordita e annichilita, e felice di esserlo.

Epifanie

Parliamo? Parliamo.
Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
E alla fine cambio.
Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.