Adolescenza, estate

Una delle mie estati preferite la ricordo proprio così. 

I miei andarono in vacanza da qualche parte con mio fratello, ed io restai a casa da sola. Poiché soffrivo il caldo, mi misi a dormire sul divano, sotto lo split del condizionatore. 

Passai quindici giorni di vita su quel divano, a leggere, mangiare cibo cinese da asporto e vedere film – in un’epoca prima dell’internet. Stavo sveglia fino a notte fonda e dormivo fino a tardi. 

Quindici giorni di tempo sospeso, tempo fuori dal tempo, tempo trascorso nella mia testa a fantasticare. Solitudine, autarchia, pigrizia. 

Adesso guardo quella gif, sorrido e mi lascio cullare da un po’ di nostalgia. 

Servizio

Dopo nemmeno cinque ore di sonno, ripenso alla festa.
Non ho giocato, non ho preso né un graffio né uno sculaccione; eppure, è stata davvero una magnifica serata.
Ho obbedito ed aiutato il Padrone, e ho avuto da Lui parole di lode e carezze sulla testa. Cose che mi riempiono il cuore e mi rendono felice.
Soprattutto, ho prestato servizio.
Per tutta la lunghissima serata – che peraltro è volata – ho girato sui tacchi porgendo vassoi di cibo agli invitati, scivolando tra frustate, corde e cera rovente; ho osservato i convenuti godere di una festa meravigliosa e ho provato gioia di poter essere parte di tutto questo.
Mi sono ritrovata nel seminterrato, stanca e coi piedi doloranti, a caricare l’ennesimo vassoio di tramezzini e a dirmi: sono una slave e servo; questo è ciò che sono, ciò che desidero, ciò che voglio essere. E mi sono inerpicata di nuovo per le scale di cemento immergendomi nella festa, nella musica forte, tra le mise lucide e le fruste danzanti, con un sorriso raggiante sul viso.
È stata una festa magnifica e sono felice.

Proiezione

Mattina  prima della festa; mi viene dato incarico di visionare, scegliere e masterizzare dei video sm da proiettare nel corso della serata. Mi metto al pc e spulcio hard disk e dvd.
Naturalmente, non ho il permesso di toccarmi, ma mi sento forte; tanto, penso, i video sadomaso raramente mi eccitano. Mi sembrano sempre strani, stonati; anche se anche io faccio cose simili, vederle dall’esterno in qualche modo non mi torna.
Vedo questo filmato: una ragazza viene legata a gambe larghe su una sedia sadoginecologica; la frustano un po’, e vabbé; poi le spalmano sulla figa una pasta giallastra. Metto l’audio per capire cos’è, visto che la Mistress lo spiega, ma parlano americano stretto e non capisco nulla. Intuisco comunque che si tratta di qualcosa di estremamente irritante. La Mistress la spalma coi guanti.
Poi, per cinque lunghissimi minuti questa ragazza urla, si contrae e implora.
Non succede niente, all’apparenza. Ma è chiaro che le brucia da impazzire. Piange, grida e si scuote nei lacci. Ed io la guardo. La guardo e mi proietto in lei. Immagino, sento la sofferenza di essere immobilizzata e non poter fare nulla per impedire un dolore atroce che si ha addosso.
E mi bagno.
Infine la puliscono e le mettono del ghiaccio; il trucco le cola con le lacrime. Mi allontano dal monitor barcollando, un desiderio oscuro in mezzo alle gambe.
Penso al terrore che ho dei film dell’orrore tipo Saw, in cui i poveracci di turno vengono costretti in situazioni di tortura senza uscita; non li voglio vedere perché è la cosa che mi angoscia di più. Ed ora ho l’impressione di avere scavalcato quel terrore, ora che l’ho visto in versione non horror ma sadomaso. Ora che mi è stato mostrato nella sua versione sessuale. Ora l’angoscia si è trasformata in desiderio, l’irrazionale nodo allo stomaco mi si è spostato più in basso.

E adesso è sera e non vedo l’ora di essere alla festa; l’oscuro desiderio che ho annidato tra le gambe è affamato e mi tira verso l’abisso.

E poi ho pianto di gioia

Non so se se ne siano accorti. Ho tenuto la testa bassa e nascosto il viso tra le braccia. Non mi hanno detto nulla a riguardo.
Ma quando i primi colpi di flogger hanno iniziato la loro danza su di me, quando hanno iniziato ad avvolgermi in quelle forti carezze di cuoio, io ho pianto di gioia e sollievo.
Tutta la tensione di un mese si era coagulata in me; premeva e pesava sul mio cuore e cercavo di non farci caso. Ma quando sono arrivata dai Padroni, quel coagulo lo sentivo tutto. E poi si è sciolto ed è uscito da me in forma di lacrime.
Avevo di nuovo dimenticato quanto abbia bisogno di quei colpi; è stato come tornare a percorrere una strada che avevo già fatto, e che avevo scordato quanto fosse impervia e bella: mozzafiato. Una volta in vetta, ogni cosa è andata al suo posto; io sono andata a posto.
Ho lasciato che le mie viscere si contorcessero di piacere invece che di angoscia e ho goduto fino a non poterne più.
E ho pianto un pianto di gioia, sollievo e gratitudine.

System of a down + Deftones + Lacuna Coil

Mi vergogno sempre un po’ ad andare ai concerti senza essere una vera fan del gruppo.
Non so i testi delle canzoni, non mi commuovo perché un brano mi ricorda un momento della mia vita, non conosco per nome tutti i membri della band.
Guardo i fan sbracciarsi, cantare a squarciagola e andare in sollucchero e mi sento quasi in colpa, come se stessi usurpando qualcosa ad essere lì anch’io.
Eppure, alla fine, passo una serata fantastica; mi esalto con l’energia della musica e dello show, salto, ballo e rido. Guardo i veri fan e la loro passione mi contagia, mi emoziono anche della loro emozione.
Non è poi forse questo quello che conta, che dovrebbevenire contare anche per l’artista sul palco: il provocare emozione?
Esco dall’area concerti felice, con un gran sorriso stampato in faccia.

Mi vergogno sempre un po’ a non sapere o sapere fare tutto già da subito, anzi da prima.
Sono goffa e devo andare a tentativi; guardo chi sa fare e mi arrabbio con me stessa perché io non sono così.
Eppure, ciò che conta non è fare del proprio meglio e immergersi con passione nell’impegno, quale che sia?
Dare se stessa a qualcosa è sempre un atto sincero, e vale l’intenzione e la forza che vi si dona.

L’appartenenza non va in vacanza

Quando sono in ferie mi sorprendo a pensare: ma sì, anche se non faccio quello che mi ha ordinato il Padrone chissene… dopotutto sono in vacanza!!
Un pensiero da bimba capricciosa che sbatte i piedi; mi do persino fastidio da sola. Però sono una madre debole nei confronti di me stessa, e a questi capriccetti finisco spesso per cedere. Salvo poi trovarmi nei casini e pentirmi amaramente.
Ma l’obbedire, che è segno dell’appartenere, non dovrebbe mai venir meno; in vacanza non smetto di essere moglie “perché tanto sono in vacanza”, dunque perché mi sento di poter recedere da un altro legame? Perché credo di poter avere deroghe – peraltro senza nemmeno chiedere? 
Quando poi, soprattutto, sto tanto meglio se obbedisco che non se sgarro.

Ho spesso questo senso di indulgenza nei confronti di me stessa. Ed è proprio per controllarlo che ho tanto bisogno di un Padrone: per non restare in balìa di me stessa, per non perdermi a causa della mia pigrizia mentale, per essere tenuta insieme da una forza vera, grande, sopra di me.

Nessuno va sulla prima corsia

Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità.

Fantasia vs realtà

E’ bello lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare le situazioni più incredibili ed eccitanti… Io personamente vi indulgo spesso.
Poi, terrorizzata, cerco di nascondere le mie fantasie, anche se magari le ho messe per iscritto per qualcuno o ne ho tratto un racconto. Temo di avere esagerato, o di essere “troppo”. Troppo porca, troppo perversa, troppo. Troppo schifosa.
La mia paura più grande è che le persone che ho attorno, soprattutto quelle più vicine a me, quelle cui voglio bene, si ritraggano da me con orrore. Che mi abbandonino perché ho certe fantasie, certi desideri. E vale anche per persone che so essere anch’esse kinksters, bdsmers.

Anche perché, nel pur variegato mondo delle perversioni, c’è un oscuro e antipatico bigottismo di ritorno… si fanno distinguo tipo “io faccio questo ma non farei mai quest’altro”, come a giustificarsi a se stessi e agli altri, come a rivolere indietro una qualche innocenza.
Questo credo sia l’effetto a lungo termine di un certo tipo di educazione/cultura basato ancora adesso su ipocrisia e senso di colpa.

Adesso, sto imparando ad accogliere ogni lato di me; ad apprezzare le mie fantasie senza più vergognarmene… se non nella misura in cui la vergogna diventa un ulteriore gioco per aumentare l’eccitazione.

Distaccata intimità

Ed ecco che, dopo tante chiacchiere, faccine, coccole, premure, inizo a sentire che il nostro rapporto sta cambiando. Non che mi passi la serenità di considerarla confidente… Ma mi viene da darle del lei. Glielo dico (perché il consensuale va mica solo dall’alto in basso; anche da sopra devono essere d’accordo su ciò che viene da sotto) e lei concorda.
Sorrido.
Un brivido mi increspa la pelle.
Ora siamo più distanti, io e Lei, ma allo stasso tempo più vicine. C’è in questa distanza che ci separa – io a terra, sul pavimento, in ginocchio, sottomessa, e Lei in alto, in piedi, in poltrona, dominante – un’unione più forte. La Sua scarpa che mi preme sulla guancia e mi fa girare il viso è una carezza più intima di qualsiasi altra. Questo muro invisibile che non posso superare, fatto di devozione, rispetto, silenzio e sottomissione, me la fa sentire più vicina che se mi stesse abbracciando. Questo accordo in cui suoniamo assieme ognuna la propria nota, per vivere ciascuna la propria pulsione che si riflette in quella dell’altra, ci unisce tanto più quanto ci mantiene separate.

Fremo e mi lascio trasportare da questa nuova, distaccata intimità, attendendo con impazienza di incontrarla la prossima volta.

Milano

Camminare per Milano di notte, in mezzo a palazzi di dieci piani e viali deserti, mi fa tornare bambina. Recupero la sensazione di immensità della città che avevo quando non avevo ancora né l’auto, né il motorino, né la bicicletta. L’obbligo di fruire gli spazi della metropoli lentamente, fisicamente, a piedi; oppure in sudditanza ad orari e percorsi decisi da altri, con i mezzi pubblici. Anche, le distanze dilatate: abituata a una piccola città che si attraversa da parte a parte in mezz’ora, Milano diviene immensa, enorme, amplificata. Per chilometri e chilometri i palazzi non diventano più bassi, le strade più strette: tutto rimane ampio, grande, alto. Una vertigine. Per raggiungere un posto ci vuole molto più tempo di quanto sia abituata a considerare.
Come si fa a vivere in una città come Milano?
Le persone sono diverse, lo vedo; sono abituate a questi viali, questi palazzi, questa gente. C’è tanta gente, tantissima, ovunque, di ogni tipo. C’è un respiro diverso. Un afflato nell’aria che modifica le percezioni.

Me ne vado in giro col naso all’insù a guardare i palazzi, a cercare la luna tra le cimase; mi guardo attorno e ogni dettaglio è un piccolo mondo da scoprire, come osservare un quadro: il parco, il piccolo giardino con la fontana nel vialetto d’ingresso di un complesso abitativo, gli alberi che si protendono spogli, gli adesivi sulle ringhiere, le caviglie scoperte dei ragazzi fuori dai locali. Tutto mi parla una lingua sconosciuta, affascinante, anche brutta; non solo nella bellezza o in ciò che posso apprezzare vi è il fascino. Sorrido, mi illumino, rido con e rido di. Ma lascio il mio spirito aperto a farsi scorrere dentro questa città, queste sensazioni. Poesia.
Un luogo sconosciuto perché sconosciuto è il mio cuore in questo luogo.