Sottosopra

A un certo punto mi rendo finalmente conto di cos’è questa strana sensazione che ho, questo senso di scombussolamento, questo panico addirittura che ogni tanto mi attanaglia lo stomaco.
Tutto il mio mondo, la mia esperienza, tutto ciò che conoscevo e che era diventato rassicurante abitudine… è stato capovolto.

Ero abituata ad un Master freddo, asessuale, distante, silenzioso. Ogni carezza, ogni tocco era un dono, una concessione. Non avevo il permesso di guardarlo in viso, né di abbracciarlo, né di avere sue fotografie. Mi toccava quando mi graffiava e, ogni tanto, mi mordeva. Anelavo a lui e non avevo il permesso di anelare. In sessione era la musica a dare il sonoro; lo sentivo bisbigliare con lei, per me poche parole, precise.

A invece mi travolge.

Mi carica, mi sommerge, mi trascina, mi divora. Affogo nella sua presenza fisica, nella sua voce, un parlare quasi ininterrotto. Non sono mai sola con le mie sensazioni: lui si impone, occupa ogni spazio dei miei sensi, ogni intercapedine del mio sentire. Si infiltra, si fa strada e sfonda: trova la crepa e la apre.

E’ completamente diverso da tutto ciò che ho conosciuto finora.
Ho cercato un pattern, una strada conosciuta, sensazioni note; ho provato a riportare ciò che sentivo a quello che avevo già provato – non l’ho fatto apposta: il mio inconscio si aspettava certe cose, in un certo modo. Quando si è trovato di fronte all’uragano, è rimasto di sasso a fissare il vento che scoperchiava le case.

E adesso sto volando, lontano dal Kansas, col mio vestitino azzurro, le trecce e le scarpette rosse.

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Biancheria

Da adolescente, leggendo Ossessione di Stephen King, trovai un passaggio illuminante: il protagonista, nel suo delirio, mentre tiene in ostaggio la sua classe, ricorda di quando, tempo prima, avesse per un attimo visto le mutandine della prima della classe: erano bianche. Segno (diceva il testo) che era inequivocabilmente una brava ragazza.
In quel momento, decisi che non avrei mai più indossato slip bianchi, ma solo e sempre biancheria nera. Perché non ero – non volevo essere – quella che si definiva una “brava ragazza”.
E così feci. Il mio cassetto della biancheria è tuttora colmo solo di slip neri.

Mentre infilo quelle mutandine rosa, col bordino bordeaux e un decoro a cuore sul davanti, sento la faccia che mi si scalda, arrossendo.
Getto un’occhiata nello specchio ma quasi non vorrei.
Sono proprio rosa.
Abbasso la canotta (nera) e tiro su i jeans (neri). Cerco di non pensarci, eppure ho stampato in faccia un sorriso imbarazzato e colpevole, come se avessi appena rubato una cosa molto bella e buona. Mi vergogno come un ladro. Infilo gli anfibi e inizio a dimenticare. Sono solo degli slip. Basta non pensarci. No?
Ore dopo, mi chiede: “Allora, hai messo quelle mutandine rosa?”
Io avvampo e annuisco. Mi slaccio i jeans, li abbasso e le mutandine sono lì; e sono sempre terribilmente rosa.

Quando le sue dita mi toccano, spostando lo slip, giro la testa di lato e mi copro gli occhi con le mani per nascondermi, travolta dalla vergogna. Sono rovente.
E fradicia.

Quando ciò che è dentro esce fuori, anche l’anima si rovescia

Sangue, lacrime.

Quando questi liquidi scorrono vanno ascoltati; è anima che esce, che canta, che urla.

Invasione

Quando arriva, non fa alcun preambolo, quasi non mi saluta. Mi si avvicina fino a starmi attaccato, mi tocca, mi respira addosso; mi infila le dita in bocca senza riguardo, spinge.
Mi entra dentro senza gentilezza, senza attenzione, non piano per non farmi male, ma in modo brutale: sfonda, si apre la sua strada dentro di me. Non solo o non tanto a livello fisico: quello che sento nel corpo è solo un mezzo, un tramite attraverso cui mi sfonda dentro, per aprirmi l’anima.

Mi sento invasa.
Sento che mi entra, che sfonda le mie barriere, distrugge le mie difese. Un’invasione devastante cui non riesco ad opporre resistenza; ogni argine viene superato, ogni barricata divelta.

In questa invasione boccheggio, incapace di trovare appiglio, travolta da una fisicità che non mi aspettavo, cui non ero abituata, che mi assale e mi sommerge in un gorgo di sensazioni che non riesco a comprendere né a controllare.

Apro la bocca e lo lascio entrare.
Apro l’anima e mi lascio invadere.

Fino alla paura.

Preziosa spazzatura

Non voglio buttarmi via.
Voglio qualcuno che mi butti via.

Non intendo andare con chicchessia solo perché sì, perché ho voglia, o perché ho bisogno di sentire certe sensazioni.
Voglio invece scegliere: affidarmi ad uno che mi getti nell’abisso, che mi stravolga, mi stracci, mi spezzi, mi accartocci e mi spinga via, a terra, per terra, con la faccia nel fango, lacerata e sporca, col corpo in frantumi e l’anima in scintille.
Qualcuno che mi butti via… e poi mi raccolga.

Essere la Sua preziosa spazzatura.

Pausa pranzo 

Pausa pranzo al parco. 

Sole caldo, aria frizzante, solitudine perfetta. Pomodorini e pensieri. Respiro: sto bene. 

Bonus: giro sull’altalena ^^ 

Dentro di me avrò 12 anni per sempre… 

Progressione

Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
È stata un’Appartenenza dolce.

Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
È stata un’Appartenenza forte.

Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.