Errori

Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

Conforme

Che cos’è che mi fa comportare in modo conforme?
La paura della punizione? Il desiderio di compiacere? La prospettiva di un premio, o almeno di un’approvazione (ché se si è fatto solo il proprio dovere non si ha diritto a premi)? Il piacere di avere fatto felice il Padrone, sapere di fare ciò che Lui ha richiesto e farlo il meglio possibile?
Solo la paura non basta, lo so per esperienza.
Anche se al momento cruciale della punizione mi pento amaramente e vorrei non aver mai fallito, la paura della punizione da sola non basta a mantenermi in carreggiata.
La paura mi fa vivere male, nell’inquietudine, nel desiderio di rivalsa; mi fa covare vendetta, mi invoglia a cedere alla tentazione di disobbedire di nascosto. La paura mi riempie di rabbia perché la trovo ingiusta, a prescindere; la rabbia mi fa desiderare la ribellione.
Yoda-fear
“La paura è la strada per il lato oscuro. La paura porta alla rabbia. La rabbia all’odio. L’odio alla sofferenza”.

Eppure non desidero altro che ricevere ordini, limitazioni, indicazioni della Giusta Via da seguire. Perché dunque il piacere di obbedire è così sfumato in me, ultimamente? Perché sono così insofferente?
In tutto questo, in questo mio dibattermi, mi arriva un messaggio. E la mia lealtà è ripristinata, le mie certezze rinsaldate. Il mio timore di non essere guidata svanisce, la rabbia lascia spazio alla docilità.
images Accetterò la punizione, perché sarà giusta e prevista. Ma mi impegnerò con coraggio a combattere la paura, ad agire secondo le indicazioni ricevute; non con lo spauracchio, ma con l’obiettivo forte di evitare la punizione. Agire, non solo “provarci”.

“Non provare. Fare, o non fare. Non c’è provare”

Secretary

Ho cercato un Padrone, l’ho voluto. Quando ho incontrato una persona valida, ci ho parlato, l’ho conosciuto; sapevo cosa desideravo (più o meno) e che era meglio avere elementi per scegliere bene a chi affidarmi. Ho acconsentito consapevolmente a sottomettermi, ad accettare la Sua guida, il Suo dominio. Ho scelto Lui; Lui ha scelto me; gli obbedisco perché so che posso fidarmi, che non farà il mio male, non mi sminuirà. Certo mi umilierà e mi farà provare dolore; ma in un modo Sano, Sicuro, Consensuale.

La mia indole naturalmente sottomessa mi porta però talvolta a confondermi. A fidarmi a caso. A permettere che mi venga fatto del male. A non vedere che c’è chi pone richieste non dette, subdole.

Così, un uomo manipolativo, fanatico del controllo, inconsapevole di sé, è stato in grado di rigirarmi. Di mettermi addosso dubbi; di chiedermi di più di quanto potessi dare e di indurmi a darglielo. Mi ha chiesto di non porre domande, di eseguire e di obbedire; di “lasciarmi guidare”, così ha detto. E io ho dubitato di me stessa; ho titubato. E gli ho creduto. Ho pensato che fosse un riverbero del mio rapporto D/s; che dovessi, potessi traslarlo anche nella vita quotidiana.
Ho sbagliato.
Perché non c’è stata contrattazione, non c’è stata consensualità. L’obbedienza che mi ha chiesto non era per guidarmi, ma per farsi servire. Il dominio che ha voluto esercitare non era illuminato dalla saggezza, né dalla consapevolezza di sé; era cieco ed egoista.

Ora andarmene è difficile perché mi ha lasciato addosso una patina di sensi di colpa, di dubbi, di senso di inadeguatezza; mi ha blandita e mi ha indebolita. Mi ha portata a desiderare il suo consenso, la sua approvazione. Mi convince ancora adesso di essere io quella sbagliata, quella che lo ha tradito.

A me piace lavorare dando tutta me stessa anche oltre l’orario di lavoro, amo rendermi utile e che mi venga detto “brava”; ma se non mi licenzia lui, dò le dimissioni io. Perché ci sto lasciando il fegato, e questa malintesa “sottomissione” mi fa stare solo male – segno inequivocabile che non è tale, ma sfruttamento.

Ignore

Ascolto il Suo silenzio e spero che mi riempia.
Le emozioni salgono a ondate dentro di me: momenti di quiete, poi d’improvviso angoscia, paura, accettazione, rimorso, rassegnazione. Sentimenti di mancanza. Malinconia, nostalgia, tristezza. Euforie ingiustificate istantanee effimere.
Silenzio.
Solo silenzio.
Vado a cercare segni del Suo passaggio online; ne seguo le tracce, guaendo come un cane sfuggito al guinzaglio incapace di ritrovare il suo Padrone.
Cerco di alzare la mia percezione della punizione, smettere di autocommiserarmi ed accettare il peso che devo portare, nella consapevolezza del mio errore.
Penso a Lui, al Suo sguardo quella sera; lascio che lo stomaco mi si contorca nel pensiero di avergli causato dolore e rabbia; di averlo deluso.
Imploro e supplico davanti a un muro di silenzio. Cerco che quel silenzio mi colmi e riempia il vuoto dell’attesa.

Ho ancora il Suo collare al collo, per ora: è qui. Lo sento.
Anche il Suo silenzio è un Suo segno.
Chiudo gli occhi; respiro; attendo.

Epic fail

Sbagliare in maniera così eclatante da non rendermene nemmeno conto fino a che non sia troppo, troppo tardi.
Comportarsi totalmente fuori un ruolo proprio in faccia al Padrone e procedere tranquilla come se nulla fosse, anzi dispiacendosi di non stare bene – il mio istinto sa meglio di me come sto e lo seguo troppo poco. Seguo invece la mia testa matta e il mio desiderio di compiacere chicchessia, anche l’ultimo degli stronzi, dimenticando per strada chi conta davvero.
Non sono perfetta, proprio no.

Ora attendo.