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Tag: orgoglio

  • Orgoglio vs presunzione

    Leggo online uno spunto di riflessione: ma l’orgoglio non dovrebbe essere una cosa fuori luogo, per uno/a slave?
    Penso: in realtà forse si fa confusione tra orgoglio e presunzione.
    Un presuntuoso mette se stesso (ed il proprio orgoglio) davanti a tutto e a tutti, si impone, è sfacciato ed arrogante. Risponde male, non vuole sopportare imposizioni che non siano quelle che lui stesso sceglie (e che quindi smettono di essere tali); uno/a slave presuntuoso/a è in effetti una contraddizione in termini, ed una vergogna per il proprio Padrone.
    Invece, a mio parere, uno/a slave può avere uno forte orgoglio nella consapevolezza del proprio ruolo. Un orgoglio altero, silenzioso, pacato che non deve dimostrare nulla a nessuno. L’orgoglio della forza della propria sottomissione; di sapere di appartenere al proprio Padrone e di renderLo orgoglioso.
    Questo orgoglio dev’essere tenuto bene sotto controllo perché non sfugga di mano diventando arroganza.
    Non è che sia più facile ingoiarlo quando si è sottoposte ad umiliazione o ad una forte educazione, tutt’altro; ma invece di scuotersi e ribellarsi, questo sano orgoglio di slave si rafforza nell’essere tenuto sotto dalla forza del Padrone. Si alimenta della consapevolezza di essere slave, crescendo con gioia proprio nella sottomissione.
    Schiena dritta, testa alta e sguardo basso.

  • Il “vero sub”

    truesub

    Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

    Buongiorno cari amici nella Community!

    Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
    Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
    Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

    ‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

    Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

    Non potrei essere più d’accordo.
    Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
    La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
    Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

  • Credo

    Quanto credo nelle cose che faccio?
    Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
    Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
    Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
    Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
    Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
    E io, quanto ci credo?

    Sto imparando ora a crederci.
    Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

  • Intensità – 22

    Intensità è anche competenza.
    Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
    Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
    In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
    Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
    Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.

  • Intensità – 17

    Ho ceduto. Ho ceduto?
    Mentre sono tesa a completare tutti i compiti di cui mi sono presa carico, che mi sono prefissata, alcune altre cose mi sfuggono.
    Mangio un boccone in più; indulgo nei dolci; non faccio i miei esercizi per la schiena; non leggo; eccetera.
    Comunque vada, per quanto tiri allo spasimo, c’è sempre qualcosa in più che potrei fare, che dovrei fare.
    Allora mi chiedo: ce la farò, un giorno, a fare davvero tutto? A non lasciare mai indietro nulla, a riempire ogni singolo istante della mia giornata di tutte le infinite incredibili cose che devo e desidero fare? Riuscirò a riordinare questa pazzesca quantità di impegni per poterli portare tutti avanti, se non a termine?

    Sì. Io credo di sì.

  • Intensità – 13

    E poi, nel mezzo della fatica degli impegni, in cui sono concentrata su una cosa per farla bene, mentre sono serena che quanto fatto finora sia tutto sufficiente, e corretto, ecco che mi arriva una breve comunicazione che mi notifica un errore. Nulla di grave, o irreparabile. Ma un errore.
    La prima reazione, cui vorrei abbandonarmi, è il pianto. Lo sbattere i piedi, protestare con voce lamentosa e infantile che non è giusto, che ho fatto del mio meglio, che non merito l’essere ripresa.
    Invece, corrugo la fronte e mi rimbocco le maniche. Torno su quanto fatto e rivedo, correggo, sistemo. Anche se sono le dieci e mezza di sera. Anche se volevo solo crollare e dormire.
    Non mollo.
    Non intendo mollare. Mai più.

  • Intensità – 08

    La parte più difficile è… che ogni momento successivo mi fa scoprire una parte più difficile.
    Ogni passo che compio mi amplia l’orizzonte e mi mostra quanti altri passi ci siano ancora da fare, anche in direzioni che non avevo previsto, in modi che non avrei gradito.
    Non succede mai di arrivare in fondo alla mappa, come in quei vecchi videogiochi anni ’90: cammina cammina cammina ad un certo punto sbatti contro una specie di parete. La prospettiva allora è solo un’illusione, un disegno contro il muro.
    TrumanShowRicordo l’emozione provata guardando The Truman Show, verso la fine. La pelle d’oca. Il cuore in gola. L’orizzonte che diventa piatto quando la punta della barca sbatte contro la cupola.
    La scelta di Truman di uscire, andarsene. Il rifiuto di accettare di vivere in un mondo limitato, chiuso, anche se sicuro. Il desiderio di scoprire, andare oltre.
    Ogni passo che compio amplia il mio orizzonte, mi sposta il bordo della cupola più in là, lo rende irraggiungibile. Da una parte vorrei nascondermi e rannicchiarmi, sperare in una vita facile sempre uguale a se stessa. E dall’altra non riesco a non sentirmi battere il cuore nel fare ancora un passo, avanzare ancora, scoprire qualcos’altro, cos’altro mi aspetta; che sia bello o brutto sarà comunque VITA degna di essere vissuta. Purché la viva, e la viva al massimo.
    Anche se è difficile, anche se è faticoso.
    Soprattutto per questo.

  • Intensità – 07

    Il momento più difficile è partire; il secondo è ripartire.
    Quando si tira ferocemente, si avanza senza più indugi, senza più accettare giustificazioni, senza più essere indulgenti con se stessi, arriva un momento in cui si è spossati. La stanchezza, quella vera, quella giustificata, che non è più pigrizia, esiste e si palesa subdolamente insieme a pensieri quali “non ce la posso fare”.
    Invece sì, certo che ce la posso fare.
    Prendere fiato, chiudere gli occhi per un attimo. Riassestarsi, rimettere in ordine se stessi e i propri strumenti, l’attrezzatura. Riposare un poco, a bordo strada. Poi rialzare lo sguardo e fissare nuovamente la meta. Rialzarsi e proseguire.

  • Intensità – 06

    ilgrandeharpo2
    Ricordo che l’ultimo anno delle superiori avevo un diario del maiale Harpo, che recitava in copertina: “Diventa pigro! Chi non fa niente non fa niente di male! Pubblicità progrAsso”. Mi faceva molto ridere e gareggiavo con le compagne per il diario più assurdo/trash (credo di aver vinto, quell’anno).
    In realtà, sebbene sia in effetti una persona che si impigrisce facilmente, detesto non fare un tubo. Mi sale un’insofferenza spaventosa nei confronti di me stessa, cui cerco di porre rimedio raccontandomi degli alibi: eh ma fa caldo, ho altro da fare, è colpa di qualcun altro, uno oggi mi ha guardata male e allora sono depressa, piove governo ladro eccetera eccetera.
    Certo, prendersi carico della responsabilità della propria vita è difficile e faticoso, e frustrante anche, perché si sbaglia. Infatti, solo chi non fa niente non sbaglia mai (ma potremmo discutere del fatto che non far nulla sia già un errore di per sé). Se agisco, in qualsiasi modo, sono destinata a sbagliare. Anche a fare cose giuste, s’intende, e soprattutto ad imparare a sbagliare meno, ma per forza sbaglierò.
    E’ questo che mi ha bloccata tanto a lungo dall’agire, ciò che mi terrorizza: la prospettiva dell’errore (sempre visto come irreparabile), il temuto giudizio degli altri di fronte alle mie mancanze.
    Ma non voglio più andare avanti così. Voglio agire e sbagliare, e imparare e crescere.
    La perfezione non esiste, ma posso tendervi solo se accetto di essere imperfetta.

  • Empowerment

    Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
    In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
    Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

    Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.