Il “vero sub”

truesub

Leggo questo interessante post sulla pagina fb “The Dedicated Dominant”:

Buongiorno cari amici nella Community!

Oggi sono stato testimone di una discussione in cui qualcuno si autodefiniva Vero Sottomesso; naturamente il termine Vero Sub viene tirato fuori solo per comparare se stessi con qualche altro sottomesso.
Stranamente questo suscita in me una reazione come se qualcuno avesse dato un calcio ad un alveare… quindi ho scritto quanto segue come risposta.
Non è rivolto al sub che ha usato quel termine, quanto piuttosto è una lezioncina informativa da parte di un anziano Dom.

‘La sottomissione è uno stato tra due persone, e la profondità di quella sottomissione dipende dal livello di fiducia e dalla forza del Dominante. Non esiste una cosa come un “Vero Sottomesso” perché nessuno è totalmente sottomesso a qualcun altro’

Il sottomesso che pretenda di essere un “Vero Sub” spesso sta solo punzecchiando un altro sottomesso, agendo con superiorità o sentendosi migliore dell’altro, cosa che è un comportamento aggressivo inaccettabile nella concezione stessa dell’essere sub.

Non potrei essere più d’accordo.
Mentre si può (si deve?) essere consapevoli di essere sottomesso/a, sub, slave, ammantarsi di questa consapevolezza per sentirsi superiori a qualcun altro distrugge esattamente quel concetto dell’essere sub.
La mia forza, il mio orgoglio, viene dallo scegliere di essere in basso ed avere la capacità di starci. Ma lo sono perché lo sono, e sono completa nel mio vivere il mio essere per me stessa, non per dimostrare qualcosa a chicchessia.
Da qui posso (devo) imparare ad abbandonare ogni competizione. Essere io al mio massimo, e nient’altro.

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Credo

Quanto credo nelle cose che faccio?
Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
E io, quanto ci credo?

Sto imparando ora a crederci.
Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

Intensità – 22

Intensità è anche competenza.
Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.

Intensità – 17

Ho ceduto. Ho ceduto?
Mentre sono tesa a completare tutti i compiti di cui mi sono presa carico, che mi sono prefissata, alcune altre cose mi sfuggono.
Mangio un boccone in più; indulgo nei dolci; non faccio i miei esercizi per la schiena; non leggo; eccetera.
Comunque vada, per quanto tiri allo spasimo, c’è sempre qualcosa in più che potrei fare, che dovrei fare.
Allora mi chiedo: ce la farò, un giorno, a fare davvero tutto? A non lasciare mai indietro nulla, a riempire ogni singolo istante della mia giornata di tutte le infinite incredibili cose che devo e desidero fare? Riuscirò a riordinare questa pazzesca quantità di impegni per poterli portare tutti avanti, se non a termine?

Sì. Io credo di sì.

Intensità – 13

E poi, nel mezzo della fatica degli impegni, in cui sono concentrata su una cosa per farla bene, mentre sono serena che quanto fatto finora sia tutto sufficiente, e corretto, ecco che mi arriva una breve comunicazione che mi notifica un errore. Nulla di grave, o irreparabile. Ma un errore.
La prima reazione, cui vorrei abbandonarmi, è il pianto. Lo sbattere i piedi, protestare con voce lamentosa e infantile che non è giusto, che ho fatto del mio meglio, che non merito l’essere ripresa.
Invece, corrugo la fronte e mi rimbocco le maniche. Torno su quanto fatto e rivedo, correggo, sistemo. Anche se sono le dieci e mezza di sera. Anche se volevo solo crollare e dormire.
Non mollo.
Non intendo mollare. Mai più.

Intensità – 08

La parte più difficile è… che ogni momento successivo mi fa scoprire una parte più difficile.
Ogni passo che compio mi amplia l’orizzonte e mi mostra quanti altri passi ci siano ancora da fare, anche in direzioni che non avevo previsto, in modi che non avrei gradito.
Non succede mai di arrivare in fondo alla mappa, come in quei vecchi videogiochi anni ’90: cammina cammina cammina ad un certo punto sbatti contro una specie di parete. La prospettiva allora è solo un’illusione, un disegno contro il muro.
TrumanShowRicordo l’emozione provata guardando The Truman Show, verso la fine. La pelle d’oca. Il cuore in gola. L’orizzonte che diventa piatto quando la punta della barca sbatte contro la cupola.
La scelta di Truman di uscire, andarsene. Il rifiuto di accettare di vivere in un mondo limitato, chiuso, anche se sicuro. Il desiderio di scoprire, andare oltre.
Ogni passo che compio amplia il mio orizzonte, mi sposta il bordo della cupola più in là, lo rende irraggiungibile. Da una parte vorrei nascondermi e rannicchiarmi, sperare in una vita facile sempre uguale a se stessa. E dall’altra non riesco a non sentirmi battere il cuore nel fare ancora un passo, avanzare ancora, scoprire qualcos’altro, cos’altro mi aspetta; che sia bello o brutto sarà comunque VITA degna di essere vissuta. Purché la viva, e la viva al massimo.
Anche se è difficile, anche se è faticoso.
Soprattutto per questo.

Intensità – 07

Il momento più difficile è partire; il secondo è ripartire.
Quando si tira ferocemente, si avanza senza più indugi, senza più accettare giustificazioni, senza più essere indulgenti con se stessi, arriva un momento in cui si è spossati. La stanchezza, quella vera, quella giustificata, che non è più pigrizia, esiste e si palesa subdolamente insieme a pensieri quali “non ce la posso fare”.
Invece sì, certo che ce la posso fare.
Prendere fiato, chiudere gli occhi per un attimo. Riassestarsi, rimettere in ordine se stessi e i propri strumenti, l’attrezzatura. Riposare un poco, a bordo strada. Poi rialzare lo sguardo e fissare nuovamente la meta. Rialzarsi e proseguire.