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Tag: riflessioni

  • Significati

    Quello che viviamo anche se apparentemente è simile o uguale a ciò che fanno altri, in realtà è unico, perché ognuna di noi dà alle pratiche, ai gesti, ai toni, alle parole significati differenti. Ne dà un significato che appartiene al proprio sentire, a ciò che abbiamo dentro, al modo in cui quella pratica risuona dentro di noi. Ed essendo diverse, risuonano in modo diverso, hanno ritorni differenti, ci riempiono in modi specifici.

    Quello che si vede è solo la superficie delle cose. Come posso sapere, io, cosa richiama in te quel gesto, quello sguardo, quello schiaffo? Cosa fa risalire dal tuo profondo? So cosa fa risalire dal mio, e a volte nemmeno questo: intuisco, o lo so solo una volta che è risalito e che è qui. Ma le mie profondità sono differenti dalle tue, e non c’è gerarchia di merito: sono luoghi differenti, con le proprie ombre, i propri riflessi sommersi.

    Il gioco allora è così profondamente diverso anche se così apparentemente uguale, e una volta di più si conferma non essere semplicemente “un gioco”. Credere di stare facendo le stesse cose è un’illusione; proiettare sull’altra i propri significati è umano ma è anche folle. Fossimo anche gemelle non saremmo la stessa persona – e non lo siamo.

    Così come lei è “l’altra” per me, io lo sono per lei.
    Ciò che per lei è un highlight, per me magari non lo è.
    Magari io scrivo dando risalto a un aspetto e tralasciandone un altro che invece per lei sarebbe stato molto più importante. Vuol dire che sbaglio? che sono antipatica? nulla di tutto ciò: è solo che ciò che accade mi parla in un modo diverso rispetto a come parla a lei. O a chiunque.

    Troviamo significative cose diverse, o alla stessa cosa diamo significati differenti. E’ fondamentale per me restare empatica soprattutto per comprendere queste sfumature, per non farmi accecare dal MIO significato: restare aperta a comprendere che vi sono infiniti significati, nelle pratiche bdsm: perché ognuno le riempie della propria storia, della propria sensibilità, dei propri desideri. Pensare che il mio modo di vedere le cose sia assoluto, sempre condiviso, accessibile a tutti, è illusorio. Sono felice se quando scrivo le mie riflessioni vengono condivise; ma so che il mio sentire non sarà mai sovrapponibile al 100% a quello di qualcun altro. Allo stesso modo anche io leggo nelle cose altrui un mio significato, e magari le cose mi sembrano diverse rispetto a come sono per chi le sta vivendo. Perché a me dicono cose diverse.

    Penso a quelle sottomesse che non sono masochiste, e subiscono ugualmente i colpi del proprio Dominante sadico perché il piacere che ne traggono non è nel dolore, ma nella sottomissione stessa. Se le vedo subire sorrido e mi si increspa la pelle al pensiero di quel piacevole dolore. Ma è il mio significato che vedo: per loro è diverso – ed altrettanto valido e piacevole, ma in modo differente.

    In questa danza dei significati, amo immergermi nel mio e osservare e conoscere quello altri, per arricchirmi e mantenermi ricettiva a nuove possibilità, nuovi mondi, e, cosa più importante, all’altro da me.

  • Se non è assoluto non è abbastanza

    Ma quando è stato che sono stata convinta di questo? Come è successo, chi è stato, cosa è accaduto perché venissi convinta di questo? Da dove ho tratto questa profondissima, innestata convinzione che debba essere sempre o tutto o nulla, o bianco o nero, o perfetto o lo schifo? In ogni cosa, s’intende: dal bucato allo studio alla cucina al lavoro al BDSM.

    E com’è poi accaduto che, sulla base di questa convinzione e dell’assoluto terrore di sbagliare che mi incuteva, io non sia affatto divenuta una perfezionista nevrotica, ma un’evitante ansiosa? Come mi sono sviluppata con la fuga come primo istinto, tanto era il panico che mi saliva a dover sostenere una qualsivoglia performance, che fosse effettivamente tale o meno?

    Ho creduto di dover essere perfetta, ma ho anche fin da subito capito che era impossibile; così, ho spesso deciso di rinunciare in partenza, per evitare il dolore del fallimento. Oppure mi sono spesa oltre ciò che era sano per me, fuggendo e rientrando, dibattendomi tra l’angoscia di non fare abbastanza bene e la tensione a fare tutto perfetto.

    Ancora oggi se sento di non stare dando tutto mi sento cattiva, sbagliata, inadeguata, immeritevole. Poco conta che chi mi sta intorno mi rassicuri che non è affatto così, che ciò che dò non solo è abbastanza ma è molto e che soprattutto è apprezzato e accolto con gioia e gratitudine.

    Ma c’è anche un altro aspetto: quando mi lascio trascinare da questo senso di “fare tutto” e riesco in effetti a fare tanto, a volte volo in un senso di onnipotenza e invincibilità. Perché credere di stare riuscendo a dare tutto, a fare tutto, di essere perfetta, è una sensazione che dà alla testa e dà dipendenza. Per quanto abbia enormi bassi, i suoi alti mi drogano, mi esaltano e mi fanno ancora più convinta che sia giusto così, che sia come dovrebbe essere. La caduta è dietro l’angolo: non appena questa esaltazione e questa tirata di lavoro, impegno, tensione mentale diventano insostenibili – e lo diventano, perché non è uno stato sano né sostenibile sul lungo periodo. E in questa caduta mi sento ancora più sbagliata perché non riesco a sostenere questo fare tutto sempre.

    Ma poi: questo “tutto” che dovrei fare, chi decide cosa sia? Il mio giudice interiore non credo ne abbia un’idea oggettiva, in realtà. La sua definizione è: una spanna in più di quello che fai, a prescindere. Per questo non è mai abbastanza, e quel tutto rimane irraggiungibile.

    Una cosa importante che ho capito è che questo pensiero è ciò che più di ogni altra cosa mi rende difficoltoso impostare dei limiti, quei famosi boundaries che non sono solo cosa non voglio fare ma anche di cosa ho bisogno per stare bene. Perché se metto dei limiti vuol dire che non sono disposta in partenza a dare tutto: sto appunto dicendo che arrivo fino lì, che ho delle condizioni, delle necessità mie e che non sono disposta a calpestarle per le richieste altrui. Nella mia mente contorta, per quanto razionalmente sappia quanto sono importanti tali limiti, mi sento immediatamente inadeguata per il solo fatto di averli: colpevole, difettosa, pigra.

    Per questo è una lotta costante per proteggermi da me stessa e dalle mie stesse convinzioni interiorizzate, che mi rendono vulnerabile e insicura, ancora troppo pronta a cedere sul mio benessere pur di sentirmi brava, sentirmi accettata, sentirmi abbastanza.

  • Riconoscimento

    Un mio tratto distintivo è il desiderio di essere riconosciuta dagli altri: per le mie qualità, i miei valori, le mie particolarità. Un riconoscimento di me come persona, distinta da chiunque altro. Speciale nella mia specificità. 

    Per questo detesto le vuote lusinghe di circostanza, e sono molto attenta che non mi si attribuiscano meriti che non ho. E allo stesso modo, mi irrito se non ci si accorge di me. 

    Voglio essere vista per chi sono, non per chi si vorrebbe che fossi. 

    Questo tratto di me è così forte che lo vivo uguale e specchiato nel BDSM: amo venire umiliata, essere messa al centro e additata; che mi vengano sottolineati difetti, voglie, tratti vergognosi, che mi vengano rivolti insulti. 

    Nella vergogna e nell’imbarazzo, in questo riconoscimento distorto, vibro e mi eccito.