Ogni lasciata è persa

Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

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Onirica – V

Risiedo in una specie di casa in affitto, forse un residence, fa parte di un complesso abbastanza grande; sono qui per compiere una qualche missione che devo fare, ma sono in attesa di ordini.
Le stanza è in effetti la mia camera da letto di adolescente.
Passo il tempo a masturbarmi, in attesa di venire chiamata; è quasi una compulsione, un obbligo farlo.
Finalmente vengo convocata da Lui, in un’altra stanza. Lui, il Padrone, mi parla di qualcosa che non ricordo, sono istruzioni e spiegazioni; poi, mi mostra una serie di monitor di sorveglianza sulla parete: premendo tasti su una pulsantiera le immagini cambiano, scorrono, affinché possa rendermi conto che non vi è un solo angolo della casa o del giardino che non sia controllato da telecamere.
Deglutisco, capendo ciò che questo comporta.
A dimostrazione – e forse era qui che voleva andare a parare sin dall’inizio – il Padrone manovra e su tutti gli schermi appaio io intenta a masturbarmi ferocemente, da molteplici inquadrature: una è addirittura soggettiva, ripresa proprio dai miei occhi, o da appena sopra la testa. Vedo la mia mano tornare alla bocca, subito sotto la telecamera, e infilarsi nuovamente tra le mie gambe.
“Ma dai – protesto, mentre avvampo dalla vergogna – ma me ne avete messa una anche in testa?!”
Il Padrone mi guarda con uno dei suoi sogghigni sardonici, gli occhi azzurri che mi penetrano da parte a parte, mentre poco discosta anche la mia Lady ridacchia di me.

Il ricordo del sogno mi torna, improvviso, solo diverse ore dopo il risveglio. Arrossisco e fremo alla sensazione di imbarazzo in cui mi riporta e rifletto che sì, talvolta l’impressione è davvero come se Lui avesse piazzato una telecamera nel mio cervello.