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Tag: fastidio

  • Sentore di umido

    Mi succede di sentirlo di nuovo quando vado a trovare due amici vanilla. Stanno ristrutturando casa: per andare al bagno attraverso una stanza denudata e fredda, piena di arnesi da lavoro e calcinacci; quando entro nel bagno invece è caldo e l’atmosfera è densa di un’umidità che non trova sfogo. Aleggia così un sentore di umido, di cantina, di precursore della muffa. Sono tentata di aprire la finestrella per far girare l’aria, dare respiro al piccolo locale, ma sono in casa d’altri e fuori fa freddo, così lascio stare.

    Però è un odore che mi prende alla gola e mi riporta ricordi che non amo.

    Ricordi di incontri di molto tempo fa, in una casa con terribili e strutturali problemi di umidità, in cui alcune pareti erano nere di muffa nonostante le sanificazioni cicliche.

    Quell’odore era ovunque; soprattutto in bagno, che si gonfiava di caldissimo vapore acqueo dopo la doccia mentre subito fuori la casa era gelida. Ma anche nel soggiorno dove stavamo, riscaldato da una stufa a gasolio che non asciugava niente. Ed era nei vestiti e nella pelle delle persone che incontravo ed abbracciavo.

    Era un odore che mi metteva fortemente a disagio, e il disagio era amplificato dal fatto che non avrei voluto essere a disagio: erano incontri BDSM, volevo fare delle cose, sapevo che c’erano delle aspettative, come le avevo io, e invece il mio umore veniva rovinato da quel persistente sentore di muffa, con conseguenti sensi di colpa. Non riuscivo ad esprimere quel disagio: mi sembrava sarebbe stato irrispettoso e scortese spiegarlo.

    Così mi restava dentro, ad impregnarmi le viscere come quell’umidità.

    Ancora oggi quell’odore mi riporta quel disagio, quel senso di trovarmi nel posto sbagliato, di sentirmi costretta a fare delle cose di cui non avevo più voglia anche se avrei dovuto averla. Un senso di delusione cocente nascosta dietro un velo di cortesia e comprensione.

  • Ma

    E poi alla fine c’è un ma.

    Una parte di me non è soddisfatta; si aspettava un’altra cosa, forse. Ho sentito, ho subìto: eppure qualcosa stona, qualcosa è fuori posto, qualcosa ancora non combacia.
    Perché?, mi chiedo. Cos’è?, mi chiede. Non so rispondere e sono sincera. C’è qualcosa che non riesco a mettere a fuoco.

    Ripensandoci dopo, a mente fredda (questo bisogno di analizzare, capire, a volte non so se è vitale o una condanna), ancora mi sfugge.

    Non è proprio il momento ideale per iniziare una relazione D/s, forse, nella mia vita.
    Eppure ne sento così tanto il bisogno, è una spinta interiore, una necessità fisica.

    Ho ancora la sensazione che ci sia qualcosa di non detto, di non concluso, dalla relazione precedente.
    Ma voglio andare avanti, oltre, non dimenticare ma superare; basta.

    Il lavoro è tutto un alti e bassi, soddisfazioni e delusioni, fatica e gioia, stanchezza e commozione.
    D’altra parte, è così per tutti, o quasi tutti. No?

    Mi sento un cesso. Quello sì. Tremendamente. Ho preso 10kg, forse di più. Sono gonfia, sformata, fuori forma e impossibilitata ad allenarmi da una schiena malmessa. Mangio male, porcherie e cioccolato. Fatico a guardarmi allo specchio e mi vesto sempre peggio. Mi andrei a nascondere sottoterra.
    Quando mi prende in braccio mi sento enorme, pesantissima, ingombrante, fastidiosa. Gli farò schifo, penso. Non ho l’aspetto che vorrei avere, che dovrei avere per questo ruolo. Sono inadeguata, deludente.
    Quello che mi dice quasi non conta, forse non gli credo davvero. Mi fido su tutto; su questo no (ma è così da sempre, con chiunque).

    Il terrore di non andare abbastanza bene.

    Tante cose, troppe cose; pensieri, paranoie, insicurezze.
    Tutto insieme, crea quel ma. Così non c’è un’unica causa da risolvere, ma un casino.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.