subservientspace

for this is what I feel

Tag: Padrone

  • Vuoto d’aria

    Sottomettersi vuol dire appartenere.
    Appartenere vuol dire affidarsi; affidarsi vuol dire fidarsi.
    Fidarsi vuol dire anche accettare di provare una pratica che so già per certo che non mi piacerà, che è un mio limite. È averne conferma eppure ancora fidarmi che il Padrone sarà lì pronto a tenermi. Fidarmi che non lo ha fatto per farmi del male.

    Mi infilo nella vacuum bed con un pessimo presentimento, il cuore che già batte a mille, la paura che già mi carezza coi suoi artigli. Non mi piace, non mi va, già solo vederla mi soffoca. Cionondimeno ci entro, incoraggiata dal Padrone e da Lady Rheja.
    La cerniera si chiude e rimango sola in un mondo nero; quando l’aria comincia ad essere aspirata fuori la sensazione del latex che mi si avvolge attorno alle gambe è persino piacevole, contro ogni mia previsione: è vellutato, e l’odore non mi dispiace.
    Poi, lo sento salire a comprimermi il petto, il collo.
    L’angoscia del soffocamento mi prende immediatamente, come so che mi succede, anche alla minima pressione. Chiedo a gran voce di interrompere.
    Il gioco si ferma, il sacco di gomma viene aperto ed al Padrone che fa capolino dico che ho avuto l’impressione che mi mancasse l’aria. “L’impressione? – chiede – Ma non ti mancava davvero, no? Dai, riprova”.
    Non so dirgli di no, non so spiegargli cosa sento; lo so che lo fa per farmi affrontare le mie paure. Mi faccio coraggio: la vacuum bed si richiude e torna a stringermisi addosso.
    La pressione è minima; comprime ed avvolge, più che schiacciare. Lo stesso, vado giù di testa: d’improvviso urlo di terrore, strillo la safeword una, due, dieci volte di fila, in preda al panico. Non mi accorgo nemmeno subito che la zip è già aperta, che la mia Lady mi sta già liberando. Poi vedo la luce entrare nella gomma nera. 
    Striscio fuori tremando, gli occhi sbarrati, la gola serrata.
    Come ho aiutato a montarlo aiuto a smontare quell’attrezzo diabolico. Mi pare d’essere un’ingrata, pensa quanti feticisti farebbero carte false pur di mettercisi dentro e io no, io ho gli attacchi di panico.
    Chiedo di andare in bagno e una volta lì,  senza farmi sentire, scoppio a piangere. Sfogo il terrore e lascio che esca in lacrime e singhiozzi.
    Non è un periodo facile: lavoro nuovo, tanti impegni, cambiamenti, corse. Questo non ci voleva, o forse sì: ha catalizzato e concentrato tutte le mie ansie in un unico globo nero di angoscia e gomma. Che però si è aperto; è stato aperto; ne sono uscita.
    Mi asciugo gli occhi e torno dal Padrone, che mi chiede se sto bene. “Sto bene”, è una mezza bugia.
    Ma sottomettersi è fidarsi del Padrone. 
    Così mi lascio condurre e bendare senza fare resistenza, lascio che la sessione cominci senza fuggire come l’angoscia residua vorrebbe. Mi lascio andare e mi fido del Padrone – e sono felice di farlo.

  • Ali per volare

    “Braccia in fuori”, mi dice.
    “Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
    Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
    Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
    Posso volare, lo sento.
    Volo.
    Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
    Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
    Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
    Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

  • Empowerment

    Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
    In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
    Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

    Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.

  • L’ho chiesto io

    Volere

    Nella pagina facebook “Frammenti di una kajira masochista – ai piedi del Padrone” trovo questa immagine con questa didascalia. Mi colpisce.
    Perché è ciò che voglio io?…
    E’ vero. L’ho voluto. Lo voglio.
    Eppure…
    In qualche modo questa risposta mi stona, mi delude, mi rattrista. Allora, non lo fa perché Gli piace, perché Lui lo desidera, per avere Lui del piacere?
    Ritorna il vecchio motto di spirito “Padrone, fammi tutto ciò che voglio!”
    Questo un po’ mi rompe il giocattolo, mi svela il trucco.
    Certo che mi viene fatto ciò che desidero. Ma vorrei mantenere questo fatto sotto silenzio, avere il piacere di compiacere il Padrone, di sapere che mi fa ciò che piace a Lui, che mi fa fare ciò che porta soddisfazione a Lui. Che le richieste che mi impone non sono solo una gentile concessione ai miei desideri; ma che siano qualcosa da cui Lui trae appagamento.
    E’ solo una bugia?
    Non voglio che sia solo una bugia.

  • Cedere

    Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
    Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
    So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
    I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
    Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
    In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
    Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione.

  • Ciò che si conquista con fatica

    Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
    Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
    Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
    “Masturbati, te lo meriti”
    Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
    So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
    Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato.

  • Ai piedi

    Quando sono ai piedi del mio Padrone, senza fare nulla, con solo la Sua presenza accanto, magari la Sua mano sulla testa, in quel momento sento di avere sul viso un’espressione serena, tranquilla. Sono pacificata.
    Mi sento bene, al mio posto; non desidero nulla, non ho fame, non ho sete. Non voglio andare da un’altra parte.
    Nella mia vita di tutti i giorni anelo sempre a qualcosa di diverso: se sto leggendo penso che vorrei stare facendo ginnastica, se sono in palestra penso che vorrei stare mangiando, se sono a tavola penso che vorrei stare sul divano con un buon libro. Eccetera.
    Non apprezzo l’attimo; sono sempre irrequieta, in cerca di altro, frustrata perché non posso fare tutto contemporaneamente e perché non mi godo quello che sto facendo in quel momento.
    Tranne che quando sono ai piedi del Padrone.
    Lì, la mia volontà è obliterata. Non ho più desideri miei: attendo i Suoi.

  • IA

    In sessione arriva sempre un momento, che io sia in piedi od in ginocchio, a quattro zampe o piegata, in cui inizio ad oscillare; allora, divento la IA di un videogioco.
    Divengo uno di quei personaggi di contorno, creati dal gioco stesso: il paesano, la guardia, il taverniere, il mercante; uno di quelli che sta solo fermo lì. Si gira a destra e a sinistra senza motivo, si guarda attorno dondolando su se stesso, oppure cammina avanti e indietro sempre sugli stessi cinque metri. Riempie lo sfondo in attesa che il giocatore interagisca con lui per uscire dal suo loop.
    La mia mente è soverchiata dalle sensazioni fisiche: non penso più. Eppure, sono estremamente aperta e ricettiva. Forse il mio oscillare serve al mio cervello a percepire se qualcosa mi accade attorno. Percepisco spostamenti d’aria, masticare di gomma, fruscii, sibili, schiocchi. Rabbrividisco, dondolo. In abbandono.
    Ora sono una figura di servizio; attendo che Il Giocatore interagisca con me.

  • Andare

    C’è una sorta di euforia che mi circonda, come una nuvoletta di vapore che mi aleggia attorno. Mi scopro ad avere un sorrisetto stampato su viso che non se ne vuole andare.
    Stasera viaggio sola fino al Decadence, dove troverò il mio Padrone e la mia Lady.
    L’emozione del viaggio, del tragitto, seppure breve, mi dà brividi meravigliosi. La strada mi viene incontro come una promessa; tutto mi appare magnifico: il cielo, le nuvole, i campi che scorrono accanto al finestrino. Vedo cose banali e vecchie come fossero nuove ed uniche. Vedo la bellezza nelle piccole cose, in un pallone rosso, in un campo giallo di colza.
    Il cuore mi batte all’impazzata nel timore di avere dimenticato qualcosa, di non essere pronta; ma pronta a cosa, non saprei. Alla vita? E come si fa ad esservi pronti? O come si fa a non esserlo?
    Ricontrollo il piccolo bagaglio, passo in rassegna mentalmente e fisicamente tutte le cose che mi servono o che mi serviranno, il cibo preparato (ma ho lo stomaco chiuso), il portafogli, tutto.
    Sono in tumulto. Ma è un tumulto felice.
    Stasera mi sento in cima al mondo; la meraviglia dell’universo è a portata delle mie mani, ed io l’abbraccio e l’accolgo con gratitudine.
    Arrivo, festa. Arrivo, vita.

  • Or tell me something real

    Ma i Padroni non hanno di certo finito con me.
    Una cosa grossa mi viene spinta dentro; si gonfia e inizia a vibrare. Strillo. E poi, inizia a colarmi addosso una cera che è lava rovente sulla mia carne battuta dalle fruste. Salto, urlo e mi contorco; mi arrampico su e giù per la cavallina, mi inarco e grido senza più controllo. La pace superna del subspace ormai è lontana, eppure non vorrei mai che finisse questo atroce tormento.
    Penso se chiedere il permesso di godere; ma so che così, con questa cosa dentro, senza nulla sul clitoride, probabilmente non verrò. Probabilmente. Così proseguo a strillare evitandomi questa vergogna, e mi dimentico totalmente di chiedere questo permesso per il resto della sessione.
    Mi sollevano e mi girano, facendomi muovere nel buio della benda. Mi fido e mi lascio condurre. Mi sento legare ed aprire stavolta a pancia in su; mentre sento sibilare la frusta, un globo vibrante mi atterra tra le gambe e so che non reggerò nemmeno un minuto.
    Poco dopo, sul punto di godere, la frusta mi bacia sul fianco sinistro, lunga, crudele: l’orgasmo mi si strozza in gola con un grido e un singulto.
    Ma poi inizia; inizia quella catena irrefrenabile di orgasmi, tra il vibratore e il dolore, che mi riduce a una polpetta di carne macinata e tremante, incapace di nulla se non di gridare. Godo senza permesso, il cervello frullato.
    Dopo, avvolta nella coperta, la mia gioia più grande è vedere il Padrone sorridere e dire: “Mi sono divertito”.
    Sono felice di diventare per Lui, per Loro, un corpo vibrante, una bambola con cui giocare.