Chiamare Padrone il Padrone

Sono alla mia terza Appartenenza e ho sempre chiamato “Padrone” il mio Padrone. L’ho chiamato così dopo un certo tempo, dopo un titolo “intermedio”, diciamo, che è stato talvolta “Maestro”, “Sir” o “Signore” (maiuscola d’ordinanza), necessario per comprendere se davvero fosse Padrone per me.

Ogni tanto, mi chiedo se possa sembrare insincero chiamare Padrone il Padrone.
Sono appartenuta a persone diverse. Forse che sarebbe stato vero solo se fosse stata una persona unica? Dire “sono tua” a persone diverse in tempi diversi, è sempre vero? E’ vero in quel momento, nell’attimo assoluto che sto vivendo, che stiamo vivendo. Ma poi?

Se ero di uno, posso ora essere di un altro? Ho meno valore se sono già stata di qualcun altro? Ha meno valore la mia Appartenenza se era prima stata data a qualcun altro?

Appartengo sempre con tutta me stessa, e non posso mai appartenere a più di un Padrone. Non potrei. Come sarebbe possibile? Il Padrone è uno, è unico, è assoluto. Una sola può essere la parola che detta legge. Ho necessità che quella voce sia univoca; anche appartenendo ad una coppia Dom, sono sempre stata più di lui – perché percepisco un unico Padrone. Un unico Alpha. Come un cane, ho bisogno di individuare il capo; se non è chiaro, sono persa.

D’altra parte, il Padrone è il Padrone. Come altro andrebbe chiamato?
La cosa fondamentale è vivere fino in fondo quel momento assoluto: il momento in cui il Padrone è lui, e solo lui.

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Onirica – II

La notte successiva, mi addormento serena dopo una piacevole serata. Confido che non sprecherò altri cicli rem per cavolate. Ed è così.

Sono forse in un parcheggio; dal cellulare sto prenotando dei treni per uno dei miei capi del lavoro, un commerciale che viaggia molto. Mi dice che a Roma c’è un’importante convegno, ci deve andare per promuovere la nostra azienda, ma deve incastrare questo impegno tra altri viaggi e conferenze. Mi chiede di prenotargli un treno che arriva a Roma alle 18, ed un altro che riparte da là alle 18.30.
Lo guardo. “Quindi – gli dico – fai tutto questo casino per stare là solo mezzora?”
“Sì – mi risponde – Tanto non devo parlare al convegno o cose del genere, basta che vada là, consegni i materiali e i biglietti da visita e mi presenti ai referenti e poi vado”.
“Certo che è una bella fatica per solo mezzora”, commenta una terza persona presente che non so chi sia, un servo di scena che ci deve dare la battuta messo lì dal mio inconscio.
“Bè – racconto io – una volta ho fatto di più, sia in termini di tempi di viaggio che di soldi”.
E parte il flashback mentre racconto l’aneddoto, lo sogno e lo rivivo.
“Una volta, il mio Padrone Pietro era via per lavoro, a San Francisco. Mi mancava da morire e avevo assoluto bisogno di parlare con lui, di vederlo. Così, ho preso un aereo e sono andata a San Francisco a trovarlo. Sono rimasta là solo due ore e poi sono ripartita”.
E sono là, in una grande camera d’albergo in penombra, il sole al tramonto che filtra dalle persiane, l’aria ferma e il pulviscolo che aleggia. C’è la moquette e un grande armadio a muro; lui è seduto sul grande letto matrimoniale intatto con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le dita intrecciate. Porta una camicia bianca con le maniche arrotolate, dal colletto aperto vedo la sua catenina col pugnale. C’è la sua valigia in un angolo. Io sono lì davanti a lui – vedo la scena dall’esterno e contemporaneamente la vivo in prima persona. Lo guardo; mi guarda; parliamo. Non si sente la voce, il filmato è muto. Ma ricordo che sospira e mi dice che ho fatto una pazzia a venire fino lì per sole due ore, ma che è contento che l’abbia fatto; è contento di vedermi. Così come io avevo bisogno di stare con lui, anche lui aveva bisogno di me.
C’è un grande senso di malinconia; tutti i toni sono virati al rosso scuro, all’ocra intenso. La stanza è troppo grande. Eppure, c’è anche un fortissimo senso di sollievo. La gioia di poter essere in sua presenza, nonostante la fatica per arrivarci, le corse, il poco tempo a disposizione.
Infine mi alzo e riparto, perché è ora. Vado via col cuore colmo.

Mi sveglio con un intenso senso di struggimento, di perdita e di gratitudine che mi accompagna per tutto il giorno.