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Tag: riconoscimento

  • Identity

    Quando qualcuno viene messo in discussione nella propria identità, o meglio in qualcosa che considera identitario, che sente essere una parte fondante di sé, di solito si irrigidisce e si arrocca sulle proprie posizioni per difendersi da ciò che percepisce come un attacco, invece di accogliere il cambiamento, sebbene tutti siamo d’accordo che mettersi in discussione è una cosa buona: per migliorarsi, crescere eccetera. E anche io sono sempre stata d’accordo.

    Eppure ora mi rendo conto di quanto, messa in discussione in un mio aspetto identitario, mi sono chiusa a qualsiasi cambiamento fino a offendermi del fatto di non venire riconosciuta come volevo nella mia persona.

    Per me l’essere sub è sempre stato un tratto fondamentale, da quando ho scoperto il BDSM. L’ho accolto come una rivelazione: avevo capito chi ero. Non l’ho mai considerato un gioco e nemmeno solo un ruolo: era un’identità. Una definizione.

    Mi sono detta d’accordo sull’importanza di non prendersi troppo sul serio e ho riso del verobiddì. Ma dentro di me l’ho sempre ritenuto un elemento fondativo, una Verità incontestabile; e ho sempre desiderato venire riconosciuta come tale. Di più: ho sofferto se non accadeva, mi sono arrabbiata se non venivo considerata principalmente come sub, nel mondo BDSM.

    Certo: ho provato a mettere in discussione questa rigidità. O meglio: ho provato a farmi condurre in quel senso, sentendo che poteva essere una cosa buona. Ma mi accorgo di non esserci davvero riuscita. Usciva dalla porta e rientrava dalla finestra.

    Quello che mi sta facendo soffrire ora è la lotta tra la necessità di cambiare e il desiderio di restare aggrappata a quell’identità, con la sicurezza che mi dava. O forse è solo la paura di perdere dei punti di riferimento, anche se mi fanno male.

    Ho scoperto, però, che lasciare andare quell’identità così rigida, così prescrittiva, può essere liberatorio, non solo spaventoso. Succede forse perché lo sto facendo da sola, stavolta: senza la stampella che credevo vitale di un Padrone a cui affidarmi, che mi guidi alla scoperta di tratti di me.

    Ho paura perché sono libera. Ho paura ma sono libera.

  • Cane

    A luglio, al Kinksters, ero da sola. Senza collare. Libera di fare come preferivo. E così il venerdì sera ho deciso di osare e conciarmi da cane.

    Era una cosa che desideravo provare, ma o non avevo osato chiedere (una schiava non chiede) o non era nell’interesse dell’Altro oppure non so, non ricordo, non c’era stata occasione. Adesso posso (o devo) decidere per me stessa. Allora ho osato.

    Ho ordinato le ginocchiere e le moppine da cane (quelle che si mettono ai cani veri) su Amazon. Ho preparato la borsa pensando al dress, con gli anfibi e la tutina comprata tanto tempo prima a Feltre in un negozio che ora non c’è più. Mi sono truccata con l’ombretto per avere l’occhiaia nera.

    Ho messo la maschera da cane, mi sono fatta mettere le moppine e sono andata alla festa.

    Dovete saperlo: ero terrorizzata.

    Nessun Padrone, nessuna protezione. Ero lì io, da sola: unica responsabile del mio aspetto, dei miei desideri, del mio sentire. Un cane senza collare né guinzaglio.

    Quando sono arrivata c’era l’esibizione di corde, tutte le persone erano sedute a guardare. Ho inspirato, ho espirato e ho pensato: ok. Mi sono buttata a quattro zampe.

    Cambia così tanto la prospettiva: di colpo non sei più nel consesso umano, non hai più una presenza pari agli altri. Nessuno ti nota, sei troppo in basso. Certo, sono abituata ad essere più bassa della media (153cm), ma questa è un’altra cosa.

    Mi sono guardata attorno.

    Seduto in prima fila, ho visto un ragazzo con i capelli verdi che mi guardava e saltellava di entusiasmo, indicandomi al suo compagno. Ho pensato: vado. Non ho realmente pensato, in effetti: ero così terrorizzata, avevo bisogno di un appiglio. Lui, senza saperlo, me lo ha gettato. Sono andata là, a quattro zampe, e lui mi ha coccolata come si fa coi cani. Mi sono seduta ai suoi piedi e quando le coccole sono state troppo, ho alzato la testa e gli ho detto: ora basta, per favore. E lui ha smesso, mi ha guardata e mi ha detto: grazie per avermi comunicato così chiaramente i tuoi limiti.

    Sono rimasta a bocca aperta (sotto la maschera). Forse non sono mai stata validata così tanto in vita mia. Così tanto accolta, riconosciuta nella mia persona kinky e nella mia persona umana meritevole di rispetto nei suoi limiti, in modo così spontaneo, completo e diretto da parte di un perfetto sconosciuto.

    Il giorno dopo, quando l’ho rivisto, nella mia figura umana in tenuta da piscina, sono andata da lui e gli ho detto: ciao, ero io il cane di ieri sera. Lui si è illuminato e mi ha detto: “Oddio, che meraviglia! Ieri sera mi sono girato e ti ho vista e ho pensato: ma c’è un cane! Ma è una persona!! Ma è un cane!!!” con un entusiasmo tale che mi sono di nuovo commossa.

    E’ così: sono un cane, ma sono una persona, ma sono un cane.