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Tag: ricordi

  • Onirica – IV

    Sono in giro in bicicletta, sulla mia mountain bike. Incontro Lady Rheja alla guida di un furgone bianco piuttosto vecchio, la sorpasso abilmente sulla destra mentre lei fatica a superare un sottopasso un po’ basso, ma poco dopo mi fermo dove c’è una rotonda e la aspetto. Lei accosta e scende, parliamo. So che siamo nella sua città.
    Guardo nel furgone ed è spoglio, di metallo grigio, con quattro seggiolini avvitati in fila su un lato; il furgone naturalmente è rettangolare, ma dentro è rotondo, infatti è anche un vecchio aereo. Penso che avrei paura a volare su quell’aereo, così piccolo e dall’aria poco sicura (nei miei sogni i viaggi in aereo non sono mai tranquilli).
    Sui seggiolini ci sono alcune ragazze: l’altra slave dei miei Padroni, una sua amica che so che vuole provare il bdsm ed è lì per questo, ed una terza ragazza, minuta e bionda, che so essere una che i miei Padroni hanno preso ad una festa, con cui giocare e basta, senza impegno. Appare smarrita, è molto carina. Più tardi, mi riferirò a lei chiamandola “toy”.
    Le ragazze scendono per sgranchirsi e pascolano nei dintorni. Parlo con la mia Lady. Stanno andando alla loro casa in montagna (che è in realtà la casa dei miei nonni dove passavo le vacanze da bambina) per passare il weekend tutti insieme, il Padrone deve raggiungerle ora per partire. Mi dice: “Non ci siamo ancora andati di questo inverno, alla casa, ed è uno spreco perché c’è il riscaldamento che va. Almeno la usiamo”. Annuisco e penso tra me che ci sarà un sacco da mettere in ordine, tutta la roba accatastata da tirare fuori; dico: “Per fortuna vi portate un sacco di slave per fare il lavoro!” Lei ride.
    A me dispiace di essere in bicicletta; li devo raggiungere in montagna seguendoli. Rifletto: “Forse potrei mettere la bici sul furgone e venire con voi”. Mi dispiace non fare il viaggio insieme a loro; inoltre sono preoccupata per il freddo. Lady Rheja fa un’espressione dispiaciuta e mi dice che non si può; io capisco che è perché il furgone dopo lo lasceranno in montagna, lo devono riconsegnare al legittimo proprietario, che è un loro amico. Io annuisco; tra l’altro, so di essere la slave più “anziana”, quindi devo fare uno sforzo in più. Ho una responsabilità nei confronti delle altre ragazze.
    Ora siamo sul pianerottolo della casa della mia infanzia; mi sporgo nella tromba delle scale e vedo il Padrone, in uniforme da SS, che sta salendo; guarda in alto e incrociamo lo sguardo.
    Quando ci raggiunge, lo prendo in giro: “Certo che è coraggioso, Padrone, ad andare a chiudersi in una casa con cinque donne!” Lo dico con un certo timore, mi sto permettendo una confidenza. Anche lui ride e mi sento sollevata; mi prende la testa tra le mani e mi bacia sulle labbra, in modo rude ma con affetto. Mi si rimescolano le viscere per l’emozione.
    Noto che si è rasato la barba e gli dico che sta bene così. Lui fa un cenno col capo.
    Tutti insieme, salgono sul furgone e partono; io resto ancora un poco a cercare di capire se devo legare la bici e andare in autobus, o se farmi forza e pedalare.

    Mi sveglio con voglia di caffè ed una certa, strana malinconia, tipica dei sogni. In un unico sogno sono apparsi tre cardini della mia vita onirica: l’aereo, la casa dove sono nata e la casa dei miei nonni. Tanti ricordi, tanti sentimenti, tutti mescolati; e la presenza forte, imperativa, di ciò che sto vivendo ora, dei miei Padroni, del fortissimo senso di appartenenza che provo.
    C’è qualcosa, in questo sogno, ma ancora non so cosa. Mi cullo nel suo ricordo e proseguo nella vita di veglia.

  • Onirica – II

    La notte successiva, mi addormento serena dopo una piacevole serata. Confido che non sprecherò altri cicli rem per cavolate. Ed è così.

    Sono forse in un parcheggio; dal cellulare sto prenotando dei treni per uno dei miei capi del lavoro, un commerciale che viaggia molto. Mi dice che a Roma c’è un’importante convegno, ci deve andare per promuovere la nostra azienda, ma deve incastrare questo impegno tra altri viaggi e conferenze. Mi chiede di prenotargli un treno che arriva a Roma alle 18, ed un altro che riparte da là alle 18.30.
    Lo guardo. “Quindi – gli dico – fai tutto questo casino per stare là solo mezzora?”
    “Sì – mi risponde – Tanto non devo parlare al convegno o cose del genere, basta che vada là, consegni i materiali e i biglietti da visita e mi presenti ai referenti e poi vado”.
    “Certo che è una bella fatica per solo mezzora”, commenta una terza persona presente che non so chi sia, un servo di scena che ci deve dare la battuta messo lì dal mio inconscio.
    “Bè – racconto io – una volta ho fatto di più, sia in termini di tempi di viaggio che di soldi”.
    E parte il flashback mentre racconto l’aneddoto, lo sogno e lo rivivo.
    “Una volta, il mio Padrone Pietro era via per lavoro, a San Francisco. Mi mancava da morire e avevo assoluto bisogno di parlare con lui, di vederlo. Così, ho preso un aereo e sono andata a San Francisco a trovarlo. Sono rimasta là solo due ore e poi sono ripartita”.
    E sono là, in una grande camera d’albergo in penombra, il sole al tramonto che filtra dalle persiane, l’aria ferma e il pulviscolo che aleggia. C’è la moquette e un grande armadio a muro; lui è seduto sul grande letto matrimoniale intatto con i gomiti appoggiati alle ginocchia e le dita intrecciate. Porta una camicia bianca con le maniche arrotolate, dal colletto aperto vedo la sua catenina col pugnale. C’è la sua valigia in un angolo. Io sono lì davanti a lui – vedo la scena dall’esterno e contemporaneamente la vivo in prima persona. Lo guardo; mi guarda; parliamo. Non si sente la voce, il filmato è muto. Ma ricordo che sospira e mi dice che ho fatto una pazzia a venire fino lì per sole due ore, ma che è contento che l’abbia fatto; è contento di vedermi. Così come io avevo bisogno di stare con lui, anche lui aveva bisogno di me.
    C’è un grande senso di malinconia; tutti i toni sono virati al rosso scuro, all’ocra intenso. La stanza è troppo grande. Eppure, c’è anche un fortissimo senso di sollievo. La gioia di poter essere in sua presenza, nonostante la fatica per arrivarci, le corse, il poco tempo a disposizione.
    Infine mi alzo e riparto, perché è ora. Vado via col cuore colmo.

    Mi sveglio con un intenso senso di struggimento, di perdita e di gratitudine che mi accompagna per tutto il giorno.

  • Provocare

    Sempre ripensando al mio considerarmi una persona remissiva, mi sono tornati alla memoria ricordi delle scuole medie.
    All’epoca, adoravo provocare due mie compagne di classe. Non proprio un comportamento sottomesso, ripensandoci…
    Una delle due era mora e riccia, con un carattere molto forte; quando eravamo in banco insieme, non vista le pungevo il sedere col compasso. Ovviamente mi sfamava subito e mi saltava su, insultandomi e picchiandomi (in modo scherzoso, s’intende; era una specie di gioco). Penso che a lei piacesse maltrattarmi tanto quanto a me piaceva essere maltrattata.
    L’altra era rossa con gli occhi verdi, e ne ero davvero innamorata. Lei odiava gli omosessuali, li considerava malati; io ci provavo esplicitamente e la toccavo, e lei mi saltava su. Infine però smisi, perché il suo respingermi mi faceva male più che divertirmi.
    Anche la prima mi piaceva tanto, ma avevamo un rapporto più… Dom/sub. E la provocavo il più possibile.
    Adesso, invece, non mi salta in mente di provocare per farmi malmenare. Strano; sarò cambiata, o lo faccio ma in modo più sottile? Forse, mi pare ormai un modo troppo grezzo, grossolano, di ottenere ciò che desidero. Ora, so che posso concordare queste cose, senza usare trucchetti per far fare agli altri quello che voglio che mi facciano.