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for this is what I feel

Tag: servire

  • Brava

    Da sub orientata al servizio, amo fare le cose per sentirmi dire “brava”. Per ricevere una pacca sulla testa e il riconoscimento di avere servito bene.

    Parte della mia educazione, però, nel tempo, sì è rivolta ad insegnarmi ad essere autonoma, perché questo orientamento al servizio strabordava in ogni aspetto della mia vita; mi è stato allora insegnato a fare anche ciò che piace a me, non solo ciò che piace agli altri. È stato proprio il Padrone a volermi educare a questo, perché avessi maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità, e rispetto per i miei desideri e i miei limiti.

    Così è successo che ho imparato ad agire in modo libero, senza aspettare o ricercare l’approvazione altrui, a fare a meno di sentirmi dire “brava”… per potermi sentir dire “brava” perché so farne a meno.

    Un po’ contorto.

    Forse, vale quel detto per cui non puoi insegnare un nuovo trucco a un vecchio cane. Ma anche, mi serve quel momento di riposo, di validazione esterna: ce la faccio, tengo duro, sono autonoma, ma ogni tanto ho bisogno di sapere anche dall’esterno che vado bene; di uscire da me stessa e dal farmi forza da sola, per accoccolarmi ai piedi di un “brava”.

  • Service top

    In nessun modo e in nessun caso mi identifico neanche lontanamente come Dominante. Non è nelle mie corde, non lo sento, non lo erotizzo, non sono io.
    Ho scoperto però che c’è un caso in cui posso stare sopra e in effetti mi va.
    Nel tempo ho imparato a comprendere meglio le sfumature tra sub, Dom, bottom, Top, e come queste non si escludano per forza a vicenda le une con le altre, né che vadano in coppie obbligatorie. Il mio primo Padrone era masochista ed ammetto che era una cosa che mi lasciava stupefatta: pensavo che un masochista per forza di cose (ma quali?) dovesse essere sottomesso, perché nella mia ottica subiva. Da quella visione sono cresciuta, ma potrei dire di avere davvero capito adesso che l’ho provato in prima persona.

    Sapendo che Gram ama il trampling, e desiderosa di ringraziarlo per l’esperienza col fuoco, mi dico disponibile a farlo. A me non lo aveva chiesto, in realtà: lo ha chiesto ad Achatina e ad altre; a posteriori rifletto che probabilmente sono troppo leggera per i suoi gusti. In ogni caso accetta, e dopo il fire play ci spostiamo in fondo al parco del Certe Notti, vicino alle tende. Andando, parliamo di cosa andremo a fare: gli spiego che ho le ossa fragili e dice che allora non mi solleverà (e scopro che quello che fa è molto più acrobatico ed intenso di quanto pensassi); mi dice che posso camminargli addosso come mi pare, ma che se gli metterò un piede sulle labbra lo bacerà. Mi piace la franchezza e la tranquillità con cui negoziamo.

    Sono divertita e leggermente inquieta: lo faccio perché piace a lui, non perché ne tragga piacere io, e per questo in qualche modo mi sento una traditrice, una falsa, una usurpatrice del ruolo di Domme, perché faccio una cosa che dovrebbe darmi piacere e invece no. Mi sembra di rubare qualcosa, e di ingannarlo. E’ una sensazione che non capisco bene; così la esploro.

    Mi aggrappo al supporto dato dalla balaustra di uno dei bungalow mentre lui si stende a terra lì accanto e gli salgo sopra, a piedi nudi. Mi bilancio. Provo. Cammino lentamente avanti e indietro, partendo dalla pancia giù fino ai piedi e poi indietro fino sulle mani. Ho paura di fargli male ma mi incoraggia, così gli salgo sulla faccia. Lui è abbandonato a terra, le braccia dietro la testa, gli occhi chiusi e la bocca socchiusa. Lo guardo. Lo guardo per vedere dove metto i piedi e per non cadere, ma un poco alla volta inizio a guardarlo perché è bello vederlo così compreso. E’ nel suo. Forse sono leggera, ma quello che faccio gli piace, e lo sento anche sotto i piedi quando gli cammino sull’inguine. Sorrido e mi accorgo che quello che sto facendo mi piace, anche se non sono Dominante né niente del genere.

    Ed ecco che focalizzo la sensazione: non sto fingendo, non sto usurpando niente. Io resto sottomessa, e lui Dominante, anche se sono io sopra di lui a calpestarlo. In questo momento, sto facendo una delle cose che mi piacciono di più: servire. Sono perfettamente in ruolo, non sono disallineata come credevo. La sensazione di falsità svanisce. Sto servendo come top: una service top. Non traggo piacere dall’atto in sé, ma dal vedere che viene apprezzato.

    Mi godo la sensazione e l’esperienza; lo calpesto per un po’, non so bene per quanto tempo, poi scendo e ci abbracciamo e rientriamo. E’ rilassato e contento, e anche io. Ho compreso una sfaccettatura ulteriore di me e sono grata per questa scoperta.

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Fare tutto

    Non è possibile fare tutto sempre. 

    Ognuno ha una quantità di tempo e di risorse cognitive limitata. 

    Il carico mentale è già un lavoro di per sé: anche solo pensare a tutto è impossibile. Tenere a mente ogni cosa, avere una traccia mentale di tutto, sapere cosa va dove, cosa va fatto prima di cos’altro, eccetera. 

    Qualcosa si perde. Qualcosa resta indietro. 

    Allora, meglio scegliere cosa lasciare indietro: almeno, le forze disponibili vengono concentrate ed utilizzate in modo più efficiente, e non si rischia (o si rischia meno) di dimenticare qualcosa di importante, avendo deciso in partenza cosa accantonare, cosa togliere dalla pila delle cose di cui occuparsi. 

    Il punto allora diventa cosa lasciare indietro. 

    Quali sono i miei valori? E quali comportamenti derivano direttamente da quelli? Cosa è fondamentale per me? Quali sono i miei desideri? Cosa è meno fondamentale? Cosa posso mettere da parte? Cosa posso sospendere? Cosa posso abbandonare? 

    La parte più difficile è sempre tacitare il senso di colpa. Darmi il permesso di scegliere, di decidere, di lasciare andare; permettermi di non dover fare tutto per forza, smettere di credere che nulla sia accettabile se non la perfetta perfezione.

  • Forza incatenata

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    Ecco, questa immagine (trovata su facebook nella pagina BDSM) ben rappresenta come vorrei essere, uno degli innumerevoli aspetti che vorrei avere.
    Una donna muscolosa e potente; una schiava incatenata. Forte per poter lavorare per il Padrone, per essergli utile, per essere usata da Lui. La mia forza allora non sarebbe fine a se stessa, vuota; sarebbe legata a Lui. Trattenuta dalle Sue catene per essere rilasciata, dosata secondo il Suo desiderio, la Sua necessità, il Suo diletto. La Sua difesa. Orgogliosa di essere Sua.

    Cagna lo sono; ma non sono un chihuahua da portare in borsetta. Sono un rottweiler e sono al Suo fianco, ai Suoi piedi, pronta al Suo comando.

  • Bambina

    Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
    Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
    Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
    Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
    Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
    Forse sono solo paure.
    E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

    Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

  • Punizione, educazione

    Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
    Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
    Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
    Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
    La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
    Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

    Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.

  • Bestia verde

    Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
    Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
    Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
    In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

    Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.

  • Attitudini

    Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
    Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

    Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
    Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

    Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
    Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
    Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.