Forza incatenata

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Ecco, questa immagine (trovata su facebook nella pagina BDSM) ben rappresenta come vorrei essere, uno degli innumerevoli aspetti che vorrei avere.
Una donna muscolosa e potente; una schiava incatenata. Forte per poter lavorare per il Padrone, per essergli utile, per essere usata da Lui. La mia forza allora non sarebbe fine a se stessa, vuota; sarebbe legata a Lui. Trattenuta dalle Sue catene per essere rilasciata, dosata secondo il Suo desiderio, la Sua necessità, il Suo diletto. La Sua difesa. Orgogliosa di essere Sua.

Cagna lo sono; ma non sono un chihuahua da portare in borsetta. Sono un rottweiler e sono al Suo fianco, ai Suoi piedi, pronta al Suo comando.

Bambina

Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
Forse sono solo paure.
E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

Punizione, educazione

Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.

Bestia verde

Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.

Attitudini

Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.