Allo scatto della mezzanotte

La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
Pensa in ruolo.
Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

Servizio

Dopo nemmeno cinque ore di sonno, ripenso alla festa.
Non ho giocato, non ho preso né un graffio né uno sculaccione; eppure, è stata davvero una magnifica serata.
Ho obbedito ed aiutato il Padrone, e ho avuto da Lui parole di lode e carezze sulla testa. Cose che mi riempiono il cuore e mi rendono felice.
Soprattutto, ho prestato servizio.
Per tutta la lunghissima serata – che peraltro è volata – ho girato sui tacchi porgendo vassoi di cibo agli invitati, scivolando tra frustate, corde e cera rovente; ho osservato i convenuti godere di una festa meravigliosa e ho provato gioia di poter essere parte di tutto questo.
Mi sono ritrovata nel seminterrato, stanca e coi piedi doloranti, a caricare l’ennesimo vassoio di tramezzini e a dirmi: sono una slave e servo; questo è ciò che sono, ciò che desidero, ciò che voglio essere. E mi sono inerpicata di nuovo per le scale di cemento immergendomi nella festa, nella musica forte, tra le mise lucide e le fruste danzanti, con un sorriso raggiante sul viso.
È stata una festa magnifica e sono felice.