subservientspace

for this is what I feel

Autore: subkat

  • Preziosa spazzatura

    Non voglio buttarmi via.
    Voglio qualcuno che mi butti via.

    Non intendo andare con chicchessia solo perché sì, perché ho voglia, o perché ho bisogno di sentire certe sensazioni.
    Voglio invece scegliere: affidarmi ad uno che mi getti nell’abisso, che mi stravolga, mi stracci, mi spezzi, mi accartocci e mi spinga via, a terra, per terra, con la faccia nel fango, lacerata e sporca, col corpo in frantumi e l’anima in scintille.
    Qualcuno che mi butti via… e poi mi raccolga.

    Essere la Sua preziosa spazzatura.

  • Pausa pranzo 

    Pausa pranzo al parco. 

    Sole caldo, aria frizzante, solitudine perfetta. Pomodorini e pensieri. Respiro: sto bene. 

    Bonus: giro sull’altalena ^^ 

    Dentro di me avrò 12 anni per sempre… 

  • Progressione

    Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

    Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
    Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

    Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

    Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
    Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
    È stata un’Appartenenza dolce.

    Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
    Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
    È stata un’Appartenenza forte.

    Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

    L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
    Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

    Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

  • Blossom

    L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

    Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
    E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

    La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
    Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

    Sono pronta a cambiare.

  • Errori

    Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

    Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

    Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

    E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

  • Non mi interessa

    Ogni volta che dico “Non mi interessa”, “Non me ne frega niente”, “Non m’importa”… ecco, quello è il segnale che invece di quella cosa mi importa, eccome.

    Ma è una cosa che mi fa stare male, che mi manca, che non posso avere; una cosa che mi mette a disagio doverci pensare, perché è complicata, difficile, tocca un nervo scoperto o altro del genere (vi siete fatti un’idea).
    Così perferisco dire “Non mi interessa”; preferisco mentire a me stessa, raccontarmi che sto bene anche senza, che alla fine non era così importante. Alla fine, sai che c’è: meglio così. Preferisco stare tranquilla, non pensarci – e se per caso vedo qualcosa che me lo ricorda, o magari riaffiora un ricordo non ben sepolto, scrollo le spalle, mi passo una mano sulla fronte, arriccio le labbra, sbuffo e dico: “Non mi interessa”.

    Non sono per niente brava a mentire.

  • Villa delle Rose

    Per tre mesi, ci sono passata davanti tutti i giovedì sera, per arrivare alla vicina sede di una scuola dove ho seguito un corso di formazione. Ogni volta, vedendola, mi sono tornati i ricordi di ciò che lì era iniziato, e che ora non è più.
    Emozioni, ma è ora di lasciarle andare.

  • Ematonil

    “Può servire un master?”

    Mi volto a guardarlo. “Mah, oddio, può sempre servire, non si sa mai!”, rido.
    Solo il giorno dopo mi viene in mente che la frase di per sé contiene un assunto sbagliato: un master non serve, al massimo si fa servire. Ma non importa.

    L’approccio non è dei migliori, forse, ma mi ha fatto ridere e in questo momento ci vuole proprio. Mi propone di giocare ma io non sono esattamente per la quale. Parliamo, propongo: conosciamoci. Mi racconta un po’ di sé, gli racconto un po’ di me; fuma una sigaretta, chiacchiera, sorride. Io rido, scherzo. Sembra simpatico, e ho addosso un mood strano.
    Io, che di solito sono estremamente restia ad aprirmi, che valuto e soppeso, che attendo mesi di dialogo, conoscenza, messaggi, mail, che sono sempre sospettosa, impaurita, sto seriamente pensando di giocare con questo tipo, appena conosciuto ad un play party…?
    Lo guardo. Mi stai dicendo la verità? Sarai davvero rispettoso dei miei limiti? Posso fidarmi?

    Mentre mi inoltro con lui nella zona più buia mi chiedo se non sto facendo una cazzata, quali scappatoie ho, cosa fare se prova a fare qualcosa cui non ho acconsentito. Ma cionondimeno mi piego e mi faccio sculacciare.

    Chi sta usando chi?
    Si gioca sempre in due.

    Mi dà una parola per chiamare basta; poi cala una mano estremamente pesante, che impatta alla perfezione esattamente dove mi piace di più: sul culo. Una chiappa, l’altra. Colpisce, mi risistema quando scivolo e scappo, colpisce ancora. La sua voce diventa più bassa, più morbida. Più minacciosa, anche. Entra in ruolo, ed io con lui.
    Colpisce forte, urlo; dopo non so quanto chiamo la safeword per terminare il gioco, anche se so che ne potrei prendere ancora – ma ho timore di essere in subspace e di non saper valutare.
    Si ferma. Posso fidarmi.
    Fuma un’altra sigaretta. “Altre dieci, dai”, dico. Mi piega: “Facciamo quindici,” dice, “conta. Conta e ringrazia”.
    Conto e ringrazio.

    Quando mi rialzo ho la testa leggera e il culo dolente. Barcollo leggermente, stordita e sospesa, con un sorrisino che mi aleggia sulle labbra. “Adesso quando ti siedi mi pensi”, dice. Ne sono sicura.
    Andiamo a bere una cosa e chiacchieriamo. Ho la gola riarsa dagli strilli e sono grata alla bevanda fredda.

    Il giorno dopo ho il sedere rosso; alla sera, viola. Quando mi siedo lo sento. Il lunedì decido di andare in parafarmacia ad acquistare una crema per lenire i lividi, e ogni volta che la metto sorrido incredula: ho davvero giocato ad un play party con una persona conosciuta la sera stessa! Una parte di me insiste che dovrei sentirmi in colpa, o stare male; ma sono stata bene, e voglio che sia questo tutto ciò che conta.

  • Kit per sub-drop

    Nei giorni scorsi ho letto diversi articoli e post su facebook, tutti di condivisione dei metodi per superare un sub drop (quella sensazione depressiva che viene talvolta o spesso dopo il gioco, o anche in altri momenti, tipicamente nei sub – anche se possono sperimentarla anche i dominanti, nel qual caso si chiama top drop). Tutti gli articoli parlavano del fatto di avere un “kit” di cose utili per superare quel momento. Coperte, bagni caldi, massaggi, orsacchiotti, ecc ecc.

    Ecco, io mi sono accorta di non avere niente del genere.
    Quando vado in sub drop, semplicemente resto lì. Non faccio niente attivamente per superarlo; mi immergo nella malinconia, sospiro, scorro all’infinito facebook, mi lascio vivere addosso. Ma, in effetti, razionalmente so che è una sensazione temporanea, che posso stare meglio.

    Allora sto mettendo insieme il mio kit. Eccolo:
    – stufetta da bagno
    – the solubile caldo (eventualmente con aggiunta di whiskey)
    – tutona con cappuccio tirato su
    – un libro

  • Toxicity

    Piegata sulla cavallina, ricevo i colpi. Uno, due, dieci, mille. Chissà. Lui, lei: non lo so e non cerco di capirlo.
    Scendo in un subspace talmente profondo che di colpo divento consapevole della musica di sottofondo; il mio cervello si sintonizza su quella e va in loop. I colpi che ricevo si confondono con la batteria, col basso che mi scava nelle budella. Sono da qualche altra parte, e inizio a cantare a bassa voce. E’ un basso mugolio, sorrido con gli occhi chiusi dalla benda e canto, godendo delle endorfine, del dolore, dell’intensità che vivo.

    Disorder

    Disoooordeeerrrr