La poesia dello sputo

Osservo quelle magnifiche immagini patinate, rigorosamente in bianco e nero, con sottomesse nude, lisce, magre, con gli occhi chiusi e il capo reclinato, e dominanti in giacca e cravatta, le mani nelle tasche, le spalle larghe e la testa spesso tagliata dall’inquadratura. Rappresentazioni dell’appartenenza come un qualcosa di impalpabile, rarefatto, emozionale come una seduta di cromoterapia al centro termale.

Certo: appartenere è profondità, connessione, emozione e abbandonarsi all’altro.

Ma quell’abbandono non è l’inizio: è l’arrivo.
Il percorso per arrivare a quella profondità si declina e si sviluppa attraverso sensazioni fisiche, carnali, niente affatto auliche; anzi. Arriva attraverso lo sputo, il colare della saliva, lo strisciare per terra sotto i piedi del Padrone; leccare, odorare, aprirsi e lasciarsi usare.

Sono bellissime quelle immagini patinate; anche a me piacciono, le guardo, le ribloggo su tumblr. E poi invece seguo tumblr a colori, con gif sporche, esplicite, pornografiche in ogni senso. Io so cosa c’è dietro quella patina lucida: una patina lurida. Attraverso lo sporco, il basso, l’inferiorità, lo schifo, striscio e mi abbandono, svuotata di tutto, ai piedi del Padrone, il mio posto, davvero. E nella nullità della schiavitù, mi sento rifulgere di quella luce, quella che poi riconosco rappresentata in quelle immagini rarefatte.

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Della gelosia e dell’incomprensione dei desideri

E’ come un vuoto d’aria.
La pressione interna scende all’improvviso, lo stomaco si chiude, il cervello si ottenebra e si oscura come il cielo prima di un temporale. Sento tendersi i muscoli del collo e corrugo la fronte. Scende su di me di colpo, come un macigno, schiacciandomi a terra, cancellando ogni altra sensazione, suono, pensiero.

E’ la botta di gelosia.

E’ sempre improvvisa e causata da qualcosa di banale, innocuo. Una parola, un gesto, un oggetto, una persona. Di colpo tutto si fa nero, venato di verde, la bocca mi si riempie di fiele, la mente di veleno. Sto malissimo e vorrei solo che smettesse.
Così il primo bersaglio è ciò che ha causato la botta. Vorrei che sparisse. Bruciare il mobile in cui ho inciampato col mignolino del piede. Ovviamente non è così semplice, e comunque non avrebbe senso, lo so. Saperlo non aiuta a stare meno male, ma permette di andare oltre e cercare una soluzione vera.

Parlare, confrontarsi, immergersi piano e con disgusto nella gelosia: tastare il terreno, sentire dove cede, un passo alla volta in questa palude fetida e limacciosa, che cerca di ingannarti: là dove sembra solido, invece cede all’improvviso. Schifo, dolore, fastidio, me ne voglio andare, basta, vi lascio tutti, mi ritiro in un eremo così da non vedere mai più nessuno, non soffrire più, fate quello che vi pare, stronzi maledetti.
Invece no. No: di nuovo, un passo alla volta, dentro la palude, con gli occhi chiusi. Sentire il terreno, comprendere perché è così fangoso. Cosa c’è che fa ristagnare il flusso delle emozioni? Cos’è che mi impedisce di fluire, di andare, di sentire tutto ciò che è bello e buono?

Quando sei immersa, trovi i sassi; i blocchi. Scavare con le mani, col ragionamento, con la comprensione; sciogliere i nodi, disfare le dighe. Accettare, affidarsi, abbandonarsi.

E poi dal fango, incastrato sotto di tutto, si trova proprio quella cosa che aveva scatenato la botta. Quella cosa che avevo detto che non volevo fare, che era un limite, che preferivo non provare, non vedere. Quella cosa che poi – giustamente – mi viene detto verrà fatta con qualcun altra.

Mi fermo a fissare questa cosa è mi chiedo: ma perché?
Forse che in realtà, sotto sotto, cercavo di evitarla perché invece oscuramente la desidero? Cosa credevo? di non meritarla? che avrebbe causato… qualcosa? Ma cosa? Credevo di non volerla e così l’ho nascosta ai miei stessi occhi, alla mia stessa consapevolezza, ma si è incastrata.

Resto lì in mezzo al fango che inizia a defluire, pensierosa, svuotata di tutto quel male che sembrava così insormontabile e che invece ora è sciolto e scorre via. La consapevolezza sciacqua via i ristagni, ripulisce il cuore e il cervello.

Marito

C’è afa. È luglio, dopotutto; torno a casa e mi tolgo subito di dosso questi vestiti appiccicosi, sudati, mi metto i tuoi pantaloncini corti, quelli del pigiama, che mi stanno enormi, e una canottiera con gli ananas. Mi spalmo sul divano, navigo su facebook e boccheggio alla calura estiva.

Torni a casa e sei caldo, sudato; ti togli subito di dosso quei vestiti appiccicosi, pesanti, da ufficio: via i jeans e la polo e torni in soggiorno anche tu in canottiera e pantaloni corti.

Allungo le mani verso di te e tu ti chini su di me. Sei caldo, sono calda, c’è afa. Ma ti tocco e mi piace toccarti. Seguo la linea del tuo tricipite, che mi piace così tanto: la pelle liscia, i peli iniziano sugli avambracci. Ti accarezzo, ti tiro a me. Affondo la faccia nella tua pancia, sei morbido e sodo, solido; ti mordo, piano, tu ridi, ti sposti.

La cunetta morbida dei tuoi capezzoli è dolce e mi attira, così perfettamente rotonda; allungo le labbra, succhio, sposto la canottiera con il naso, mi insinuo come una bestiolina, ti bacio e ti lecco. Ti sento sorridere, sornione, le tue mani mi scivolano sul seno, dentro la canotta.

Non sono sexy, non sei sexy, non ci siamo messi sexy. Eppure lo siamo, l’uno agli occhi dell’altra e viceversa, anche in canottiera e ciabatte ed è questo che mi piace: nella profondità del quotidiano ti guardo e mi batte il cuore, ti tocco e ti desidero.

“Andiamo di sopra”, mi dici, e io ti anticipo su per le scale perché desidero sentire le tue mani che si allungano a toccarmi il culo, le cosce, che si infilano in mezzo. Me lo aspetto sempre e sempre succede ed io – forse non lo vedi, o non lo sai, o non te ne accorgi – io sorrido sempre e questa cosa mi riempie di felicità. Mi fa sentire desiderata, amata, importante. Mi offro a te e spero di trasmetterti quanto anche io ti desidero, ti amo, quanto sei importante per me.

La camera ci accoglie con la sua penombra, due corpi accaldati e caldi, pieni di desiderio da riversare nell’altro.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.

Dalla parte del manico

Due ore dopo, girando su facebook, trovo una foto di coltelli in uno dei gruppi che seguo, con la didascalia che invita gli utenti ad esprimersi in merito all’edge play.

Penso: è edge play, dunque? Non ci avevo pensato prima.

Stesa supina sul divano ansimo pesantemente, gli occhi bendati, il corpo coperto di cera. Il dolore pungente della cera rovente mi permane addosso come disegno sulla pelle.
Quando Lui torna sento lo scatto del coltello a serramanico. Mentre la sua presenza scende su di me, mi dice: ora stai ferma.
Respiro a fondo, per placare il mio ansimare. Distendo i muscoli e resto ferma. Unici segni di agitazione, unici movimenti che mi concedo, le dita di mani e piedi che si contraggono.

Il coltello mi scorre sulla pelle, scalzando la cera ormai fredda. Passa ovunque: sui seni, sulla pancia, sulle cosce, tra le gambe: la lama fredda mi accarezza la carne come una promessa di cosa potrebbe essere.
Se Lui volesse, potrebbe incidermi, affondare quel coltello e tagliarmi.
Inspiro, espiro, trattengo il fiato. Sento la punta del coltello addosso. Quando si allontana, respiro di nuovo.

“Hai paura?”
“Mi fido di Te, Padrone”
“Ma ho un coltello in mano”, dice, e sento di nuovo la lama fredda su di me.
Vorrebbe che avessi paura? Ho timore, sì, sento il rischio del coltello affilato, ma non la paura di chi non si fida.
Chiudo gli occhi dietro la benda, ho il respiro affannoso, come il Suo; lo sento addosso, col corpo e col coltello, sento la Sua eccitazione, il Suo desiderio di incidere la mia carne inerme, eppure non ho paura di Lui. Mi fido, davvero, mi lascio fare e il punto è che in quel momento, forse, mi lascerei tagliare e fare a pezzi. Sono Sua e sono abbandonata a Lui; mi fido che sappia cosa fa di questa cosa Sua che sono io.

Trattengo il fiato: sento la lama raschiarmi la pelle, la punta acuminata che punge e l’eccitazione fluida che mi scorre tra le gambe.

Weekend perfetto di appartenenza

Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

Sotto la pelle, dentro la carne

Sto volando. Le code di cuoio impattano con forza sulla mia carne e io batto le mani a ritmo, senza pensarci. Pausa; dondolo sul posto. Il Padrone viene da me, mi fa spostare dalla piccola cavallina, mi mette a sedere e mi dice se me la sento di fare aghi. Io plano dolcemente dal subspace, sorrido, annuisco. Sento la Sua presenza, mi accompagna giù dal mio volo e poi al tavolo coperto di cellophane, dove mi stendo fiduciosa a pancia in giù. Sorrido alla ragazza che si occuperà degli aghi.

Cosa sento di più: l’ago che fora la pelle o la mano del Padrone che stringe la mia?

Mugolo, gemo; non sono troppo dolorosi, ma li sento. Non li conto, lascio che entrino, che mi tengano aperta e sollevata la pelle. Il dolore persiste, sordo, si accumula e cresce ad ogni puntura. Gli ultimi due, in una posizione diversa, mi fanno strillare. La ragazza mi passa un dito sulla fila di aghi, lo sento, mi piace. Stringo la mano del mio Padrone, tengo gli occhi chiusi e lo sento lì, accanto a me, che osserva e partecipa.

Mi mette una mano su un braccio e mi passa addosso la rotellina. Boccheggio, gemo; le sensazioni iniziano a farsi confuse, sovrapposte. Il dolore è caldo, mi scorre dentro dagli aghi, mi colma fino al sesso. La rotella mi passa sulla carne trapassata dagli aghi: dolore che rinnova dolore che stimola dolore, un flusso che cancella ogni pensiero; sollevo il culo, il sesso mi si apre, scivola, sento il dolore che lo investe come un getto bollente e senz’altra stimolazione vengo.

Sono scossa da brividi, emetto versi gutturali e mi lascio godere. Una sensazione totale, completa, non focalizzata in un punto ma assoluta, un orgasmo che mi scuote completamente, arrivato da dentro, attraverso le terminazioni nervose in cortocircuito per il dolore, il volo, la presenza, tutto. Tutto.

Il mio Padrone mi sfila gli aghi, uno ad uno.
Sorrido e spero di sanguinare, di sanguinare tanto, che il mio sangue esca per Lui.