Dopo una cena di lavoro

Dopo una cena di lavoro, rientro in auto con alcuni colleghi, due uomini e una donna. E’ tardi, passata mezzanotte da poco.

D’improvviso, penso: domani a quest’ora sarò in ginocchio per terra, coperta di sputo e di sperma, il trucco colato, la lingua di fuori e la bava che cola dalla bocca, le gambe aperte e il culo rovente.

Un brivido profondo mi percorre tutta; mi agito sul sedile posteriore, accanto agli ignari colleghi. Muovo le gambe, per la sensazione pulsante che inizio a sentire in mezzo alle cosce.

I colleghi chiacchierano, ridono, si raccontano aneddoti. Io vibro in silenzio.

Come è possibile che sia qui, che sia la persona che è stata con loro in fiera, che lavora, che si confronta alla pari, ed allo stesso tempo essere schiava, esserlo profondamente, sentirlo come la propria natura più profonda, più vera? Osservo l’abitacolo, le case che scorrono fuori dal finestrino, sento le risate dei colleghi ma non ascolto. Quello che ascolto è ciò che sento dentro, questo scorrere fluido, denso, potente che mi porta a terra, sotto i Suoi piedi, a subire tutto ciò che Lo soddisfa. A godere del dolore, dell’umiliazione.

Quando scendo dall’auto, inspiro l’aria della notte e sorrido.

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Treno

I pensieri scorrono insieme al paesaggio. Mi vengono incontro e scivolano via, veloci, colorati dei colori dell’autunno, luminosi; mi colpiscono con la loro intensità, oppure con la loro dolcezza.

Tendo a non definirmi una persona emotiva; eppure mi hanno fatto notare che la mia emoitività è intensa, anche se magari non la riconosco. Piango poco, quasi mai. Eppure in questo periodo sento una pienezza del cuore e dei visceri che chiamo felicità.

I pensieri e le fantasie ronzano nella mia testa di continuo, creando un piacevole suono di sottofondo. Quel ronzio della mente fa vibrare in risonanza anche la mia carne. Sento la vibrazione nella pancia, in mezzo alle gambe. La assaporo, me ne lascio avvolgere: lascio che il corpo senta, abbandonato, mentre la mente viaggia. Lascio che il corpo viaggi, trasportato dal treno, mentre la mente elucubra.

Dare tutto

Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

Scrivo di me.
Scrivo per me.
Sono io.
Io da sola come sempre.
Perché una schiava è sempre sola.
Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
Una schiava deve sempre saper aspettare.
Anche quando non ce la fa più.
Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
Una schiava è lì.
Un oggetto.
Da usare quando se ne ha voglia.
In ogni modo.
È a disposizione.
Esegue le richieste.
Viene punita se sbaglia.
Lei è lì…solo quando serve.
Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
La schiava non chiede mai.
Attende le sia dato.
Lei da tutto.
Ogni parte di sé.
Perché la schiava è così.
Questo è una schiava.
Questo sono sempre stata.
Non è stato facile.
Non è stato un gioco.
Ma non è stata una scelta.
È ciò che sono.
Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
Ora ne sono consapevole.
E non rinuncio più ai miei bisogni.
Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
Esisto anche io.
Il mio essere una femmina pulsante.
Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
Ora so che essere una schiava è una parte di me.
Non sarà mai un gioco.
Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
Deve prendere tutto ed averne cura.
La schiava.
La femmina.
La donna.
Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
Ho bisogno di tempo e di attenzione.
Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
Sono bisogni che mi esplodono dentro.
Hanno urlato per troppo tempo.
E li ho sempre ignorati.
Ora li ascolto.
Ascolto me.
E tutto ciò che sono.
(Alx)

La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.

Punto di rottura

cane vs culo

Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

Forced orgasm

L’orgasmo forzato è una terribile, meravigliosa tortura.

Sembra stupendo, no? Come può essere una tortura una cosa favolosa come un orgasmo? Eppure.

Dopo avere goduto il corpo trema, desidera un po’ di tranquillità per assaporare il piacere provato; il clitoride ancora duro, sensibile, le labbra gonfie, l’interno che si contrae, il liquido denso che cola: dopo il primo orgasmo la figa si aspetta riposo. Dopo averne provati altri, inizia a chiedere tregua. Ad un certo punto, implora pietà.

Urlo che è troppo, vorrei che smettesse, che mi lasciasse stare: ho goduto, davvero, tanto, sono a posto. No, non è vero che sono a posto: la verità è che non ne posso più.

La vibrazione continua mi devasta. Sento tremare persino le ossa del bacino. Il clitoride, pure esausto, non riesce a smettere di godere, non diventa insensibile, anzi, diventa sempre più sensibile e mi fa impazzire. Mi sento pulsare e contrarre a vuoto, e ogni contrazione aumenta l’intensità dell’orgasmo, finché non faccio che urlare e sbavare, gli occhi girati all’indietro, la lingua di fuori. Mi aggrappo al bordo del letto, cerco persino di scappare, di sottrarmi a quell’aggeggio infernale che vibra, vibra e mi scuote fino nelle viscere. E intanto godo, senza scampo.

Sono solo corpo, solo fluidi che colano: il cervello è obliterato dal sentire continuo, intenso, inesorabile e devastante.

Sera

L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

Cammino, veloce, da sola. Respiro.

Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

È un momento perfetto e io sono viva.

Sembra ieri

Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
E leggo.
Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

E tutto è iniziato da qui.