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for this is what I feel

Categoria: sensazioni

  • Della gelosia e dell’incomprensione dei desideri

    E’ come un vuoto d’aria.
    La pressione interna scende all’improvviso, lo stomaco si chiude, il cervello si ottenebra e si oscura come il cielo prima di un temporale. Sento tendersi i muscoli del collo e corrugo la fronte. Scende su di me di colpo, come un macigno, schiacciandomi a terra, cancellando ogni altra sensazione, suono, pensiero.

    E’ la botta di gelosia.

    E’ sempre improvvisa e causata da qualcosa di banale, innocuo. Una parola, un gesto, un oggetto, una persona. Di colpo tutto si fa nero, venato di verde, la bocca mi si riempie di fiele, la mente di veleno. Sto malissimo e vorrei solo che smettesse.
    Così il primo bersaglio è ciò che ha causato la botta. Vorrei che sparisse. Bruciare il mobile in cui ho inciampato col mignolino del piede. Ovviamente non è così semplice, e comunque non avrebbe senso, lo so. Saperlo non aiuta a stare meno male, ma permette di andare oltre e cercare una soluzione vera.

    Parlare, confrontarsi, immergersi piano e con disgusto nella gelosia: tastare il terreno, sentire dove cede, un passo alla volta in questa palude fetida e limacciosa, che cerca di ingannarti: là dove sembra solido, invece cede all’improvviso. Schifo, dolore, fastidio, me ne voglio andare, basta, vi lascio tutti, mi ritiro in un eremo così da non vedere mai più nessuno, non soffrire più, fate quello che vi pare, stronzi maledetti.
    Invece no. No: di nuovo, un passo alla volta, dentro la palude, con gli occhi chiusi. Sentire il terreno, comprendere perché è così fangoso. Cosa c’è che fa ristagnare il flusso delle emozioni? Cos’è che mi impedisce di fluire, di andare, di sentire tutto ciò che è bello e buono?

    Quando sei immersa, trovi i sassi; i blocchi. Scavare con le mani, col ragionamento, con la comprensione; sciogliere i nodi, disfare le dighe. Accettare, affidarsi, abbandonarsi.

    E poi dal fango, incastrato sotto di tutto, si trova proprio quella cosa che aveva scatenato la botta. Quella cosa che avevo detto che non volevo fare, che era un limite, che preferivo non provare, non vedere. Quella cosa che poi – giustamente – mi viene detto verrà fatta con qualcun altra.

    Mi fermo a fissare questa cosa è mi chiedo: ma perché?
    Forse che in realtà, sotto sotto, cercavo di evitarla perché invece oscuramente la desidero? Cosa credevo? di non meritarla? che avrebbe causato… qualcosa? Ma cosa? Credevo di non volerla e così l’ho nascosta ai miei stessi occhi, alla mia stessa consapevolezza, ma si è incastrata.

    Resto lì in mezzo al fango che inizia a defluire, pensierosa, svuotata di tutto quel male che sembrava così insormontabile e che invece ora è sciolto e scorre via. La consapevolezza sciacqua via i ristagni, ripulisce il cuore e il cervello.

  • Scavalcare

    All’inizio è sempre troppo doloroso.
    Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
    All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

    Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
    Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
    Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
    In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

    Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
    Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

    Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
    Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

    E poi scavalco.

    Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
    Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
    Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

    Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
    Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

    Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
    Sono la Sua schiava.

  • Dalla parte del manico

    Due ore dopo, girando su facebook, trovo una foto di coltelli in uno dei gruppi che seguo, con la didascalia che invita gli utenti ad esprimersi in merito all’edge play.

    Penso: è edge play, dunque? Non ci avevo pensato prima.

    Stesa supina sul divano ansimo pesantemente, gli occhi bendati, il corpo coperto di cera. Il dolore pungente della cera rovente mi permane addosso come disegno sulla pelle.
    Quando Lui torna sento lo scatto del coltello a serramanico. Mentre la sua presenza scende su di me, mi dice: ora stai ferma.
    Respiro a fondo, per placare il mio ansimare. Distendo i muscoli e resto ferma. Unici segni di agitazione, unici movimenti che mi concedo, le dita di mani e piedi che si contraggono.

    Il coltello mi scorre sulla pelle, scalzando la cera ormai fredda. Passa ovunque: sui seni, sulla pancia, sulle cosce, tra le gambe: la lama fredda mi accarezza la carne come una promessa di cosa potrebbe essere.
    Se Lui volesse, potrebbe incidermi, affondare quel coltello e tagliarmi.
    Inspiro, espiro, trattengo il fiato. Sento la punta del coltello addosso. Quando si allontana, respiro di nuovo.

    “Hai paura?”
    “Mi fido di Te, Padrone”
    “Ma ho un coltello in mano”, dice, e sento di nuovo la lama fredda su di me.
    Vorrebbe che avessi paura? Ho timore, sì, sento il rischio del coltello affilato, ma non la paura di chi non si fida.
    Chiudo gli occhi dietro la benda, ho il respiro affannoso, come il Suo; lo sento addosso, col corpo e col coltello, sento la Sua eccitazione, il Suo desiderio di incidere la mia carne inerme, eppure non ho paura di Lui. Mi fido, davvero, mi lascio fare e il punto è che in quel momento, forse, mi lascerei tagliare e fare a pezzi. Sono Sua e sono abbandonata a Lui; mi fido che sappia cosa fa di questa cosa Sua che sono io.

    Trattengo il fiato: sento la lama raschiarmi la pelle, la punta acuminata che punge e l’eccitazione fluida che mi scorre tra le gambe.

  • Weekend perfetto di appartenenza

    Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
    Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
    Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

    Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
    Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

    Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
    Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

    Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

  • Sotto la pelle, dentro la carne

    Sto volando. Le code di cuoio impattano con forza sulla mia carne e io batto le mani a ritmo, senza pensarci. Pausa; dondolo sul posto. Il Padrone viene da me, mi fa spostare dalla piccola cavallina, mi mette a sedere e mi dice se me la sento di fare aghi. Io plano dolcemente dal subspace, sorrido, annuisco. Sento la Sua presenza, mi accompagna giù dal mio volo e poi al tavolo coperto di cellophane, dove mi stendo fiduciosa a pancia in giù. Sorrido alla ragazza che si occuperà degli aghi.

    Cosa sento di più: l’ago che fora la pelle o la mano del Padrone che stringe la mia?

    Mugolo, gemo; non sono troppo dolorosi, ma li sento. Non li conto, lascio che entrino, che mi tengano aperta e sollevata la pelle. Il dolore persiste, sordo, si accumula e cresce ad ogni puntura. Gli ultimi due, in una posizione diversa, mi fanno strillare. La ragazza mi passa un dito sulla fila di aghi, lo sento, mi piace. Stringo la mano del mio Padrone, tengo gli occhi chiusi e lo sento lì, accanto a me, che osserva e partecipa.

    Mi mette una mano su un braccio e mi passa addosso la rotellina. Boccheggio, gemo; le sensazioni iniziano a farsi confuse, sovrapposte. Il dolore è caldo, mi scorre dentro dagli aghi, mi colma fino al sesso. La rotella mi passa sulla carne trapassata dagli aghi: dolore che rinnova dolore che stimola dolore, un flusso che cancella ogni pensiero; sollevo il culo, il sesso mi si apre, scivola, sento il dolore che lo investe come un getto bollente e senz’altra stimolazione vengo.

    Sono scossa da brividi, emetto versi gutturali e mi lascio godere. Una sensazione totale, completa, non focalizzata in un punto ma assoluta, un orgasmo che mi scuote completamente, arrivato da dentro, attraverso le terminazioni nervose in cortocircuito per il dolore, il volo, la presenza, tutto. Tutto.

    Il mio Padrone mi sfila gli aghi, uno ad uno.
    Sorrido e spero di sanguinare, di sanguinare tanto, che il mio sangue esca per Lui.

  • Come una lama che solca la pelle

    “Stai ferma, kat”, dice.
    “Sì, Padrone”.
    Resto distesa, immobile, mentre il coltello mi raschia la pelle della pancia, del seno, del sesso, togliendo la cera ormai fredda. Non taglia, me ne sento il filo al passaggio.

    Non è un semplice gesto meccanico, utile a pulirmi; nel passaggio della lama sento il Suo sorriso. Socchiudo gli occhi – come mi capita di fare, senza pensarci, è più forte di me: anche se mi è vietato guardarLo, Lo sbircio, di nascosto, sperando che non se ne accorga. Quando se ne accorge, nego spudoratamente e spero nella Sua indulgenza.
    Lo vedo che sorride, lo sguardo scuro rivolto alla lama, alla carne. Sentire il Suo piacere mi riempie, mi rimescola i visceri, mi rende cosciente che esisto in quel momento solo per Lui, per la Sua gratificazione.

    Mi attraversa un pensiero: Gli ho dato in mano un’arma.

    L’ho fatto io, Lui non lo ha chiesto né preteso; ne avevamo parlato ma non era premeditato: avevo nella borsetta un coltello a serramanico per caso, un peculiare regalo di Natale.
    Inspiro, espiro: mi fido. Lascio che mi passi addosso un’arma con cui potrebbe, se volesse, uccidermi. Un brivido, ma resto immobile. Non solo lascio che lo faccia: l’ho armato io.
    Al di là del fatto materiale… è anche una perfetta metafora.
    Mi sono consegnata a Lui, consapevole, perché sia il mio Carnefice: perché mi porti nell’Abisso e mi riporti a galla, perché mi laceri e mi richiuda, perché mi usi e mi possieda.

    Dopo, ripongo il coltello nella borsa degli strumenti, perché sia sempre disponibile. Come me.

  • Osservare

    Occhi che brillano e culo in fiamme.

    Seduta ai piedi del mio Padrone, sul duro pavimento coperto di linoleum nero, ascolto il canto del dolore che pulsa dal mio sedere e osservo con un sorriso di gioia le altre persone che nel piccolo locale stanno giocando.
    Com’era? “Persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico”. E’ ancora così: i corpi rilucono di una bellezza ultraterrena, trasfigurati dal vivere la parte più intima di sé. Le teste si reclinano e le schiene si inarcano, abbandono e tensione, contatto e dolore.
    Viversi in pubblico accentua il piacere di sentirsi accettati, di potersi mostrare per chi si è nel proprio profondo; condividere sensazioni private, intime. E’ un dono inestimabile e lo osservo con gioia e rispetto.
    Le ragazze che tengono gli occhi chiusi avvolte dalle corde, appese in un dolore che è piacere, in una costrizione che è volo. Gli slave stesi a terra sotto i piedi delle Miss, felici di poterli sentire addosso. I suoni secchi dei colpi che superano persino il frastuono assordante della musica e sono una melodia che risuona nei visceri più di qualsiasi basso.

    Sento il mio Padrone chiacchierare ed è un piacere sentirLo e vederLo accanto a lei. Si sente ciò che c’è tra loro, qualsiasi nome gli si voglia dare: è una leggera elettricità fatta di sorrisi e sguardi. Tengo il mio basso e mi limito a lasciare che questa elettricità mi increspi la pelle, mentre il Padrone mi tocca e mi schiaccia e mi tormenta i capezzoli come se stesse facendo ghirigori su un foglio di carta mentre chiacchiera. Mi sento usata e mi sento Sua, a disposizione.
    Al mio posto e felice.

  • Ritmo

    Prende un ritmo preciso, ad un certo punto.
    Ascolto il susseguirsi dei colpi; uno dopo l’altro, precisi, cadenzati. E’ una musica che ascolto con la carne, non con le orecchie: la carne risuona al colpire della frusta ma è all’interno che rimbomba.
    La cadenza mi scava da dentro in ondate di dolore, risale dentro di me, è una risacca lenta e costante; sale, sale, lambisce il cervello e un po’ alla volta lo sommerge. Dolore, dolore, piacere, dolore, colpo, colpo…

    D’improvviso mi immergo. E’ un scivolare, un lasciare la presa. Mi abbandono nella risacca, nel ritmo dei colpi, nel ritmo del dolore. Smetto di strillare, rilasso tutti i muscoli: silenzio. Sono immersa ora, l’acqua ovatta tutto: i colpi, i suoni, i pensieri.
    Sollevo un po’ la testa, parlo tra me: “Ah, ma allora il subspace è una questione di masochismo”, bisbiglio. Non so se Lui mi abbia sentito. Forse no, la cadenza dei colpi non varia, non mi chiede conto del mio piccolo monologo. Non importa: ciò che conta ora è sentire.

    Ondeggio la testa: ascolto. Nel silenzio, la marea continua a salire; mi lascio galleggiare, trasportare al largo. Perdo di vista la riva, dimentico tutto. Mi abbandono all’affogare, lascio che l’abisso si richiuda su di me; vado a fondo, in un lento precipitare, accompagnata e avvolta in un oceano di sensazione pura.

    Non è che non senta più il dolore, ma mi parla in modo diverso. La frusta colpisce, il culo risponde. Mugolo. Quanti colpi saranno? Non ho idea, non li conto, non mi interessa. Spero che siano tanti, che lascino il segno, che non smettano ancora. Che non smettano più.

    Respiro a fondo, lentamente; sento la carne bruciare dolcemente.
    Una mano mi stringe una caviglia, mi fa girare supina sul letto: non oppongo alcuna resistenza, rotolo ad occhi chiusi, le labbra socchiuse, una poltiglia vivente.
    Riconosco il ronzio rumoroso della wand, sento la vibrazione che mi si appoggia tra le gambe aperte. Quello che provo non è un orgasmo, ma il singulto di pancia dell’affogato che di colpo rimette l’acqua e torna a respirare. Mi contraggo su me stessa, emetto un suono gutturale e boccheggio.

    Mi aggrappo a Lui, che mi ha tenuto la testa sotto l’acqua buia del mio abisso e me l’ha tirata fuori; mi aggrappo e mi tiene. Risalgo lentamente fino al bordo della mia coscienza.

     

  • After

    Strizzo gli occhi mentre mi siedo. Il culo duole, lo sento caldo e indolenzito… ed è una bellissima sensazione. Sorrido, rilasso le spalle (sono sempre contratta), mi lascio andare a sentire. Come prima.

    Non mi accorgo nemmeno, ora, se c’è silenzio. Ci sono dei suoni, rumori in lontananza, credo; ma non ci faccio caso. Non accendo la musica, non serve: l’aria è già piena delle sensazioni che stanno aleggiando, di quello che ho vissuto – anzi: di quello che abbiamo vissuto.

    Riordino con calma, sorridendo. Metto da parte le cose che vanno lavate, ripongo quelle non utilizzate, raccolgo e sistemo quelle usate. C’è un senso di pace nel riordinare dopo, speculare al senso di urgenza che avevo nel riordinare prima.

    Anche io mi sento messa al mio posto, ordinata.

    L’attesa è stata colmata dalla presenza, e ora ne assaporo le sensazioni residue, vive e profonde nella mia anima oltre che nel mio corpo.

    Preparo un the caldo e riposo.

  • Before

    Silenzio.

    Ripasso mentalmente tutti i passaggi, ogni oggetto, ogni messaggio, per essere sicura di non dimenticare niente. Non ho dimenticato niente, vero? Vero. Aspetta, ricontrollo.

    Gli strumenti sul tavolo, gli strumenti addosso. L’acqua. Il caffè. Io.

    Un silenzio denso, liquido; me lo lascio scorrere addosso, focalizzo i pensieri e lascio andare ciò che non c’entra. Respiro. Rilascio le spalle. Ripasso ancora.

    In silenzio ma attenta. Proiettata.

    Aspetto.