Riconoscersi

In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

E’, forse, un’epifania.

E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Il denial al tempo del coronavirus

Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
In tutto questo, io sono in denial.

Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

A viso scoperto

Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

Sono diventata ancora più tua.

Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Mi fido

Arrivati quasi al passante ammetto la mia stanchezza: il rientro è lungo e quasi non abbiamo dormito. Svolto in un autogrill e ci scambiamo alla guida. Metti su i Dead Can Dance perché ti concentri, dici.

Io appoggio la testa allo schienale. L’auto parte. Sei tornato tu alla guida della tua auto, che conosci meglio di me. Sento l’accelerazione nello stomaco, spingi a tavoletta sull’autostrada quasi vuota di questa domenica sera. Alzi il volume e quella musica corale, immensa, riempie l’abitacolo.

Sento la velocità, il sobbalzare degli ammortizzatori. Chiudo gli occhi e lascio che la musica mi riempia: campane, cori, bassi che mi fanno vibrare i visceri. La strada scorre sotto di noi e mi abbandono al riposo.

Non ho paura; mi lascio andare, lascio che sia tu a guidare, a portarmi. Mi sento al sicuro. Mi fido di te.

Kinksters

Sono due giorni e sembrano due mesi.

Nuda, meno che nuda, denudata. Ogni cosa di me esposta. Anche il cuore.

Vengo via con qualcosa in meno, e con molto in più.