Godere del non godere

“Posso venire, Padrone?”
“No”

Ti fermi. Sposti la wand. Cambi movimento. Mi colpisci. Mi trattengo.
Una di queste cose, o prima l’una e poi l’altra. In un modo o nell’altro, interrompi la mia salita all’orgasmo. Cado, poi riprendo a salire, e poi di nuovo: bloccata in un persistente anelare senza potermi sfogare.

Così la sessione finisce, finisce la serata, l’incontro, il tempo insieme. E io non ho goduto.

Mi resta addosso una tensione irrisolta, feroce, un languore profondo nelle viscere; continuo ad ansimare, ad agitarmi, la bocca socchiusa, le mani che stringono il vuoto per non andare a toccarmi in mezzo alle gambe.

Desidero tantissimo godere, eppure sono soddisfatta: questa tensione, questo languore, mi riempiono come nient’altro. Mi cullo in questo mare in burrasca. Sono piena di te: dell’agitazione in cui mi lasci che mi sospinge a te e a te mi lega.

Serata

Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

Riconoscersi

In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

E’, forse, un’epifania.

E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Il denial al tempo del coronavirus

Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
In tutto questo, io sono in denial.

Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

A viso scoperto

Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

Sono diventata ancora più tua.

Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Mi fido

Arrivati quasi al passante ammetto la mia stanchezza: il rientro è lungo e quasi non abbiamo dormito. Svolto in un autogrill e ci scambiamo alla guida. Metti su i Dead Can Dance perché ti concentri, dici.

Io appoggio la testa allo schienale. L’auto parte. Sei tornato tu alla guida della tua auto, che conosci meglio di me. Sento l’accelerazione nello stomaco, spingi a tavoletta sull’autostrada quasi vuota di questa domenica sera. Alzi il volume e quella musica corale, immensa, riempie l’abitacolo.

Sento la velocità, il sobbalzare degli ammortizzatori. Chiudo gli occhi e lascio che la musica mi riempia: campane, cori, bassi che mi fanno vibrare i visceri. La strada scorre sotto di noi e mi abbandono al riposo.

Non ho paura; mi lascio andare, lascio che sia tu a guidare, a portarmi. Mi sento al sicuro. Mi fido di te.

Kinksters

Sono due giorni e sembrano due mesi.

Nuda, meno che nuda, denudata. Ogni cosa di me esposta. Anche il cuore.

Vengo via con qualcosa in meno, e con molto in più.

Come un torrente in piena

Quando mi dici “usciamo” faccio un colpo. Non me l’aspettavo. È già tardi… Non ho pensato che volessi le cose nello zaino per questo.
Mi vesto e finisco per sentirmi già vergognosa uscendo, perché il vestitino è tanto scollato.

In auto mi bendi e mi metti la ball gag. Inizio a respirare pesantemente, sento salire la tensione. Mi distraggo cercando di mettere le polsiere, cosa non facile senza vedere; mi concentro sul compito, cerco ancora di essere brava.
In pochissimo tempo siamo arrivati, e finisci tu di mettermele. Sento i gesti bruschi, anche quando mi sfili le infradito. Mi sembra davvero come se venissi rapita, portata via. Un po’ è paura reale, un po’ la sento parte della situazione.

I piedi nudi sul terreno freddo e bagnato, ruvido; sassolini. Scesa dall’auto sono fuori, non sono più al sicuro. Posso solo sentire senza vedere, senza poter parlare.
Mi togli il vestito e sono nuda, mi sento terribilmente nuda. Respiro, cerco di sentire il freddo, la natura, di amalgamarmi nella sensazione fisica, allontanare la paura.
Quando parte la ventola dell’auto penso che sia una moto che si avvicina, tremo al pensiero di essere vista ed è un brivido misto di timore e di desiderio.
Ti allontani. Sono sola. Cerco di sentirti, ascolto se fai rumore, ma sento solo lo scrosciare del torrente. Ho il terrore che mi arrivi una scudisciata a freddo, non so come dirti di non farlo, che sarebbe troppo.

Poi, suono di catene, eccoti.
Quando mi metti il collare e la catena, che è fredda, ho un brivido improvviso, tremo incontrollabilmente. Mi leghi le mani dietro la schiena e non posso più proteggermi. Mi sembra di gelare, il disagio fisico amplifica la paura.
Mi tiri e ho paura di cadere, non vedo dove vado ma cerco lo stesso di avanzare. Sento i sassi sotto i piedi, l’umido, l’aria fredda. Sento la bava che mi cola dalla bocca e mi sento un animale. Non penso, non penso a niente, non riesco a pensare.

Mi fai girare e mi porti indietro, forse. Metto i piedi in una pozzanghera: bagnato. Il freddo che sento cala.

Sei vicino ora. Mi chiedi se voglio viverlo fino in fondo. Mi fai mettere giù, a quattro zampe. Le mani sul terreno, freddo, umido, sassi; sono animale. Non rabbrividisco più, la schiena non mi fa più male, ma temo i colpi, ho paura che sarebbe troppo e finirei per interrompere e invece voglio andare avanti; riesco a dirtelo. Sento le tue mani addosso e quasi ci ripenso.

Umiliazione; sono nuda, sono esposta, non vedo niente anche se ho gli occhi aperti. Sbavo. Non ho controllo di nulla. Sono bagnata, in tutti i sensi. Il torrente scroscia dentro di me.

Quando mi riporti indietro è un viaggio di migliaia di chilometri, da un luogo distantissimo che è dentro di me, o di te, o di entrambi. Sento il bagnato e lo sporco addosso e va tutto bene.