A viso scoperto

Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

Sono diventata ancora più tua.

Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Mi fido

Arrivati quasi al passante ammetto la mia stanchezza: il rientro è lungo e quasi non abbiamo dormito. Svolto in un autogrill e ci scambiamo alla guida. Metti su i Dead Can Dance perché ti concentri, dici.

Io appoggio la testa allo schienale. L’auto parte. Sei tornato tu alla guida della tua auto, che conosci meglio di me. Sento l’accelerazione nello stomaco, spingi a tavoletta sull’autostrada quasi vuota di questa domenica sera. Alzi il volume e quella musica corale, immensa, riempie l’abitacolo.

Sento la velocità, il sobbalzare degli ammortizzatori. Chiudo gli occhi e lascio che la musica mi riempia: campane, cori, bassi che mi fanno vibrare i visceri. La strada scorre sotto di noi e mi abbandono al riposo.

Non ho paura; mi lascio andare, lascio che sia tu a guidare, a portarmi. Mi sento al sicuro. Mi fido di te.

Kinksters

Sono due giorni e sembrano due mesi.

Nuda, meno che nuda, denudata. Ogni cosa di me esposta. Anche il cuore.

Vengo via con qualcosa in meno, e con molto in più.

Come un torrente in piena

Quando mi dici “usciamo” faccio un colpo. Non me l’aspettavo. È già tardi… Non ho pensato che volessi le cose nello zaino per questo.
Mi vesto e finisco per sentirmi già vergognosa uscendo, perché il vestitino è tanto scollato.

In auto mi bendi e mi metti la ball gag. Inizio a respirare pesantemente, sento salire la tensione. Mi distraggo cercando di mettere le polsiere, cosa non facile senza vedere; mi concentro sul compito, cerco ancora di essere brava.
In pochissimo tempo siamo arrivati, e finisci tu di mettermele. Sento i gesti bruschi, anche quando mi sfili le infradito. Mi sembra davvero come se venissi rapita, portata via. Un po’ è paura reale, un po’ la sento parte della situazione.

I piedi nudi sul terreno freddo e bagnato, ruvido; sassolini. Scesa dall’auto sono fuori, non sono più al sicuro. Posso solo sentire senza vedere, senza poter parlare.
Mi togli il vestito e sono nuda, mi sento terribilmente nuda. Respiro, cerco di sentire il freddo, la natura, di amalgamarmi nella sensazione fisica, allontanare la paura.
Quando parte la ventola dell’auto penso che sia una moto che si avvicina, tremo al pensiero di essere vista ed è un brivido misto di timore e di desiderio.
Ti allontani. Sono sola. Cerco di sentirti, ascolto se fai rumore, ma sento solo lo scrosciare del torrente. Ho il terrore che mi arrivi una scudisciata a freddo, non so come dirti di non farlo, che sarebbe troppo.

Poi, suono di catene, eccoti.
Quando mi metti il collare e la catena, che è fredda, ho un brivido improvviso, tremo incontrollabilmente. Mi leghi le mani dietro la schiena e non posso più proteggermi. Mi sembra di gelare, il disagio fisico amplifica la paura.
Mi tiri e ho paura di cadere, non vedo dove vado ma cerco lo stesso di avanzare. Sento i sassi sotto i piedi, l’umido, l’aria fredda. Sento la bava che mi cola dalla bocca e mi sento un animale. Non penso, non penso a niente, non riesco a pensare.

Mi fai girare e mi porti indietro, forse. Metto i piedi in una pozzanghera: bagnato. Il freddo che sento cala.

Sei vicino ora. Mi chiedi se voglio viverlo fino in fondo. Mi fai mettere giù, a quattro zampe. Le mani sul terreno, freddo, umido, sassi; sono animale. Non rabbrividisco più, la schiena non mi fa più male, ma temo i colpi, ho paura che sarebbe troppo e finirei per interrompere e invece voglio andare avanti; riesco a dirtelo. Sento le tue mani addosso e quasi ci ripenso.

Umiliazione; sono nuda, sono esposta, non vedo niente anche se ho gli occhi aperti. Sbavo. Non ho controllo di nulla. Sono bagnata, in tutti i sensi. Il torrente scroscia dentro di me.

Quando mi riporti indietro è un viaggio di migliaia di chilometri, da un luogo distantissimo che è dentro di me, o di te, o di entrambi. Sento il bagnato e lo sporco addosso e va tutto bene.

420 km e 4 ore di sonno

Arrivo e il mio obiettivo è efficienza. Apri il portellone, parcheggia, trova le chiavi, sali… Appena entrata mi tolgo le scarpe e prendo le mie cose da bagno.

L’ho visto il foglio sul tavolo, ma non l’ho notato.

Quando ci passo davanti (obiettivo: doccia e leggere i 52 messaggi accumulati nelle varie chat di gruppo su whatsapp, sono concentrata), quando ci passo davanti leggo: kat.

È per me.

Batticuore. Lo apro e leggo col sorriso sulle labbra come una bambina. Quando arrivo al penultimo capoverso mi salgono le lacrime. È bellissimo. Mi commuovo.

Tolgo l’orologio senza guardarlo, il tempo cambia. Dimentico il cellulare. Rileggo il foglio più volte e ogni cosa è come una scoperta. Seguo le indicazioni (ordini?) ed esploro: annuso il whisky, resto in terrazzino a sentire il freddo, l’aria pulita di montagna, la pioggia. Ascolto i tuoni, il torrente.

Sto benissimo, ed è appena iniziato.

Accade

Ed ecco che torna, quella botta allo stomaco che temevo di non sentire più e che mi chiedevo come avessi fatto a sentirla in passato. Quel vuoto d’aria quando le parole colpiscono con la forza di un paddle di legno spesso 5 centimetri.

I visceri che si contraggono, lo stomaco in gola, le gambe strette. Sgrano gli occhi senza potermi controllare e poi spero che il collega alla scrivania di fronte non si sia accorto che ho cambiato colore. Fisso le parole sul monitor del mio computer, in fondo alla chat, e sembrano vive. Toccano corde che anelano ad essere toccate proprio in questo modo.

Parole, pensieri, sensazioni. Tutto si insinua sottopelle e mi ritrovo ad essere vulnerabile di nuovo.

Lo desidero e lo temo. Non voglio più stare così male, cazzo. Eppure mi torna il desiderio di sentire fino in fondo, ridere tutte le mie risa e piangere tutte le mie lacrime. Lo sto già sentendo.

“Quello che deve accadere, accade. Anzi. È già accaduto”.