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Tag: appartenenza

  • Invece, eppure

    Leggo sui social post con descrizioni accorate ed emotive di esperienze di sessione che hanno cambiato l’anima di chi le ha vissute. Emozioni così forti da trasformare chi le ha ricevute, da rovesciare ogni cosa dentro di sé. È sempre la parte sottomessa che ne parla, che esprime quanto ciò che le è stato donato l’abbia toccata nel profondo al di là di ogni possibile immaginazione, e la riconoscenza che prova verso il Padrone.

    È un tipo di racconto che dovrebbe piacermi moltissimo.

    Invece non mi piace.

    Una volta queste narrazioni mi coinvolgevano moltissimo, mi emozionavano, mi facevano desiderare di vivere anche io quelle sensazioni. Anzi, poi io stessa ho scritto di quelle esperienze, quando le ho vissute, e ne ho scritto con gli stessi toni di profonda commozione.

    Adesso mi sale un senso di opposizione. Mi sembra tutto falso, una truffa. Peggio ancora, mi pare che la persona che ne racconta sia un’illusa.

    La verità è che sono arrabbiata: vorrei crederci ancora; credere in quelle emozioni così devastanti, nell’Appartenenza con la a maiuscola, nella capacità quasi onnisciente del Padrone di saper guidare e condurre in luoghi nascosti dell’anima, nella possibilità di vivere sensazioni così potenti da cambiare per sempre il modo di percepire il mondo e se stesse.

    Invece non ci credo più.

    Sono arrabbiata e sono invidiosa: invidiosa di chi ancora riesce a crederci, di chi ancora riesce a sentire quelle emozioni, di chi ancora è capace di chiudere gli occhi e affidarsi.

    Era così bello crederci. Era così bello essere illusa.

    Eppure, nonostante tutto dentro di me spero che tornerò a crederci ancora; forse in un modo diverso: senza quella cecità abbacinata, senza quella fiducia incondizionata, senza quell’abbandono totale. Ma, in qualche modo che ancora non conosco, crederci.

  • Scollinare

    È stata una settimana particolarmente faticosa, in cui non ho avuto testa per scrivere nemmeno una riga: troppa confusione, la tensione del lavoro, mille pensieri e le emozioni, soprattutto le emozioni che sobbollono appena sotto la superficie come magma: apparentemente il terreno è ancora saldo ma si sente il calore che traspare ed è chiaro che tra poco erutta. 

    Alla fine ha eruttato: domenica ho mandato a fanculo tutti (beh, non proprio così) e sono rimasta da sola; preso del tempo per me, per stare sola. Ho scritto, ho camminato all’aperto, ho ascoltato il vento, ho respirato l’aria; soprattutto sono stata lì con me stessa, cosa che evito di fare ormai da troppo tempo. 

    Allora in qualche modo tutto è andato a posto. Ci ho pensato, ma anche no: i pensieri si sono assestati, sedimentati; e su questo nuovo sedimento ho ragionato. E ho comunicato.

    Sono rimasta troppo a lungo combattuta tra due sensazioni contrapposte: un’incomprensibile, fumosa insoddisfazione e contemporaneamente un’enorme terribile testarda resistenza al cambiamento. 

    Alla fine per fortuna mi sei giunto in aiuto tu, e anche: quello che mi hai insegnato tu. Ovvero che l’assoluto non esiste, che non è tutto solo bianco o nero e che ci può essere una terza via anche se sono abituata a pensare che ce ne siano solo due. 

    Quindi sì: c’è stato un cambiamento ma non è stato drammatico né tragico né sofferente come pensavo. Mi fa bene parlare con te.

    Riprendo il mio cammino molto più sollevata, finita la salita.

  • Malinconia

    Dopo giorni di fatica fisica e mentale la spossatezza emotiva si traduce in una specie di malinconia rarefatta.

    È una sensazione pervasiva e persistente ed allo stesso tempo inconsistente, difficile da afferrare: sento che c’è qualcosa, ma è così impalpabile che non riesco a definire cosa sia.

    Dopo avere sopito mio istinto di fuga dalle difficoltà, dopo avere gestito l’ansia, la tensione, il senso di inadeguatezza e tutto il resto, questa sensazione malinconica è quasi piacevole: è delicata e dolce e mi trattiene in un abbraccio che mi culla come una sorta di riposo. Mi dice brava che non sono scappata, mi fa sentire che le cose sono difficili ma non impossibili, che ho compiuto un passo in una direzione buona, che mi farà infine stare bene e trovare l’equilibrio che cerco.

    È una malinconia struggente, anche, che mi apre il cuore verso l’altro, che mi libera da quella rigida tensione impaurita che mi fa richiudere a riccio per tagliare fuori un mondo di cui fatico ad ammettere di avere bisogno e di amare.

  • Adesso, dopo

    Adesso
    Dopo che mi hai tenuta sulle tue ginocchia
    dopo che mi hai sculacciata a lungo
    dopo che mi hai messa a pancia in giù sul poggiapiedi
    dopo che mi hai battuta col frustino
    e frustata con la dragon
    e colpita con tutti gli strumenti che possiedi
    dopo che mi hai dato col cane anche sulle cosce
    dopo che mi hai fatta strillare e vergognare
    Adesso
    respiro
    riversa sul divano accanto a te
    con gli occhi semichiusi
    e un sorriso sulle labbra

  • In salita

    Questa volta è diverso. Non vado giù. Salgo. Anzi: mi inerpico. Faccio tutta la strada è quella strada è in salita.

    Ho stranamente freddo, anche se in casa fa caldo. Mi bendi gli occhi e resto con tutti gli altri sensi all’erta. Mi leghi i polsi e me li appendi al bambù, in alto: non posso più trattenere le braccia davanti al corpo, a scaldarmi, a proteggermi. Resto in piedi, nuda, esposta. Sto tremando.

    Mi prendi per i capelli e parto.

    Mi frusti davanti e dietro, sul sedere, sui seni, sulle cosce; non so perché ma fa molto più male di quanto mi aspettassi: fa così male che sembra una punizione. Sei così silenzioso, sento solo il tuo respiro pesante. Soffro e mi pare che mi detesti. Quasi piango. Non so cosa sto sentendo, è tutto confuso e troppo intenso. Non capisco perché reagisco così, è diverso dal solito.

    Sono masochista e di solito il dolore mi fa andare in uno stato altro di coscienza, mi piace molto, godo addirittura. Ma questa volta vado in un posto diverso.

    (Ho così tanti luoghi nascosti dentro di me, è incredibile a pensarci)

    Vado in un posto diverso, non nelle profondità ma in cima: mi devo inerpicare, sento tutti i colpi e ogni colpo è un gradino. Non perdo coscienza, non come le altre volte; non vado in subspace, ma non sono nemmeno del tutto qui; sento tutto ed è doloroso. Eppure lo stesso ci voglio stare. Non voglio fermare niente, anche se ho freddo, ho i brividi, e fa male. Ad un certo punto smetto di urlare anche se fa ancora male. Mi accorgo dopo di avere smesso di strillare. Forse è solo un diverso subspace.
    Vorrei piangere. Sento le lacrime negli occhi, singhiozzo, ma non riesco a piangere. Di solito piangere è un segnale negativo per me, facendo BDSM: vado in safeword e poi non capisco più nulla, non so più come sto e non so come spiegare cos’è successo, sto solo male di un male brutto. Invece stavolta vorrei arrivare al punto di piangere e restarci, sentirlo, viverlo, capirlo, superarlo. E’ un dolore che ho bisogno di sentire.

    Tu mi afferri, mi stringi, mi tiri ancora i capelli, soprattutto mi frusti.
    Per la prima volta non capisco cosa stai usando per colpirmi: sento solo il dolore, la frusta che mi gira intorno e morde in punti inaspettati; mi mordo il braccio per soffocare un urlo quando mi colpisci in pieno un capezzolo e il dolore è lancinante.

    Eppure ci voglio stare. L’ho aspettato così tanto, mi è mancato così tanto. Forse non sono più abituata. Prima di salire in casa tua mi aveva attraversato il pensiero: e se mi frustasse e non riuscissi a tollerarlo? e mi ero spaventata. Forse è il residuo di quella paura che mi fa tremare e soffrire.

    Ti sento sadico, continui a colpirmi dappertutto, anche sulla pancia. E’ doloroso e faticoso e sto assaporando ogni momento, ogni attimo di questo dolore. Lo sto leccando come lecco la tua mano quando me la metti davanti al viso.

    Sto soffrendo ed è esattamente quello che voglio sentire, la sensazione in cui ho bisogno di abbandonarmi.

    Poi mi sciogli e il pensiero che mi attraversa è che ne vorrei ancora. Mi spingi a terra, a riposare. A leccarti i piedi. Mi sputi. Mi gira la testa, non riesco a tenere gli occhi aperti anche se mi hai tolto la benda. Mi tieni a terra, ai tuoi piedi, finché non mi fai salire sul divano e mi copri con la coperta, e lì, accanto a te, mi addormento.

  • 31

    È il 31 dicembre, c’è la nebbia, ed è l’ultimo giorno dell’anno.

    Un anno così denso di cambiamenti che ci sono immersa come nella melassa e ancora non mi pare vero che sia finito, o che sia in qualche modo un passaggio. Così tanti passaggi attraversati, così importanti, così potenti, che il semplice andare dal 31 al 1 dell’anno successivo sembra quasi banale.

    Porto con me l’emozione e la fatica di un lavoro in cui sono cambiata e che mi sta cambiando profondamente, in cui sto affrontando lati di me che ho sempre evitato.

    Porto con me la felicità dell’appartenenza oltre la gelosia, le sfide, la distanza e attraverso il quckquean, i colpi, le sensazioni potenti e totali che mi sconquassano spaccano e rimontano.

    Porto con me tutto ciò che ho di più caro, e la rinnovata consapevolezza di cosa sia ciò che ho caro, che a volte anzi spesso non l’ho saputo, non ho saputo conoscere e dire i miei desideri, ed ora un po’ di più riesco a vederli, esprimerli, raggiungerli.

    In questo nuovo anno porto con me me stessa. Ed è un ottimo punto da cui iniziare un nuovo anno.

  • Soddisfazione

    Quando mi dici che ti piace darmi le botte, e che per di più ho un bel culo e quindi è ancora più bello, sorrido e mi illumino. Mi sento d’improvviso bellissima e meritevole e brillo di soddisfazione: la tua, ma anche la mia.

    Ed è orgoglio quello che provo quando carichi foto di me su FetLife: orgoglio ed imbarazzo perché le foto sono, beh, piuttosto esplicite. Poi vedo scorrere le notifiche che tizio e caio, che conosciamo, hanno fatto mipiace a questa o quella foto e brucio di vergogna e di gioia.

    Sapere di essere vista in questo modo, attraverso il tuo sguardo, nelle foto che tu mi hai fatto mentre mi facevi quelle cose, ed in quel momento io sono così tanto io, una me stessa profonda e intima che non si vede spesso, che tu sai tirare in superficie ed esporre, nuda, spogliata, arrossata, tremante – essere vista così mi mette in imbarazzo ma l’imbarazzo (che erotizzo) amplifica tutte le altre emozioni: la gioia, l’orgoglio, la soddisfazione, il senso di identità ed appartenenza.

  • Serenità

    Il giorno dopo cammino leggera, con la testa ancora vuota. Non ho pensieri intrusivi, non mi sento stanca, né mancante, né triste. Mi muovo tra le incombenze quotidiane con un sorriso beato stampato in faccia. Il pizzicore al sedere mi ricorda tutti i colpi ricevuti, il rumore bianco che mi ha invaso la testa, la bava che mi scendeva dalle labbra senza che nemmeno me ne rendessi conto.

    Galleggio in una nuvola di gratitudine e serenità.

  • Riposo

    Il diffusore manda una nebbia di profumo di arancia dolce. La tua playlist fa vibrare le casse dello stereo con i bassi dei Massive Attack.

    La testa appoggiata al tuo petto, chiudo gli occhi e respiro.

    “Ti addormenti?”

    “Mm. No. Mi rilasso”

    La tua mano mi accarezza la testa. Il fumo della sigaretta elettronica ci avvolge.

    Un poco alla volta, respiro. Lascio andare.

  • Relazione

    Di rado nella mia vita BDSM ho fatto cose con qualcuno con cui non avessi una vera e propria relazione. Mi è capitato di ricevere delle sculacciate “una botta e via”, sempre e solo mentre NON ero in relazione, perché mai mi sarei permessa di fare alcunché con alcuno se fossi stata sotto Padrone: lo avrei vissuto come un mio tradimento, un mio non essere una brava schiava – e l’ho vissuto così anche quando talvolta ho visto altre persone con il consenso del Padrone! Tanto è innestata in me questa forma mentis di appartenenza e devozione. (Eppure ho un marito e continuo ad averlo, ma è come se fosse in un altro scompartimento, in un diverso comparto relazionale)

    Certo, una relazione è faticosa da portare avanti, per me che sono così tanto un’introversa. Richiede tempo, impegno, dedizione, investimento. E contemporaneamente, è fondamentale.

    La relazione amplifica le sensazioni che provo nel fare le pratiche BDSM: dà loro profondità emotiva, spessore, significato. Non accadono in un vuoto, non solo solo cose che si fanno (per quanto piacevoli, indubbiamente), ma diventano un modo per comunicare, per sentirsi, ovvero per sentire sé stessi e l’altro, cosa che amplifica tutto il sentire. Le pratiche allora esistono come mezzo e non solo come fine.

    Mi ricordo che il mio primissimo Padrone, Pietro, mi disse che senza la parte mentale quella fisica era insensata. Gli credetti, e in parte ritengo ancora che avesse ragione. Ma ho imparato che per me vale anche il contrario: senza la parte fisica, quella mentale diventa vuota. Vivo un bisogno letteralmente fisico del BDSM. Ho necessità che l’intensità del legame emotivo si concretizzi in atti fisici altrettanto intensi. Così come gli atti fisici aumentano di intensità all’aumentare dell’intimità relazionale. Arrivano più in profondità. D’altra parte, come si potrebbe realmente vivere fino in fondo una scena di degradazione e umiliazione senza avere un legame col proprio carnefice?

    Quel legame è per me vitale per scendere e anche per risalire da certi abissi: è la luce che guida verso casa; la mano che mi spinge sott’acqua è la stessa, l’unica, che mi può far riemergere.