L’interruzione del quotidiano

Come tutti, anche io ho una vita quotidiana che veleggia più o meno pacificamente nel corso dei giorni: lavoro, spostamenti in auto, cucinare, pulire casa, leggere, guardare video, cose del genere. Più o meno noiosa, più o meno interessante.

Come la maggior parte delle persone ho sempre con me il cellulare; quando sento suonare la suoneria personalizzata che ho impostato per il mio Padrone, mi attivo e corro a vedere. 

Ed ecco che, in alcuni momenti, irrompe nella mia quotidianità una sensazione altra

La routine si spezza ed entra un pensiero BDSM. Mi agito, mi emoziono: vengo mentalmente proiettata ai suoi piedi. 

Basta una frase, un accenno, anche una battuta: di colpo sono distratta dal banale presente e gettata in uno stato mentale ricettivo, sottomesso. La sensazione è breve, fuggevole: la realtà presente pretende poi la mia attenzione. Ma mi lascia un rimescolio dei visceri, un languore diffuso e un lieve sorriso che mi accompagna.

Regole

Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

Adesso sono refrattaria alle regole. 

Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

Una parte di me

Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

Ma non è un peso.
E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

Distanza vs lontananza

Nella distanza fiorisco: mi sento un aquilone, che vola in alto ma sempre ben assicurato alla fune che lo lega al suo padrone. Quella fune, che controlla lasciando volare, è per me la distanza verticale del D/s, il senso di appartenenza, il legame che mi fa sentire protetta: una cessione di potere che però mi permette e anzi mi incoraggia a migliorare. Una guida.

La lontananza, al contrario, mi distrugge. Lontananza è assenza, disinteresse; è parlare del tempo, fare finta che vada tutto bene, mancanza di comunicazione. E’ tempo e chilometri e pensieri che si mettono in mezzo e diluiscono le emozioni (come invece la distanza le intensifica).

La lontananza è far volare via l’aquilone, fino a far spezzare la corda, o finché non finisce e sfugge dalle mani del controllore. Allora è perduto, e la speranza di ritrovarlo incastrato in un albero è poca, e anche se lo si ritrova non è detto che si possa aggiustare.

Nella distanza mi accomodo e attendo.
La lontananza invece mi spinge all’isolamento; mi porta ad allontanarmi ancora di più per non soffrirla. Rischio così di perdere di vista l’altro capo della fune, di non saper tornare e di lasciarmi scuotere dalle intemperie emotive che mi trascinano via, fino a farmi male.

 

In questo nuovo lockdown, in questo distanziamento forzato, torno ad accucciarmi dentro di me nel mio luogo sicuro dove attendere, fiduciosa della tenuta della fune.

 

Dimmi come posso essere brava per te

Rendimi brava. Giustificami.
Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

Onirica VIII

C’è una situazione strana, post apocalittica, è successo qualcosa; non so esattamente cosa ma il mondo è diverso da come lo conoscevamo. Ci sono bande, combattimenti.

Sto cercando di ritrovare il mio Padrone, che non vedo da tempo, siamo rimasti separati quando è successo quel qualcosa; ho scoperto che lui ora è a capo di un gruppo, o una banda, o una cosa del genere. Devo raggiungere la loro enclave.
Mio marito mi accompagna in questa ricerca; sappiamo che dobbiamo trovare un modo per entrare, per incontrarlo, che non sarà semplice: dobbiamo trovare un trucco, inventare una storia, o potrebbe essere pericoloso. Guardo mio marito e capisco che ha un’idea, mi dice di fidarmi e di lasciare parlare lui.

Arriviamo ad una grande arena, una costruzione gigantesca di muratura, con archi e colonne, ed è il posto che cerchiamo; dentro, è come un altro mondo, c’è addirittura un clima diverso, desertico. Sembra Mad Max. Il terreno è sabbioso e dall’ingresso – un enorme arco aperto – si vedono anche gli appartenenti a quel mondo, a quel gruppo: uomini a petto nudo, con gonnellini e fibbie e harness da gladiatori. L’aria tremola per il caldo.

Mio marito mi guarda e mi dice: farà molto caldo e so quanto il caldo ti dà fastidio. Sei pronta?
Rispondo: sì, entriamo.

Attraversiamo l’arco ed entriamo in quell’arena di deserto. Andiamo ai piedi di una torre che si trova lungo le mura: in cima, c’è la terrazza del capo, con concubine e servi e guardie, cibo, bevande e panche per sdraiarsi. C’è un’aria da antica Roma.
Mio marito mi dà una leggera spinta sulle spalle e capisco che mi devo mettere in ginocchio, così lo faccio: mi metto in Nadu nella sabbia, ma un Nadu leggermente sbagliato, le gambe troppo chiuse, le mani non ben rivolte con le palme in alto: in qualche modo so che è un trucco anche questo, una specie di messaggio in codice per farmi riconoscere. Abbasso la testa e aspetto: ora devo lasciare che parli mio marito, che ci presenti con una storia inventata ma credibile per farci ricevere.

Dice:
“Sono un prete, vengo in visita; questa che mi è affidata era la schiava di San Francesco d’Assisi, pertanto vi è vietato di chiamarla con epiteti ingiuriosi. Potete darle il nome che preferite: Vangelo, Eva, Maria, quello che desiderate; ma non insulti. Mi è stata affidata dopo la morte del santo. Vengo per incontrare il capo di questa enclave”.

Come fosse un film, anche se sono nella sabbia con il capo chino, vedo anche che dall’alto il capo – che è il mio Padrone! è lui! – si sporge leggermente e ci osserva, con gli occhi socchiusi.
Sento la sua voce (ed è la voce del mio Padrone) che dice:
“Allora, la chiamerò Chiara, che mi pare appropriato visto che si parla di Francesco”.
E capisco che mi ha riconosciuta.

E poi aggiunge, in un bisbiglio per farsi sentire soltanto da me – e non conta che io sia sul terreno e lui in cima alla torre, funziona lo stesso perché è un sogno: “Guardami”.

Allora alzo lo sguardo, lentamente, lo guardo e annuisco, per fargli capire che l’ho sentito, che l’ho riconosciuto, e che ho capito che anche lui mi ha riconosciuta.
Ci guardiamo negli occhi e io vedo che è commosso di avermi ritrovato, e anche io lo sono.

Dà ordine alle guardie di portarci da lui. Mio marito mi guarda e annuisce: ha funzionato. Lo guardo con gratitudine e saliamo sulla torre.

Mi sveglio con ancora quella sensazione di commozione, di riconoscimento.

Assoluto vs completo

Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

E’ il fascino dell’Assoluto.

Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

Adesso, invece, prediligo la Completezza.
Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

Collare

Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

Sguardo rubato

Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

Invece, ad un certo punto, oso.

Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

Sound of Silence

Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

E d’improvviso lo sento.

Un silenzio perfetto.
Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.