Sembra ieri

Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
E leggo.
Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

E tutto è iniziato da qui.

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La poesia dello sputo

Osservo quelle magnifiche immagini patinate, rigorosamente in bianco e nero, con sottomesse nude, lisce, magre, con gli occhi chiusi e il capo reclinato, e dominanti in giacca e cravatta, le mani nelle tasche, le spalle larghe e la testa spesso tagliata dall’inquadratura. Rappresentazioni dell’appartenenza come un qualcosa di impalpabile, rarefatto, emozionale come una seduta di cromoterapia al centro termale.

Certo: appartenere è profondità, connessione, emozione e abbandonarsi all’altro.

Ma quell’abbandono non è l’inizio: è l’arrivo.
Il percorso per arrivare a quella profondità si declina e si sviluppa attraverso sensazioni fisiche, carnali, niente affatto auliche; anzi. Arriva attraverso lo sputo, il colare della saliva, lo strisciare per terra sotto i piedi del Padrone; leccare, odorare, aprirsi e lasciarsi usare.

Sono bellissime quelle immagini patinate; anche a me piacciono, le guardo, le ribloggo su tumblr. E poi invece seguo tumblr a colori, con gif sporche, esplicite, pornografiche in ogni senso. Io so cosa c’è dietro quella patina lucida: una patina lurida. Attraverso lo sporco, il basso, l’inferiorità, lo schifo, striscio e mi abbandono, svuotata di tutto, ai piedi del Padrone, il mio posto, davvero. E nella nullità della schiavitù, mi sento rifulgere di quella luce, quella che poi riconosco rappresentata in quelle immagini rarefatte.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.

Weekend perfetto di appartenenza

Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

(S)piacevolezza

Quanto adoro l’espressione in questa foto.
Essere aperta dal Padrone – aprirsi al Padrone – non è solo un’esperienza piacevole. E’ dolorosa, faticosa, cattiva. Ed è questo che mi piace.

Sono stufa di tutte quelle immagini edulcorate, patinate, dolci, che mostrano il lato più tenero dell’Appartenenza. L’abbandono tra le Sue braccia, culi esposti ma senza un segno, volti distesi con le labbra dischiuse. Bellissimo, per carità: ma c’è ben altro.
Datemi l’espressione della sofferenza che precede l’abbraccio, la smorfia di dolore, le labbra arricciate, gli occhi strizzati e il senso di invasione che si prova a sentire il Padrone che entra nel proprio sé più profondo. Carne che si segna, che si apre, che urla, muscoli contratti e bava – espressione fisica di ciò che si vive, ma non è solo nel corpo che si sente.

Attraverso la carne è l’anima che si lacera e si apre. E ogni segno si richiude sopra l’abisso e diventa legame.

Verticalità

E’ una parola che non conoscevo, ma definisce perfettamente ciò che sento e ciò che cerco in una relazione D/s. Me l’ha insegnata Lui; quando l’ha usata per la prima volta, in chat, pur non conoscendola l’ho riconosciuta. Ho capito cosa significava e ne ho sentito il valore.

Verticalità.

SentirLo sopra, sentirmi sotto.
Sapere che non siamo sullo stesso piano, ma su due livelli differenti, e che il flusso di potere che scorre tra questi due piani è ciò che dà senso al rapporto.
In questa prospettiva che va dall’alto verso il basso si allunga la profondità; la mente si inoltra nel vortice e scende, in un precipitare guidato dalla verticalità stessa.

Come una lama che solca la pelle

“Stai ferma, kat”, dice.
“Sì, Padrone”.
Resto distesa, immobile, mentre il coltello mi raschia la pelle della pancia, del seno, del sesso, togliendo la cera ormai fredda. Non taglia, me ne sento il filo al passaggio.

Non è un semplice gesto meccanico, utile a pulirmi; nel passaggio della lama sento il Suo sorriso. Socchiudo gli occhi – come mi capita di fare, senza pensarci, è più forte di me: anche se mi è vietato guardarLo, Lo sbircio, di nascosto, sperando che non se ne accorga. Quando se ne accorge, nego spudoratamente e spero nella Sua indulgenza.
Lo vedo che sorride, lo sguardo scuro rivolto alla lama, alla carne. Sentire il Suo piacere mi riempie, mi rimescola i visceri, mi rende cosciente che esisto in quel momento solo per Lui, per la Sua gratificazione.

Mi attraversa un pensiero: Gli ho dato in mano un’arma.

L’ho fatto io, Lui non lo ha chiesto né preteso; ne avevamo parlato ma non era premeditato: avevo nella borsetta un coltello a serramanico per caso, un peculiare regalo di Natale.
Inspiro, espiro: mi fido. Lascio che mi passi addosso un’arma con cui potrebbe, se volesse, uccidermi. Un brivido, ma resto immobile. Non solo lascio che lo faccia: l’ho armato io.
Al di là del fatto materiale… è anche una perfetta metafora.
Mi sono consegnata a Lui, consapevole, perché sia il mio Carnefice: perché mi porti nell’Abisso e mi riporti a galla, perché mi laceri e mi richiuda, perché mi usi e mi possieda.

Dopo, ripongo il coltello nella borsa degli strumenti, perché sia sempre disponibile. Come me.